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Jorit. Le divinità profane della street art

Dalla periferie della periferia di Napoli agli angoli più disparati del mondo. È Jorit Agoch stesso, dopo anni ad evitare interviste, a raccontarsi nello spazio Robinson della Fiera Più Libri Più Liberi. A viso aperto e senza filtri.

«A 12 anni volevo fare il rapper. Passavo le giornate a Quarto Officina, un deposito dei treni, insieme ad altri ragazzi. Veder passare quei treni colorati mi ha fatto venire in mente che ci potesse essere qualcosa di bello anche per noi, anche lì a Quarto dove non c’era nulla», racconta. Quei colori diventano lo strumento per raccontarsi, per non prendere cattive strade. Inizia a disegnare sui muri della periferia partenopea e a trasformare la rabbia che avevo da ragazzino e che volevo incanalare nelle cose giuste».  Costruire le cose giuste e i concetti da comunicare, questa la cifra che secondo Jorit contraddistingue l’artista: non solo tecnica ma anche qualcosa da dire.

E si inizia dai muri e dai ritratti. I volti di uomini e donne illustri a grandissime dimensioni in giro per i muri dei palazzi del mondo ormai sono una firma inconfondibile. «Il viso è la parte dell’essere umano che attira l’attenzione, la parte che comunica con le persone. Non si può ignorare un volto», racconta.

I primi ad essere ritratti lungo linea ferroviaria di Soccavo sono quelli dei suoi amici, lavori che attirano l’attenzione dei passanti che si chiedono incuriositi “ma chist chi so?”.  Domanda che difficilmente potrebbero farsi di fronte ai suoi lavori successivi. Maradona, Gramsci, Nelson Mandela, Ilaria Cucchi, Malcom X, Juri Gagarin, Laura D’Orazio e Muhammad Ali, sono solo alcuni dei lavori che ha sparso per  il mondo con il suo inconfondibile stile e con le due righe rosse sul volto, un simbolo di umanità e di appartenenza alla Human Tribe, la tribù umana, senza distinzione di sesso, colore della pelle, provenienza o classe sociale.

«Una cosa che ho scoperto durante un viaggio in Africa, fa parte delle tradizioni dei Tingatinga. È un segno di appartenenza ad un gruppo, diverso per ogni villaggio. In molti casi sono proprio incisioni sulla pelle, verticali o orizzontali. Sono disposti a farsi uno sfregio sul volto per segnalare la propria appartenenza», spiega. Scelta che ha fatto anche lui in prima persona decidendo di incidersi sulla pelle il suo essere membro della tribù umana e scegliendo di ritrarre soltanto personaggi che hanno lottato per un un futuro migliore sacrificando tutto per un ideale: «gli eroi della mia tribù sono di ispirazione per gli altri».

Eroi fragili nella loro umanità, pronti ad ammettere e a pagare i propri errori, come Maradona realizzato sulla facciata di un palazzo di dieci piani con le collette degli Ultras, «quelli considerati sempre da tutti teppisti», a San Giovanni a Teduccio.

In quello che per tutti era “il Bronx” iniziarono ad arrivare turisti, prima dall’Argentina e poi da tutto il mondo. In una sorta di riscatto di uno degli angoli bui del mondo, di quelli che si ricordano solo per metterli nell’elenco di quelli ‘da evitare’: «non credo che la street art possa cambiare il mondo ma quanto meno può accendere un faro e dire ci sono anche questi posti qua e questa gente qua».

E non sono solo Gomorra («Non lo vedo. Marco D’amore mi ha chiesto un’opera da mettere nel film ma ho detto no perché non mi piace questa rappresentazione dei quartieri, non la ritengo veritiera o quanto meno mi pare che manchi un pezzo della narrazione ossia le istituzioni»).  Chi mettere nel palazzo accanto a quello del Pibe de oro?  La scelta cade su un altro eroe fragile da tutti considerato ‘diverso’: Niccolò, un ragazzino autistico.

Accanto alle divinità profane nella galleria di Jorit c’è posto anche per quelle religiose, con il “trucco”. «Nel 2015 mi proposero di fare San Gennaro ma io non sono credente e inizialmente rifiutai. Poi dissi “sì, ma solo se riusciamo a comunicare qualcosa di più importante”. E quindi santifichiamo i lavoratori e lo abbiamo fatto con il volto di un mio amico, sempre chiuso in carrozzeria. Lo abbiamo fatto diventare santo. Pure lui si chiama Gennaro, però è un carrozziere. Ora c’è il suo volto all’ingresso di Forcella».

Per Firenze invece la scelta ricade su Antonio Gramsci, sempre nel solco di quei valori imprescindibili per l’artista. «Rappresenta l’idea di riscatto e di uguaglianza che ha dato a tutti e che a me e a tanti amici miei è mancata. Si parla tanto di meritocrazia se poi si smantellano le scuole, gli ospedali. Che meritocrazia è se non partiamo tutti dallo stesso blocco di partenza? Io ho avuto fortuna ma magari là fuori c’è uno molto più bravo di me che non ha la stessa fortuna e non diventerà mai famoso. È una questione di giustizia sociale, bisogna tornare a dare a tutti gli stessi diritti, una cosa che si è persa nella nostra società».

Meritocrazia e giustizia sociale come antidoto anche alla criminalità da battere sopratutto tra i giovanissimi creando alternative. «Si parla di chi spaccia, di chi si distrugge con la droga. Se lo fanno è perché non hanno nient’altro, pure io non avevo altro e poi ho dipinto. Molti miei amici, invece, hanno fatto l’altro percorso e si sono distrutti la vita. Se dai un’alternativa ai ragazzi mica fanno questo, ché poi è una palla distruggersi la vita, ma fanno altro».  Alternativa che parte dalla scuola, «un diritto e un dovere per tutti», anche per la scugnizza napoletana o la piccola rom il cui volto campeggia su un palazzo a Ponticelli nel dipinto intitolato Ael. Tutt’ egual song’ e creature (i bambini sono tutti uguali), insieme a una serie di libri, una matita e uno strummolo.

Se a contestarlo, minacciando sui social di impedirgli di dipingere, a Firenze ci furono i neo fascisti, in Cisgiordania ha rischiato l’arresto mentre era alle prese con la riproduzione del volto di una ragazzina palestinese.

Scelte di contenuto prima ancora che meramente artistiche che riaprono la discussione sulla legalità o illegalità della street art e sulla deriva commerciale di un genere artistico nato come espressione di protesta, di rivendicazione sociale e disagio.

«La prima opera di grandi dimensioni a Napoli l’ho fatta io. Non ho mai messo la ‘firma’ sui monumenti, non volevo danneggiare e dalle opere di devastazione e rabbia ho deciso di costruire. Ho iniziato con le scale e poi con i ponteggi, cercando di capire come prendere le autorizzazioni», racconta. «Anche io ho fatto opere su commissione, devo pur mangiare. Non credo ai duri e puri ma – aggiunge – non deve essere pubblicità e non mi appartiene nemmeno il discorso decorativo di quanti prima dipingevano in cameretta e ora dipingono in strada. La street art non è la modalità ma il messaggio e se un’opera non ha un messaggio da trasmettere è una cosa meramente decorativa. Sarei disposto a difendere un’opera ‘illegale’ che trasmetta un messaggio e a condannarne una legale che però non ha un messaggio condivisibile».

Seduto davanti a un vasto pubblico in una fiera romana, indossando orgogliosamente un berretto blu e la felpa della Palestra Popolare intitolata a Valerio Verbano, cui ha recentemente dedicato un maxi ritratto a Roma sulla facciata dell’Istituto professionale ‘Federico Cesi’, il giovane artista guarda al futuro.

«In questo momento voglio fare solo quello che mi piace. In questo momento della mia vita sono molto in riflessione, scelgo accuratamente quello che mi va di fare, mentre dieci anni fa dicevo sì a quasi tutte le proposte adesso se il progetto non mi convince al 100% non mi faccio problemi a dire no. Voglio tornare a Cuba, vorrei contribuire ad aprire questo nuovo percorso a L’Avana, una strada di eccellenze italiane, e portare anche delle belle realtà artistiche».

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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