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Centoventisei un mafia-novel di Ezio Abbate e Claudio Fava

«A Palermo ci sono due specie di uomini: quelli che uccidono e quelli che muoiono». E il trentaduenne panormita Gaspare – che tutti chiamano Gasparo «perché a Palermo i nomi devono finire con la o. Gaspare pare il nome di una pulla» – appartiene alla prima categoria. Fa il killer per conto di «Totuccio Graziano, quello che tutti chiamano Domineddio».
Entra in scena senza fronzoli e senza nascondersi e si racconta in prima persona, uno dei protagonisti di Centoventisei  mafia-novel firmato da Ezio Abbate e Claudio Fava (Mondadori, 2022). Uno dopo l’altro arrivano gli altri protagonisti-voci narranti di questa vicenda: sua moglie Cosima, ventinove anni e un bambino in arrivo, Cristoforo detto Fifetto e una Centoventisei che, pur restando apparentemente muta, è destinata a fare molto rumore.

Si succedono uno dopo l’altro, come a fare un passo avanti su un immaginario palco per mettersi sotto l’occhio di bue e raccontare la vicenda dal proprio punto di vista e dal proprio vissuto. La scrittura, complici anche i precedenti da sceneggiatore per entrambi gli autori, è infatti molto teatrale, tanto che nella primavera 2023 il libro diventerà uno spettacolo teatrale prodotto dal Teatro Stabile di Catania e il Teatro Biondo di Palermo per la regia di Livia Gionfrida.

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Centoventisei un mafia-novel di Ezio Abbate e Claudio Fava

La vicenda si svolge quasi totalmente nell’arco di una calda notte palermitana, quella in cui Domineddio incarica Gasparo e Fifetto di una missione delicata che appare inspiegabile, squalificante e inutile al primo, ormai killer collaudato e avvezzo ad omicidi di cavalli e uomini

Una centoventisei, ripeto io, così piano che nemmeno mi sento. Ho ammazzato ventotto cristiani, con i cavalli ho perso il conto: perché non gliela fai rubare a tua sorella questa centoventisei? È quello che penso.

Quello che dico invece sono cinque parole: va bene, una centoventisei, stanotte. “Ci vai con un altro”, aggiunge Graziano. In due per fotterci una macchina: che minchia vuol dire? E poi chi è questo qui?  “A me piace lavorare da solo” gli dico io cercando di tenere la voce bassa e dritta, mentre lo stomaco mi diventa un ribollimento di acidi, succhi e camurrie.

Totuccio Graziano manco si dà la pena di dirmi perché sì e perché no. Scuote un poco lo sguardo. “Ci vai con Fifetto”. Ci vado con Fifetto. Punto. E poi penso: cosa cazzo ho sbagliato?»), e insperata e miracolosa al secondo che dopo una vita di «tiri storti, camurrie, giri a vuoto» sogna di diventare finalmente un “picciotto”: rubare una Centoventisei e portarla in un garage dove, una volta ripulita da cima a fondo, andrà imbottita di tritolo.

Una Centoventisei, quella macchina che dà il titolo al romanzo e che, come la cronaca e la storia ci raccontano, caricata con 90 kg di tritolo, il 19 luglio del 1992 all’altezza del numero civico 21 di Via Mariano D’Amelio a Palermo, esplodendo mette fine alla vita del giudice Paolo Borsellino e di cinque agenti della scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina).

Un riferimento quello alla strage di Via D’Amelio che, però, non compare mai nel romanzo – tanto che non viene mai citato in alcun modo nemmeno il magistrato – e che gli autori lasciano fare al lettore, lasciandolo sullo sfondo lontano e raccontandone, in maniera efficacissima e allo stesso tempo a tratti quasi sarcastica, quelli che sembrano esserne i preparativi.

Per una volta, infatti, la narrazione cambia punto di vista. Porta il lettore dall’altra parte, quasi un prequel degli eventi che cronaca, storia, vicende processuali, romanzi, spettacoli teatrali, fiction e film ci raccontano nei modi e con i linguaggi più disparati da quella sanguinosa estate del 1992.

C’è il racconto della mafia, della vita di chi ‘opera’ nella mafia con le sue consuetudini, il suo galateo e le sue irregolarità che passa, però, attraverso la vita di quelli che sembrano a conti fatti tre “poveri Cristi”, consapevoli ciascuno a suo modo del contesto criminale in cui vivono. Sono pesci piccoli, totalmente ignari del destino di quella automobile e del loro.

C’è nelle pagine del romanzo, nonostante la loro rassegnazione a un mondo piccolo con dinamiche ormai consolidate, il loro continuare a sognare un salto di qualità delle loro vite che se per Fifetto è la possibilità di far carriera nella mafia, per Cosima prende sostanza in quel figlio di cui, dopo diversi aborti spontanei, aspetta la nascita come un miracolo che si deve assolutamente avverare tanto da chiedere a Gasparo il ‘voto’ di non compiere omicidi fino alla fine della gravidanza

Adesso per esempio mi ha promesso che se ne sta buono, che prima vuole fare nascere il bambino. Io gli dico va bene, ti credo, ma quando sono sola mi vado a controllare l’armadio a muro.

Alzo la coperta, alzo il piumone: se il fucile a pompa lo trovo lì, al posto suo, sono tranquilla») per non indispettire quel Padreterno che, secondo lei, le ha fatto perdere gli altri figli come ‘punizione’ per la condotta malavitosa del consorte che lei finge di non conoscere preferendo vedere l’umanità del suo Gasparo: «mio marito è un mafioso.

Ma è pure un bravo cristiano, un lavoratore, uno che si toglie gli occhi dalla faccia per farmi stare bene. Solo che il suo lavoro è quello: fare cose tinte. Le faceva pure quando l’ho conosciuto. All’inizio però non mi voleva dire niente. […]

Chiudo gli occhi, mi assopisco, sogno un poco, ma sempre sveglia sono. E quando lui si muove lo sento subito. Solo che faccio finta di dormire. Un po’ perché Gasparo mi fa tenerezza quando comincia a vestirsi in silenzio e a camminare leggero per non svegliarmi.

Un po’ perché non voglio chiedergli dove sta andando, a fare che cosa. Tanto lo so che mi direbbe fesserie. Una cosa è sapere che tuo marito fa il mafioso. Un’altra è sapere tutte le cose tristi che gli tocca fare. Lui non me le dice, io non gliele chiedo. E quando se ne va faccio finta di dormire».

C’è la loro umanità, disarmante e ‘normalissima’, tra le pagine del lavoro di Fava e Abate e in ciò è sicuramente funzionale la scelta della narrazione in prima persona e la scrittura ‘teatrale’ perché eliminando la presenza del narratore toglie ogni rischio di giudizio.

Non c’è, infatti, né condanna né assoluzione per i personaggi. C’è la loro vita, in scena. Le loro piccole vite nel piccolo spazio di quei pochi giorni e degli attimi di quella lunga e calda notte in cui avviene il furto.

Una notte in cui si alternano dis-avventure rocambolesche condite da equivoci e colpi di scena che rubano talvolta anche un sorriso fino ad un finale inaspettato per i protagonisti, tutti tranne per quella Centoventisei che, dopo le mille peripezie, torna silenziosa al suo ‘dovere’ «sotto il sole di Palermo, una domenica di luglio, nella luce calda del pomeriggio. Parcheggiata, in attesa di fare il compito suo. Ogni cosa è tornata al suo posto» in quella città in cui «disgrazie non ne succedono. Succedono cose, che è un’altra storia».

Una lettura scorrevole e intrigante, impreziosita dal glossario – per non siculofoni – dei termini in dialetto – che non ostacolano comunque né la lettura né la comprensione ma, anzi, ne colorano e rendono vivide le immagini, i suoni, gli odori e le emozioni evocate – posto al termine del volume.

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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