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Le ferite del vento. Cochi Ponzoni e Matteo Taranto raccontano le sconosciute vite dei padri

Un uomo maniacalmente metodico, amante dei proverbi e dell’ordine che vive all’insegna del motto «ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa». Raffaele non compare mai in scena eppure è il protagonista assoluto dello spettacolo di Juan Carlos Rubio – da cui è tratto l’omonimo film dello stesso regista e autore (Las heridas del viento, 2017) – Le ferite del vento, per la regia di Alessio Pizzech e con la produzione Società per Attori e Teatro Civico La Spezia, in scena al Teatro Sala Umberto di Roma.

A dargli corpo scenico e a raccontarcelo, ciascuno dal proprio punto di vista, sono suo figlio Davide (Matteo Taranto) e quello che scopriremo essere il suo “amante”, Giovanni (Cochi Ponzoni).

Due uomini diversi quelli che raccontano, eppure lo stesso uomo. Ma, del resto, chissà quanti altri Raffaele, in una pirandelliana molteplicità di identità, potrebbero raccontarci altre persone che lo hanno conosciuto.

immagine per Le ferite del vento. Cochi Ponzoni e Matteo Taranto raccontano le sconosciute vite dei padri

A causare l’incontro tra i due è la morte di Raffaele. Galeotto sarà uno scrigno chiuso a chiave che Davide – che spera di poter «trovare un ritaglio in disordine, sotto il quale riaffiorasse l’uomo, le emozioni e gli amori. Insomma, suo padre Raffaele» – rinviene mentre mette in ordine la casa paterna, come da richiesta dei due fratelli.

All’interno, dopo aver forzato la serratura, trova delle lettere ingiallite dal tempo indirizzate a suo padre da un uomo di nome Giovanni. Quelle missive gelosamente conservate sono lettere d’amore e di passione. Suo padre, quell’avvocato tutto d’un pezzo aveva quindi una relazione con misterioso mittente di quelle missive appassionate?

Questa scoperta aprirà nell’animo del giovane Davide una serie di dubbi ed interrogativi a cui dare risposta su una figura paterna, che non avrebbe mai creduto capace di tanta passione e passionalità, e sul rapporto con lui e con se stesso ma anche sulla propria incapacità di essere a pieno figlio e uomo.

Non potendo più porre quelle domande a suo padre, deciderà di farle a Giovanni.
L’incontro tra i due è scoppiettante.

Ognuno di loro ha un Raffaele da raccontare e ognuno di loro pensa di aver vissuto con l’ “unico” e “vero”. Matteo ha “conosciuto” un padre che non gli ha mai fatto una carezza – tranne in quella prima e unica volta al cinema insieme, ma solo perché smettesse di piangere durante la proiezione di Bambi – e che in famiglia non parlava mai se non di argomenti banali e di stretta attualità.

Quello di cui Giovanni si è innamorato, invece, è un Raffaele con cui ha portato avanti per 30 anni una silenziosa e fitta corrispondenza. Sì, silenziosa perché alle sue lunghe lettere appassionate puntualmente Raffaele rispondeva – tranne la prima con cui lo
invitava a non disturbarlo mai più e a rivolgersi ad altri studi legali – con pagine totalmente bianche.

Nessuna parola se non l’indirizzo sulla busta scritto di proprio pugno. “Risposte” puntuali quanto enigmatiche e senza parole che non lasciano intendere se e quanto quella passione fosse o meno ricambiata.

Tanto basta, però, a creare nell’uomo una passione che diventa un’ossessione, come «una lunga corda» che s’è «attorcigliato intorno al collo per questi trenta anni. E il vento si trasformò in ferita».

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Prima che con Davide e con la memoria di Raffaele, è con se stesso che deve fare i conti e con i dolori di quel legame profondo, misterioso e senza limiti di spazio e tempo che non ha mai davvero trovato concretezza ma che solo la morte di Raffaele ha fatto cessare («non esiste nulla di più egoista dell’amore. Mai innamorarsi di una persona che ci disprezza»).

Giovanni è un uomo solo e ormai anziano, elegante e dai modi bizzarri e fuori dalle righe. Lo ‘incontriamo’ mentre cerca per tutta casa il suo gatto Gianluca (nome di un suo ex fidanzato) che scopriremo solo poi essere morto da cinque anni, un modo per esorcizzare il passato e la perdita degli affetti. Annusa continuamente l’aria e le persone perché crede nel senso dell’olfatto più che negli altri sensi.

Il suo ingresso nella sua vita di Davide, architetto quarantenne poco incline ai rapporti sentimentali duraturi («non ho mai visto i miei genitori amarsi e non voglio fare la stessa fine: non credo nella coppia»), è dirompente.

Tra i due inizia un dialogo a tratti dai toni paterni e di profonda tenerezza nonostante il bacchettarsi e provocarsi ironico continuo.
Quella che lo spettatore si trova ad affrontare è una storia di educazione sentimentale e una grande domanda – ovviamente irrisolta – sull’amore e sul modo di amare o di non amare di quest’uomo, assente in scena eppure perennemente presente, nei racconti e nell’impronta che ha lasciato nella vita di Davide e Giovanni. Ma, allo stesso tempo, anche una grande domanda sulla complessità dei sentimenti e sui rapporti umani a livello universale. Siamo tutti e tutte un po’ Davide, un po’ Giovanni e un po’ Raffaele nelle diverse fasi della vita.

Un «racconto intenso, fatto di emozioni che narrano la bellezza e lo stupore di quando, fuggendo dagli stereotipi, viene rimesso in gioco il significato delle parole “padre” e “figlio”», si legge nelle note di regia.

«Preziosi oggetti di scena, sospesi nel buio e illuminati da tagli di luce, disegnano – aggiunge Alessio Pizzech – lo spazio dove viene raccontata la storia di due uomini che, attraverso un serrato dialogo tra loro, con se stessi e con il pubblico, svelano quanto illusoria sia la convinzione di conoscere le
persone care, quanto in realtà si sia estranei al loro universo interiore e quanto sia necessario sospendere il giudizio quando si parla di “amore”».

Ad impreziosire la pièce – così come nel film – è la voce di Mina, tanto amata dal defunto Raffaele,accompagnata da una cascata di petali e foglie mosse dal vento. Quello stesso vento che, sul finale, muove incessantemente le tende di plastica in scena. Un vento che, come impareremo insieme a Davide e Giovanni, provoca ferite che non sempre fanno male ma, anzi, a volte fanno guarire: «mi è sempre piaciuto ascoltare il suono del vento.

Il vento non fa male, non ferisce: ti dondola da una parte all’altra, ti scompiglia i capelli e i vestiti. Ma il vento può diventare anche un uragano che distrugge la tua vita e i tuoi sentimenti se non sei capace di allontanarti in tempo».

I due interpreti – sapientemente guidati da una regia salda e intelligente – si dimostrano all’altezza dei propri personaggi con un’interpretazione, in particolare quella di Cochi Ponzoni, che non scivola nella macchietta o nel facile stereotipo ma è in grado di mettere in luce con tenerezza ed empatia le fragilità umane e la dignità di un uomo oramai anziano alle prese con la solitudine (rinfacciatagli bruscamente durante un diverbio dal figlio dell’amato) ma anche la rabbia e lo spaesamento di un figlio alla ricerca di sé e del proprio posto nel mondo oltre che di un modello paterno da (ri)conoscere per affrancarsene finalmente e diventare adulto.

«Ho cominciato a conoscere mio padre il giorno che è morto. Un po’ tardi, vero?», si chiede Davide al principio e alla fine dello spettacolo. La risposta gli arriverà proprio da uno dei proverbi più cari a suo padre (“non è mai troppo tardi”) e le parole di Giovanni: «Se quello che cercavi in me era una risposta e una conferma che tuo padre era un essere umano con le sue passioni, mi dispiace di non potere aiutarti. Accettalo. È così facile incolpare gli altri, è così vigliacco. Tu hai bisogno di cambiare molte cose nella tua vita. Abbi cura di te, piccolo Davide. Non c’è nulla da fare contro un Golia, morto e sepolto. Perdona tuo padre, è l’unica maniera che hai di perdonare te stesso».

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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