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La parola al Teatro #70. Immacolata Concezione. La sacralità dell’amore secondo Vucciria Teatro

Va in scena l’amore, quello carnale e quello più spirituale, al Teatro Sala Umberto di Roma. A portarcelo è Immacolata Concezione,  uno spettacolo di Vucciria Teatro, per la regia di Joele Anastasi e nato da un’idea di Federica Carruba Toscano che veste anche i panni della protagonista.

Concetta (Federica Carruba Toscano) è un terremoto generato dall’incontro tra spiritualità e carnalità. Entra in scena attraversando la platea completamente nuda, vestita solo della sua innocenza con i lunghi capelli scuri a coprirle appena i seni floridi e un sorriso pulito e inconsapevole, trascinata con un campanaccio al collo come un animale da un padre che, perse tutte le sue capre, la cede alla signora Anna (Joele Anastasi), la maîtresse del bordello, in cambio di una capra gravida e della speranza di ricominciare l’attività che costituiva  fonte di sostentamento per l’intera famiglia.

È così che il pubblico incontra questa ragazza silenziosa, tanto da avere la fama di non esser troppo intelligente, che sorride sempre con l’innocenza e l’inconsapevolezza dei bambini e di chi non conosce né la cattiveria né la malizia e i piaceri della carne. Va al patibolo con il sorriso sulle labbra, come una ‘capra da scannare’ con il corpo di donna – dall’innegabile bellezza e sensualità – ma l’innocenza e la purezza di una bambina.

È l’ultima arrivata tra le signorine di donna Anna ma la sua fama cresce velocemente e senza sosta, del resto – come soleva cantare De André di un’altra signorina in altri tempi – “una notizia un po’ originale, non ha bisogno di alcun giornale, come una freccia dall’arco scocca, vola veloce di bocca in bocca”.

I clienti sono estasiati da Concetta e vogliono solo lei, tra le ire delle altre signorine che si interrogano su quali strane maverie e quali segreti nasconda la nuova arrivata per avere un tale successo. Tra i clienti più affezionati c’è don Saro La Rocca (Enrico Sortino), il signore del paese che la regola vuole abbia il diritto di consumare per primo con ogni ragazza del bordello.

Siamo nella Sicilia degli anni ‘40, come ci ricordano in più punti i dialoghi tra alcuni avventori della casa chiusa. Sul palco, a comporre la scenografia molto semplice ed essenziale, c’è una grande giostrina chiusa da tende che ruota all’occorrenza, i manichini che insieme agli altri attori della compagnia (Ivano Picciallo) impersonano i vari clienti delle signorine ma a disegnare davvero la scena sono le luci che sottolineano le vicende e le emozioni dei protagonisti.

Ha l’odore dei mandarini la pelle di Concetta, che ama particolarmente mangiarne. Ha il ‘potere’ di stregare gli uomini con cui – pur rimanendo sempre ligia alle sette regole della casa  – non si stanca mai di “fare l’amore”. Attività che, scopriremo solo più tardi, ha un’accezione ben diversa da quella che tutti immaginano anche per via delle mirabili prestazioni che tutti millantano di aver ricevuto da lei nella stanza del bordello.
Concetta è vergine, immacolata. Lei è e fa l’amore ma non quello carnale, profano e passionale che ci si aspetterebbe da una donna che vende il proprio corpo.

Lei fa l’amore con i suoi clienti facendogli la barba, giocando con loro a fare la lotta ospitando le loro lacrime sul proprio petto, quelle lacrime che in quanto uomini non potrebbero versare in pubblico.

Lei, con la sua innocenza, “sente” l’anima dei suoi clienti e mette a nudo la loro fragilità nascosta. È fatta santa – come lei stessa dirà in un emozionante monologo, recitato in maniera magistrale da Federica Carruba Toscano che, nel corso di tutto lo spettacolo, regala al suo  personaggio una profondità e uno spessore veramente notevole –  da quegli uomini perché li ha guardati negli occhi per la prima volta, perché ha dato loro la possibilità di piangere, ridere e non perdere la loro virilità “perché loro vogliono fare la guerra. Hanno il mare dentro gli occhi che ci vuole annegare a tutti. E mi ficiru santa perché io non ci addumandava nenti. [..]  Io non mi stanco, non mi stancherò mai. Il mio nome è amore, io sono immacolata.. Immacolata concezione”.

Tutti gli uomini impazziscono per lei e la vorrebbero tutta per sé, come fosse un oggetto di inestimabile valore o un’immagine sacra da venerare tanto che lo stesso curato del paese (Ivano Picciallo) non volendo “sporcare” ai suoi occhi l’immagine di creatura pura preferisce – a differenza di quanto fa con le altre signorine – non ascoltarne le confessioni.

Primo tra tutti, don Saro che incarica il ‘figlioccio’ Turi (Alessandro Lui) di vegliare sulla ragazza senza però avere con lei rapporti carnali ché ciò suonerebbe ai suoi occhi come un tradimento, quasi un incesto visto che per lui il giovane è quasi un figlio. La “magia” di Concetta non lascia, però, immune nemmeno Turi che – ricambiato – si lega alla giovane tanto da ‘fare l’amore con lei’ raccontandole la storia di Colapesce ma anche prendendola carnalmente con la violenza. Un unico atto d’amore carnale che la trasformerà da “capra da scannare” in “capra per fare figli”. Una gestazione che arriverà ancora di più a sublimare in Concetta l’amore nell’accezione più sacra e pura che si possa immaginare.

Immacolata concezione porta in in scena, come racconta racconta il regista e drammaturgo Joele Anastasi «la potenza e il culto dell’immagine che, arrivando a disumanizzare un corpo vivente per trasformarlo in feticcio, è soggetto alla necessità d’instaurare una relazione fondata sui desideri inespressi del proprio inconscio».

Concetta è, si legge ancora nelle note di regia, «la santa della carne e racconta quale terremoto possa generare l’incontro tra spiritualità e carnalità sul piano della collettività. Gli anni ’40 del secolo scorso rappresentano uno spartiacque essenziale nella storia dell’umanità. L’avvento della seconda guerra mondiale, con tutto quello che ha causato, ha rivelato come l’essere umano stesso sia stato brutalmente reificato e desacralizzato.

Da quel momento storico la visione stessa dell’umanità, sia nelle relazioni tra le persone che nel rapporto con il potere, muterà profondamente e il concetto stesso di sacro cesserà di avere una corrispondenza nel piano del reale.

La pièce, dunque, mostra il punto di snodo di un sistema sociale in cui le relazioni vorrebbero ancora essere prodotte invece che brutalmente consumate. Sebbene raccontino un mondo in cui può esistere ancora futuro e speranza, contengono già il germe di quella deriva malata che troverà nel conflitto mondiale e nei regimi totalitari una possibilità d’espressione».

Ancora una volta la compagnia Vucciria Teatro si confronta in scena con una tematica intima e cruda ma anche stavolta si dimostra all’altezza del compito non tradendo le aspettative del pubblico che esce invece dal teatro portando con sé l’emozione di un racconto emozionante e non banale che tocca corde profonde dell’animo umano come il bisogno di essere amati al di là della maschera sociale che si indossa e la possibilità nell’amore vero e disinteressato di mettere a nudo anche le proprie fragilità potendo contare su una carezza come quelle che Concetta offre ai suoi clienti nel “fare l’amore” a suo modo con loro.

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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