La guerra delle donne raccontata da Lucilla Galeazzi

La storia la scrivono i vincitori, rigorosamente di sesso maschile però. Alle donne, quelle dei vincitori quanto quelle dei vinti, la storia non dedica che qualche svogliata e sbiadita riga. Madri, sorelle, mogli, figlie: ruoli secondari da relegare in un cantuccio. Eppure le donne la guerra la vivono e la fanno, al pari degli uomini. Da un fronte diverso – ora anche da quello bellico – ma non meno pieno di sofferenza.
E allora, silenzio, parlano le donne. Anzi, “parla una donna“: Matilde Serao. Le pagine del suo Diario femminile di guerra, raccolta di articoli usciti su Il Giorno dal 25 maggio 1915 – data di entrata in guerra dell’Italia – al marzo 1916, aprono il sipario de Il fronte delle donne, lo spettacolo per la regia di Maria Rosaria Omaggio, ideato e interpretato da Lucilla Galeazzi insieme a Levocidoro (Sara Marchesi, canto e narrazione; Chiara Casarico, canto e narrazione; Susanna Buffa, canto; Susanna Ruffini, canto; Marta Ricci, canto; Nora Tigges, canto; Stefania Placidi, chitarra), in scena al Teatro Vascello di Roma dal 20 al 25 febbraio e al Teatro Comunale Secci di Terni dal 15 al 16 marzo.

Contadine, operaie, conduttrici di tram ma anche intellettuali, poetesse e contadine. La guerra porta al fronte anche le donne, un fronte senza bombe o mitragliette ma fatto di un nuovo ruolo da ricoprire rapidamente e senza troppe titubanze. L’ “angelo del focolare domestico” diventa parte attiva dell’economia e della società collettiva andando a sostituire gli uomini in fabbrica o nei campi.

Sempre però rigorosamente a metà della paga e con meno diritti, in quanto donne.

Il fronte delle donne, attraverso i canti di Lucilla Galeazzi e (di) Levocidoro, accompagnate magistralmente dalla chitarra di Stefania Placidi, porta in scena attraverso le poesie di Ungaretti e i versi di Sfida di Ada Negri, i canti di guerra – eseguiti in polifonia a tre voci, a due voci o a voce sola, anche senza alcun accompagnamento strumentale – le pagine e le storie delle donne nel conflitto del ’15- ’18, la guerra più sanguinosa che la storia abbia conosciuto.

Nessuna lettura indulgente o di parte ma una ricostruzione fatta anche attraverso l’uso sapiente di immagini di repertorio e testimonianze.

Tra gli orrori di un paese in ginocchio coi propri figli condannati a morire al fronte in nome di equilibri geopolitici sconosciuti, la componente femminile trova la sua forza e la sua resistenza.

Eccoci tra i banchi della fabbrica per dodici ore di lavoro fatte di ingiustizie e sfruttamento e tra le lenzuola delle donne dei bordelli che per “allietare ufficiali e soldati semplici” erano costrette anche a 140 rapporti al giorno, ma anche tra le crocerossine che al fronte curavano soldati feriti e moribondi. Perché il paese non poteva fermarsi. Sfilano una dopo l’altra sul palco, ciascuna col suo nome e con la propria storia – grande merito di autrici e protagoniste – come piccoli tasselli unici ma universali di una grande storia.

A conflitto finito, però, «sono ridiventate delle donne, delle semplici oscure donne. Nella loro sussultante sensibilità, nella loro tenerezza sanguinante in tutte le loro viscere materne.

Sofferente di un dolore che non ha nome e che ha tutti i nomi, tutte non sono più che madri di soldati, mogli di soldati, sorelle di soldati». Nonostante i piccoli focolai di rivendicazione sia dal punto di vista salariale che politico – per il diritto al voto, ad esempio – in tutta Europa, la fine della guerra e il rientro di quanti non avevano lasciato la vita in trincea segna il ripiegarsi su se stessa di questa pagina di vita e di r-esistenza.

E allora, silenzio va in scena la storia. La storia di chi resta, di chi deve far continuare ad andare avanti il paese e che nei libri di storia scompare o conquistano a fatica tre righe o quattro righe. Quella di chi sta dall’altra parte, dall’altra parte del fronte. In qualunque modo si chiami quel fronte e in qualunque modo si chiami il conflitto. Che sia prima guerra mondiale o conflitto israelo-palestinese, che sia avvenuta agli inizi del Novecento o solo ieri.

Valentina Ersilia Matrascìa

Valentina Ersilia Matrascìa

Classe 1987, romana di nascita e siciliana d'origine. Comunicatrice e addetta stampa free lance. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale (curriculum Operatori della comunicazione interculturale) e in seguito, presso l'università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d'inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame - Festival dei libri sulle mafie e per l'agenzia di stampa Omniroma. Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all'antimafia sociale passando per l'immigrazione, il mondo Lgbtqi e quello dei diritti civili). Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole.

Commenta

clicca qui per inviare un commento