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Futti Futtitinni ma non ti fare futtiri. In Sicilia c’è tempo tanto, troppo, tutto.

«In Italia ci sono venti regioni. Cinque di queste sono a statuto speciale. Una di queste è la Sicilia, la mia».
Entra subito in scena la protagonista di Futti, futtitinni ma non ti fari futtiri prodotto da Nutrimenti Terrestri e scritto da Giovanna Malaponti, Valerio Castriziani e Tommaso D’Alia che, oltre a firmarne anche la regia, è sul palco accanto a Valerio Castriziani. Un ritratto della Sicilia e della sicilianitudine in cui c’è tutta la tradizione del cunto, quello che D’Alia e Castriziani – il primo con la parola e il secondo con l’accompagnamento musicale ma non solo – hanno portato, per due serate sul palco dello Spazio Diamante, in un lungo monologo che a tratti pare una cavalcata, visti i ritmi incessanti e volutamente frenetici che avvolgono lo spettatore portandolo dentro le stragi e la cronologia degli eventi.

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Futti, futtitinni ma non ti fari futtiri

E se da una parte ci sono la mafia e le stragi, dall’altra c’è nonna Pia e le sue “angherie” sul nonno Totò. Il racconto, infatti, procede su due piani contemporaneamente – quello regionale e sociale e quello più intimo e familiare – che, però, si toccano e s’intersecano continuamente.

Se da una parte c’è il nonno Totò, dall’altra c’è un omonimo molto meno arrendevole e tollerante (Riina, ndr). Il grottesco da una parte, la tragedia dall’altra. Il titolo stesso, volutamente in siciliano, evoca immediatamente un mondo di contraddizioni, incertezze e speranze.

Una lingua che non è solo veicolo di comunicazione ma anche un gesto di resistenza culturale e identitaria che non rende, però, inaccessibile la comprensione al pubblico non proveniente dalla Trinacria. Anzi, dà colore e sapore al testo stesso.

Sapore. Non è un refuso né un’esagerazione perché, descrivendo la terra sicula, non si può non pensare alla sua gastronomia di eccellenza. «Tutto nasce – si legge nelle note di regia – dall’arancino che hai tra le mani mentre sei sulla Caronte, oltrepassi lo stretto, di fronte a te la Sicilia: croce e delizia d’Italia. Terra di cibo, terra di bellezze, terra di mafia. Dai il primo morso: riso, piselli e ragù. Chiudi gli occhi e vorresti che la Sicilia fosse come quell’arancino caldo che ancora ti fuma in mano. Unto, croccante e condito. Poi, il secondo morso: l’arancino si sta freddando, tra poco sbarcherai. Mamma, cucina, parenti. Infine, il terzo morso: apri gli occhi, prendi i bagagli e ti prepari a scendere. Sei a casa. Sono a casa».

Ma anche la mafia è un arancino.

«Hai presente come è fatto un arancino? La forma dell’arancino, ce l’hai presente? È a forma di piramide. Alla base c’è il riso, tenero, quindi (rappresenta, ndr) gli avvicinati, cioè quelli che non sono affiliati ma possono diventarlo. Un poco di arancino più sopra ci sono i piselli verdi e freschi che sono i soldati o uomini d’onore, cioè quelli che devono rispettare gli ordini che gli vengono dati. Uno strato di arancino più sopra c’è il ragù, quindi il sugo e la carne sfilacciata che sono i capodecina, cioè quelli che comandano una decina di uomini. Uno strato di arancino più sopra c’è il consigliere che dà consiglio al boss. Poi c’è il viceboss. E poi nella punta, che quando gli dai quel morso esce tutto – il riso, i piselli, il sugo e la carne sfilacciata – c’è il boss o capo famiglia. Uno o più capofamiglia eleggono un capomandamento. Quindi, un capomandamento rappresenta più famiglie della stessa provincia, è tutto chiaro? Se ti mangi un arancino magari u capisci megghiu».

Ed eccoli comparire uno dopo l’altro i personaggi di questa storia (e della storia di questa beata e martoriata terra), in un palco totalmente privo di scenografia, eccezion fatta per una sedia e gli strumenti musicali: Pier Santi Mattarella, Peppino Impastato, Giuseppe Di Matteo, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro.

Ma anche – nel contributo musicale del “maestro” – gli altri, i criminali: Michele Greco detto il Papa, Tonino Giuffrè, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Luciano Leggio/Liggio, Giuseppe Greco, Giovanni e Enzo Brusca, Tano Badalamenti, Giuseppe Monticciolo e Vincenzo Chiodo, Michele Navarra e Matteo Messina Denaro.

Uno dopo l’altro, come tante piccole tessere di un mosaico perché, «in Sicilia si va al mare, c’è la mafia e si vive di luoghi comuni. C’è chi va al bar, chi gioca a carte e chi guarda la vita degli altri. Chi guarda ma non parla, chi parla ma non pensa, chi pensa va nell’acido. La Sicilia è piena di colori, nelle città nel cibo e nel corpo delle persone. In Sicilia si pesca, si balla, si spara.

In Sicilia “futti, futtitinni ma nun ti fari futtiri”, “cu nesci, arrinesci”, “frii i pisci e vadda a jatta”. […] In Sicilia ridiamo, scherziamo, non siamo tristi. Tu sei triste. Se sei triste, muori. In Sicilia c’è tempo tanto, troppo, tutto. Per comunioni, lutti, matrimoni. In Sicilia giovani, anziani, bambini, chi studia, chi lavora, chi fa radio».

Non mancano le citazioni del film I cento passi ma anche del celeberrimo discorso di Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani, durante i funerali delle vittime della strage di Capaci, dell’opera teatrale I mafiosi della Vicaria composta nel 1863 in siciliano da Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca e degli interrogatori di collaboratori di giustizia che danno forza e concretezza allo spettacolo.

Si ride di gusto e si riflette su temi seri ed episodi tragici della storia (e dell’attualità) del nostro Paese, allo stesso tempo.  Perché, avvalendosi talvolta dei luoghi comuni per superarli, con il loro testo Giovanna Malaponti, Valerio Castriziani e Tommaso D’Alia riescono in poco più di un’ora e mezzo a fare una satira intelligente e graffiante che racconta la Sicilia e la mafia in maniera puntuale e documentata ma anche dissacrante e senza inchini o reverenze a poteri criminali.

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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