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Il male dei ricci: ragazzi di vita e altre visioni. Fabrizio Gifuni vive Pasolini

Non esiste luogo più adatto del teatro ad ospitare i fantasmi. Anzi, si può dire che il teatro sia il luogo degli spettri sia di quelli creati dalla penna e dalla fantasia degli autori (come non pensare ai Sei personaggi in cerca d’autore di pirandelliana memoria o all’Amleto di  Shakespeare?) sia di quelli dei personaggi in carne e ossa che non trovano pace perché non hanno ricevuto degna sepoltura.
Quelli addosso a cui cultura e politica inciampano continuamente, anche a distanza di decenni, perché restano lì come scomodi fantasmi per quanti in vita non ne riconobbero e non compresero l’opera e ora sono pronti a tirarli – a proprio uso e consumo – “per la giacchetta”. Fantasmi, per citarne due, come Aldo Moro e Pier Paolo Pasolini, ad esempio.
Proprio quest’ultimo è il protagonista di Il male dei Ricci. Ragazzi di vita e altre visioni portato in scena da Fabrizio Gifuni al Teatro Argentina il 10 settembre scorso in una serata speciale promossa dal Comune di Roma nell’ambito degli eventi estivi della città e delle celebrazioni per i cento anni dalla nascita del poeta.

Fabrizio Gifuni, foto di Filippo Manzini

Lo spettacolo – il cui titolo è tratto da alcuni versi di una poesia di Pasolini (“Posso soltanto dire che dal male dei ricci, che io non ho mai avuto, al mondo non si può guarire”) – nasce da una drammaturgia originale, ideata da Fabrizio Gifuni proprio per questa occasione, che raccoglie sia pagine provenienti da Ragazzi di Vita, il folgorante romanzo d’esordio di Pasolini pubblicato nel 1955, sia frammenti del suo Na specie de cadavere lunghissimo andato in scena dal 2014, per la regia di Giuseppe Bertolucci, per più di dieci anni.

Ecco allora, dopo una brevissima introduzione dell’attore, salire in scena PPP. È tutto in Gifuni/Pasolini lo spettacolo. È il suo corpo, le sue parole e la sua interpretazione intensa e incredibilmente fisica. Si alternano letture tratte da Ragazzi di Vita a monologhi con un Pasolini che parla in prima persona usando le parole di estratti delle Lettere luterane, degli Scritti corsari, di Poesia in forma di rosa e della Seconda forma de La meglio gioventù (1974).

Tra i temi affrontati, la mutazione antropologica degli italiani, la degenerazione culturale e  la nostalgia per un passato mitizzato, visto attraverso gli occhiali deformanti del rimpianto.

A rimettere le cose in chiaro, è la lettera aperta di replica pubblicata l’8 luglio 1974 sulle pagine di Paese Sera e indirizzata a Italo Calvino che, in un’intervista concessa a Il Messaggero il 18 giugno dello stesso anno, lo accusava di rimpiangere l’ “Italietta contadina”, e a Maurizio Ferrara secondo cui, invece, il pensiero dell’intellettuale rappresenta “un anelito che richiama le voglie della migliore intellettualità reazionaria fissata in un rimpianto oscuro per l’età dell’oro perduta”.
Pasolini, come replica lui stesso, in realtà rimpiange l’ “illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale, sopravvissuto fino a solo pochi anni fa”.

Sulla scena c’è Riccetto, “figura archetipica, che attraverserà tutta la vita e l’opera pasoliniana. Un’immagine idilliaca o tragica, a seconda dei momenti, che Pasolini iniziò a disegnare fin da ragazzo e che in seguito diventerà il protagonista di Ragazzi di vita. Poi si incarnerà nel volto di Ninetto Davoli. In ultimo, purtroppo, assumerà i tratti di Pino Pelosi, indicato da più sentenze come suo assassino, ma in realtà al centro di una vicenda tuttora irrisolta”, come ricordato dallo stesso Gifuni in una recente intervista al Corriere della Sera.

C’è un ragazzo di vita con le sue avventure, poi di nuovo Pasolini e le sue parole profetiche.  Cambiano i panni, cambia il tono di voce e le espressioni di un Gifuni che offre – ancora una volta – una prova della sua maestria d’attore accolta dal pubblico, che affolla lo storico teatro capitolino, con una lunga e ininterrotta serie di applausi scroscianti a dimostrazione, tra l’altro, di quanto il ‘fantasma’ di Pasolini sia ancora terribilmente vivo e capace (e desideroso) di parlare almeno quanto il pubblico desidera starlo ad ascoltare.

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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