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La parola al Teatro #58. La mappa del cuore di Lea Melandri. Quando le ragazze chiedevano ascolto.

Cara Lea, ti scrivo..”. Ci sono problemi d’amore, di amicizia ma anche tutta l’inadeguatezza che attiene, in ogni epoca, agli anni dell’adolescenza e della giovinezza che s’affaccia al mondo nelle richieste di consigli inviate alla rubrica di posta del cuore Inquietudini gestita da Lea Melandri negli anni Ottanta su Ragazza In.

Le paure incofessabili e quelle domande che non si sa a chi porre, troppo grandi per gli amici e troppo intime per quel mondo degli adulti – che siano i genitori o il corpo docente – che appaiono così lontani. E allora, si affida al foglio di carta la speranza che su quella pagina di giornale una penna amica per quanto sconosciuta comprenda e consigli. “Corri postino non ti fermare che la mia Lea non può aspettare..”, si legge, insieme a vari help me e pubblicami, sulla busta – perfettamente conservata – di alcune delle missive inviate a Ragazza In perché a rispondere fosse “la psicologa”, la giornalista e scrittrice, tra le voci più significative sul femminismo e sui diritti civili.

Lettere raccolte dalla giornalista, scrittrice e attivista in un volume (La mappa del cuore. Lettere di adolescenti a una femminista, pubblicato nel 1992 da Rubbettino Editore nel 1992 e rieditato in questi giorni da Enciclopedia delle donne con una inedita prefazione dell’autrice) e portate in scena al Teatro Quarticciolo dal collettivo Ateliersi (Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi) in collaborazione con Francesca Pizzo alias Cristallo all’interno della rassegna INQUIETUDINI. ADOLESCENZA: DALLA RUBRICA ANNI ‘80 DI LEA MELANDRI AI SEX DATE.

A precedere la messa in scena de La mappa del cuore di Lea Melandri, un incontro il pubblico condotto da Francesca De Sanctis, per la rassegna TBQLetteraturaDuemila, con Lea Melandri.

In scena in primo piano, agli estremi del palco, due leggii. Dietro, due tavoli e al centro, tra di loro, una poltrona bianca. Un tavolo ospita tantissime copie di Ragazza In, l’altro pacchi di lettere. Ecco l’interazione tra lettera e rivista. Una piccola telecamera mostra al pubblico, proiettate su uno schermo, le parole delle pagine del rotocalco ma anche delle accorate missive spedite alla redazione. Ed ecco nelle voci di Menni e Mochi Sismondi, mentre Cristallo intona magistralmente le canzoni dei Duran Duran, materializzarsi le confessioni di “Leonessa 66”, “Inquietudine 79”, “Lacrima nera”, “Un granello di polvere sull’argenteria”, alcuni tra i tanti pseudonimi usati da quanti e quante si rivolgevano alla Melandri.

Lei è una donna che da ragazza leggeva “Ragazza In”, lui un uomo la cui madre leggeva “Ragazza In”. Il loro in scena è il dialogo tra due generi ma anche tra due generazioni diverse. Tra la memoria personale e la ricerca della memoria altrui. Il tutto però unito da quella comunione di intenti e universalità di sentire, ma anche dalle mani dei due attori che si tengono con quelle della giovanissima Cristallo, dalla voce angelica e potente ma anche dall’aspetto androgino che sembra una volta di più sottolineare come quelle emozioni scritte in quelle pagine vadano oltre ogni gabbia di genere o di età.

Le domande e le richieste erano le più disparate. «Alcune era domande ingenue e divertenti. Si andava da “Ho le gambe storte e non dirmi che devo accettarmi per come sono” a “Quel ragazzo mi ha guardato: vuol dire che mi ama?” o “Cosa me ne faccio dei lunghi capelli biondi?”», racconta Lea Melandri nell’incontro precedente allo spettacolo.

Sembrano lettere scritte oggi, quasi senza tempo. Perché, del resto, l’amore e i sentimenti sono così primordiali da non subire l’usura del tempo e tematiche che, ieri come oggi, continuano a essere un tabù, in famiglia come a scuola. A rispondere una donna in un momento particolare della sua vita, personale e professionale. «Venivo da dieci anni di femminismo. Inquietudini fu una proposta molto azzardata degli amici editori», ricorda.

Se la prima reazione fu di smarrimento – “non sono una psicologa, non sono una madre, non ho alcuna attitudine a dare buoni consigli” –  Lea Melandri si lascia convincere.   «Inventai una scrittura lirica, enigmatica, che io stessa spesso trovavo incomprensibile. Scoprii che gli adolescenti cercavano qualcuno che li stesse a sentire. Io stessa mi sono sempre considerata un’adolescente, una che continua a guardare i film d’amore. Sono e resto un’adolescente, sono ancora figlia di quei due genitori. Figlia mi hanno voluto e figlia sono rimasta».

Spesso le risposte, infatti, risultavano ai lettori di non troppo facile comprensione (e non mancarono – ricorda la scrittrice e gli attori in scena – le proteste: “Non ho capito nulla di quello che hai detto ma devi essere una brava ragazza”, scrisse una ragazza) poiché Lea Melandri estrapolava alcuni frammenti dalle lettere e le metteva in relazione con poche righe di sue liriche con risultati non sempre immediatamente comprensibili. Ma del resto più che la risposta, spesso, la cosa importante era essere ‘ascoltati’, essere presi in considerazione e uscire dall’invisibilità che caratterizza la vita di ogni giorno per gli adolescenti.

«Perché il problema di uno era il problema di molti e uno di loro mi confermò la bontà della mia scelta scrivendo “Hai fatto bene a non dare quella risposta facile, hai aperto la porta della stanza e la stanza non è vuota”», ricorda Melandri.  «Quelle lettere erano come dei notturni leopardiani, delle mappe del loro mondo interno. Così piene di immagini. La mia scrittura è stata solo un amplificatore della loro, perché al centro c’erano loro», aggiunge.

La rubrica divenne anche un’occasione di autocoscienza condivisa. I pensieri e i problemi uscivano dalla stanzetta di ragazzi e ragazze per diventare finestra sul mondo e a rispondere alla lettera non era più solo Lea Melandri ma gli altri lettori, spesso riconoscendosi nell’esperienza e nel sentire dell’altro e dando un suggerimento o semplicemente solidarietà.

Talvolta si creavano amicizie epistolari utilizzando la rivista per scambiarsi indirizzi e contatti. «C’era in quelle lettere l’assoluto totale e acontenutistico bisogno di rottura , di provocare una reazione e vedere che qualcosa cambia dopo la propria rivelazione ed espressione», aggiunge infatti Melandri. E non mancava, accanto all’amore romantico, quello per gli idoli della musica e del grande schermo. Ecco allora gli onnipresenti Duran Duran, idoli musicali dell’epoca.

Se le risposte a quelle domande a volte implicite e senza punto interrogativo, nascoste tra le righe, non erano mai scontate, non lo era nemmeno l’autrice delle stesse. «Sono sempre stata fuori tema nella mia vita. Lo era la mia condizione sociale, la famiglia in cui sono cresciuta e la mia condizione sessuale di figlia femmina. Ho avuto il privilegio di studiare, già questo mi ha collocato fuori tema rispetto alla mia famiglia. Fuori tema era una parte enorme della mia vita, e non solo della mia. Una collocazione che, ancora oggi, nella scuola non trova posto e legittimazione. “Fuori tema” era “il” tema, la vita prendeva un posto centrale quindi quando mi hanno affidato la rubrica, ero già predisposta all’ascolto», ricorda.

Tra le tante lettere ricevute, a memoria di Lea Melandri, una rimase senza risposta: “Mi dai l’indirizzo di Silvester Stallone?”. Chissà se la lettrice è mai riuscita a scrivergli.

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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