«Che può fare l’ordinamento internazionale nei confronti dell’Iran di oggi? Nulla. La sovranità dello Stato continua a prevalere sull’universalità dei diritti. È importante leggerle queste dichiarazioni internazionali ma rendersi conto che è un impegno che viene preso e non un risultato che viene centrato. Quanto meno un paese riconosce i diritti umani, tanto meno l’ordinamento internazionale ha gli strumenti per frenarlo».
Si parte dalla drammatica attualità per una riflessione, a tinte a tratti decisamente fosche, di Giuliano Amato per presentare a Più Libri Più Liberi Diritti dell’uomo di Louis Henkin, studioso contemporaneo di diritto internazionale, scomparso nel 2010, edito all’interno della collana ‘Voci’ di Treccani che recupera “voci” pregresse o antiche e poi le proietta sul dibattito contemporaneo oppure chiede ex novo a figure illustri del panorama culturale italiano di intervenire nel segno e nello spirito del grande sogno dell’enciclopedia di attivare il sapere provando a sistematizzarlo e catalogarlo.
L’ex presidente della Corte Costituzionale, autore dell’ampia introduzione del volume, propone un’interessante riflessione sul tema dei diritti dialogando sul tema con la giornalista Annalisa Camilli e lo scrittore Paolo di Paolo. Tra i temi sollevati il gap tra sovanità nazionale e dichiarazioni internazionali dei diritti umani, argomento caro allo stesso Louis Henkin che era – ricorda Amato – «costituzionalista ma anche internazionalista, cultore dell’ordinamento internazionale che sente in se l’aspirazione che questo ordinamento stabilisca delle regole che sono rispettate come quelle degli Stati ma in realtà non è così. L’ordinamento internazionale vive ancora questa contraddizione: è in condizione di fare dichiarazioni che dicono ‘tutti’ ma non è in grado di garantirle perché dice ‘tutti’ ma poi la sovranità degli stati nell’ordinamento internazionale è ancora la carta vincente»
È l’attualità a tornare a fornirci un altro esempio di questo scollamento. «Non c’è dubbio che in Ucraina siano stati commessi crimini di guerra. Noi – spiega il giurista – abbiamo creato quindi un tribunale internazionale che colpisce i crimini di guerra ma la giurisdizione di questo tribunale è efficace nei confronti degli Stati che hanno accettato di riconoscerla e non tutti gli stati l’hanno riconosciuta. Non l’ha riconosciuto la Russia e nemmeno gli Stati Uniti, il paese dei diritti che avendo marines in tante parti del mondo è timoroso di perdere la giurisdizione sui propri uomini nel mondo. L’ordinamento internazionale diventa quindi impotente».
Le carte e le dichiarazioni internazionali, «a differenza delle carte magne e degli statuti comunali, non codificano l’intervenuta acquisizione dei diritti ma aprono un processo per il loro riconoscimento che esige che quei diritti entrino nella coscienza di chi non li ha perché comincino a pretendere di averli in nome di quella dichiarazione e che entri nella coscienza delle società che quei diritti non li riconoscono a tutti». A che punto siamo con l’attuazione del processo per il riconoscimento dei diritti? Sebbene molto sia stato fatto per l’estensione del loro riconoscimento a livello universale, non sono pochi purtroppo i paesi però in cui questo non accade. «I diritti umani e la loro universalità sono forse la cosa più bella che gli esseri umani hanno inventato nella loro civiltà. Quando l’hanno fatto, però, hanno inventato un ideale e non una realtà. Tra gli antenati dei diritti universali e questi attuali c’è un autentico abisso in realtà perché quelli rispondevano a situazioni concrete», ha aggiunto Amato.
«Da giornalista ho attraversato crisi umanitarie e conflitti ed ho raccontato soprattutto le violazioni dei principi fondamentali e quindi soprattutto l’impotenza di questa bellezza ideale e di questa forza ideale. C’è un elemento utopico di irrealizzabilità, probabilmente, nella realizzazione completa di questi principi. Leggerli fa venire i brividi perché ci rendiamo che ognuno di questi è quotidianamente presente e quotidianamente violato nelle nostre società», concorda Annalisa Camilli che ricorda come «in questi anni in tutti i conflitti che abbiamo testimoniato e raccontato si è assottigliata la coscienza e lo spazio del diritto internazionale umanitario ed è sempre meno riconosciuto il valore dell’osservazione da parte di osservatori indipendenti e sono ormai sistematiche le violazioni dei diritti in guerra».
Impossibile non pensare anche al tema del diritto d’asilo e dell’immigrazione che, come ricorda la giornalista, in questi anni è diventato terreno di scontro. «Lo stesso diritto alla vita nel caso del soccorso in mare in questo momento è stato sotto attacco nel corso degli ultimi anni ed è stato messo in discussione anche l’obbligo di soccorso nel caso di persone in pericolo di vita in mare. Questo diritto, però, è stato più garantito dai tribunali e delle Costituzioni nazionali che da quelli internazionali. Penso alla progressiva perdita di importanza della CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo, ndr) e a quanto sia sistematica la violazione dell’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, del principio cioè di non respingimento, in tutte le frontiere europee, sia interne che esterne, e quanto su questo si stiano facendo passi indietro a livello di corti internazionali mentre più salda rimane la forma di protezione garantita dalle leggi nazionali», aggiunge la giornalista.
Scrivendo la voce ‘diritti dell’uomo’ Louis Henkin, che si è occupato molto di diritto e di diritti umani in riferimento soprattutto in relazione alle politiche dei governi e delle nazioni, nel 1993 tenta di articolare un ragionamento compiuto su quello che significa un diritto inalienabile, un diritto cioè che appartiene alla persona in quanto tale e che prescinde in qualche modo da tutte le varie carte che regolano i singoli stati e i governi. Ricostruendo la storia dei diritti umani dal XVII secolo ai giorni nostri, Henkin ricostruisce l’affermazione dei diritti umani rimane ancora parziale nel mondo attuale. La strada da fare è lunga e non lineare ma non tutto è (ancora) perduto. «Nonostante quello che sta accadendo all’interno dell’Unione Europea e del Consiglio d’Europa, continuo a pensare che questi blocchi di Stati che si assimilano nei valori e nelle credenze sono un passo importante perché i diritti vivono se sono nella coscienza della gente, non vivono se stanno nelle regole scritte sulla carta. Nella coscienza di chi ne è privato così come nella coscienza di chi lo priva perché è solo quando queste due coscienze si incontrano che non accade quello che accade in Iran e c’è consapevolezza di tutti dei propri diritti», conclude Amato.
Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.
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