La parola al Teatro #40. Il filo di mezzogiorno. Il mondo “interno” di Goliarda Sapienza visto da Mario Martone

Le stanze dell’esteriorità e quelle dell’interiorità, quelle dell’abitare e quelle dell’anima coesistono sulla scena, nel racconto di Goliarda Sapienza come nella trasposizione teatrale per la regia di Mario Martone.
Il filo di mezzogiorno, adattato da Ippolita di Majo e in scena al Teatro India dal 20 al 29 maggio, è un viaggio da fermi. Si viaggia nel tempo – nel presente di Goliarda Sapienza scrittrice e in quello della relazione con l’analista ma anche nel passato, tempo per eccellenza della regressione psicanalitica – e contemporaneamente anche nello spazio di geografie esistenziali, in quegli spazi vitali che spesso non combaciano tra di loro.

Sul palco Donatella Finocchiaro, nei panni di Goliarda, e Roberto De Francesco, che interpreta lo psicanalista freudiano incaricato da Citto Maselli, compagno della scrittrice, di aiutarla nel percorso di riabilitazione dopo il lungo ricovero in manicomio e i ripetuti elettroshock che l’avevano provata tanto da toglierle la memoria.

Un lento e talvolta “violento” corpo a corpo, quasi una danza emotiva tra i due, quello della relazione psicoanalitica che porterà Goliarda al recupero della propria identità, di ricordi e sensazioni dal buio delle tenebre in cui era sprofondata.

immagine per Il filo di mezzogiorno
Il filo di mezzogiorno

 

In quelle sedute domiciliari – ogni giorno, tranne il sabato e la domenica, rigorosamente a mezzogiorno – si dipana la storia di una terapia psicanalitica particolare che dà luogo ad una relazione fuori dai canoni tra Goliarda Sapienza e il suo medico in cui i ruoli spesso si sovrappongono, si scompongono per poi riprendere forma fino ad arrivare a invertirsi in un reciproco transfert in cui anche il mondo interiore del medico viene sconvolto e capovolto dall’incontro con quella donna così magnetica e affascinante.

In uno sdoppiamento speculare della stessa stanza, a riproduzione proprio di quello di quel mondo interno di Goliarda e dei desideri dei due protagonisti, il palcoscenico è diviso in due parti.

«Nell’adattare il testo per la scena – racconta Ippolita di Majo – ho immaginato che l’azione si potesse svolgere in due diverse zone del palcoscenico che sono anche due ‘zone’ del mondo interno di Goliarda. La zona 1 è uno spazio vuoto, buio, onirico, una zona appartata e solitaria, sprofondata nei meandri dell’inconscio. La zona 2 invece è il luogo della realtà, della relazione, è la sua casa, il luogo in cui i fantasmi prendono corpo, ma sono arginati dall’incontro con il dato reale, è il posto in cui ogni giorno viene a farle visita l’analista che l’ha presa in cura».

Al centro della scena l’importanza di ricordare e di ricomporsi. Scorrono i ricordi della scrittrice e come su uno schermo tornano a galla i momenti della vita di Goliarda: il lungo viaggio in treno con la madre da Catania a Roma per iniziare appena diciassettenne l’Accademia, l’esame di ammissione, la fatica per ripulire la propria dizione da quelle “fastidiose” vocali siciliane, la fame, la guerra e la malattia della madre, l’arresto del padre.

È una narrazione quasi in presa diretta in cui riaffiorano – in ordine sparso e con la fatica del lavoro interiore – ricordi, rievocazioni e personaggi appartenuti a tempi e momenti storici diversi (la madre Maria Giudice, il padre Peppino Sapienza, e poi la sorella Nica, il fratello Ivanoe, e ancora Enzo, e poi Citto e le amiche Titina, Haya, Marilù) dei quali parla come se fossero vivi e presenti lì in quel momento.

Fili e percorsi interiori che compongono una matassa esistenziale che Ippolita di Majo nel suo adattamento prova a sciogliere studiando e leggendo l’opera della Sapienza per immergersi nel suo universo e tornare al testo conoscendo quei personaggi e potendo così tirare un filo, che in alcuni casi semplifica e in altri taglia, ma che tiene una direttrice e una tensione tale da portarlo in scena e coinvolgere anche lo spettatore che entra quasi come un ospite in quel rapporto fatto di mondo interno, di vivi e morti, fantasmi, desideri, emozioni segrete e talvolta indicibili, regressione e proiezioni.

Valentina Ersilia Matrascìa

Valentina Ersilia Matrascìa

Classe 1987, romana di nascita e siciliana d'origine. Comunicatrice e addetta stampa free lance. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale (curriculum Operatori della comunicazione interculturale) e in seguito, presso l'università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d'inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame - Festival dei libri sulle mafie e per l'agenzia di stampa Omniroma. Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all'antimafia sociale passando per l'immigrazione, il mondo Lgbtqi e quello dei diritti civili). Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole.

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