«Bisogna avere coraggio di donna per affrontare se stessi. Così fino alla fine del tempo». A Circe quel coraggio non manca, si potrà dire lo stesso degli uomini che si guardano nel suo specchio? È una versione del mito che parte da un punto di vista insolito quello portato in scena da Circe al Teatro India di Roma all’interno di “Progetto Donne! Trilogia sulle donne dal mito ai social” che partendo dal racconto antico arrivano ad un presente fatto di social e nuovi linguaggi.

Nella trilogia delle donne di sangue e giustizia – Clitemnestra (2021), Medea (2022), Circe (2023) – di Luciano Violante per la regia di Giuseppe Dipasquale che vede Viola Graziosi nei panni delle protagoniste e di voce narrante sono, infatti, le dirette interessate a prendere parola e a raccontare in un percorso ideale che unisce le figure femminili del mito, archetipi che ci permettono di conoscerci e riconoscerci.
Tre donne confinate nella maledizione, che convivono con il marchio di assassine, streghe ammaliatrici e seduttrici senza remore e che, nella rilettura dell’ex magistrato e deputato, vengono ‘riabilitate’ da una narrazione diversa che rovescia la lettura tradizionale e le vede – come spiega lo stesso Violante in una recente intervista al Corriere della Sera – come «eroine che hanno attraversato l’immaginario collettivo e che possiamo rileggere oggi alla luce della nostra storia contemporanea».
Dopo Clitemnestra, donna forte e decisa che non si piega alle convenzioni sociali del suo tempo e nella letteratura greca si contrappone alle tante mogli di eroi, fedeli devote silenziose, che rivendica giustizia e vendica l’assassinio di sua figlia Ifigenia sporcandosi le mani di sangue e Medea – «maga, che è quasi come dire fattucchiera, dea o semidea, assassina, riscatto dei morti di mafia.
Colei che sa scegliere le erbe, sa leggere le parole del vento, che ha una visione del mondo nella quale ci sono le consapevolezze dei misteri» – che uccide i figli perché non crescano schiavi, Circe chiude il cerchio e diventa la giustizia tout-court che si pone davanti agli uomini e ne indaga le profondità dell’animo.
È colei che, rivendicando la sua dignità di donna, si fa specchio degli uomini.
Non più la maga cattiva o l’ammaliatrice senza scrupoli che trasforma gli uomini in porci rivalutata nel Novecento, quando diventa figura della donna moderna, libera e consapevole, capace di contestare gli stereotipi della cultura eroica patriarcale e simbolo dei rischi di isolamento e delle difficoltà di comunicazione con l’altro sesso insiti nella nuova condizione femminile, ma una donna-dea complessa che sceglie una nuova condizione consapevole del peso di questa scelta e capace di vedere ben oltre l’apparenza.

Mandata sulla terra dal Sole, suo padre, per creare «un porto per chi ha ingiustamente sofferto o per chi cerca di affrancarsi dalla proprie inquietudini», è la sacerdotessa del dolore e dopo aver attraversato le terre da Occidente ad Oriente si stabilisce – come indicatole dal padre – nell’isola di Eea accompagnata da un gruppo di donne di ogni età incontrate durante il viaggio con cui istituisce «un governo di donne, capaci nello scettro e forti nella spada» perché «il nuovo mondo ha sguardo di donna».
Durante il tragitto conoscerà uomini e donne ingiustamente condannati da racconti menzogneri, come lei, «perché per gli umani sovente la verità è piena di spine mentre l’inganno di miele».
È prima di approdare ad Eea che avvengono due incontri singolari: quello con la poetessa russa Anna Achmatova che chiede giustizia per il figlio attraverso il racconto e la memoria e con Giuda Iscariota.
Mentre gli altri due testi della trilogia partono dal mito e arrivano alla contemporaneità – con Achab, che la spinge a salpare verso il suo destino, nel caso di Clitemnestra e con Falcone e Borsellino in quello di Medea che Violante (nella piéce che ha debuttato, nel trentennale delle stragi, all’interno della Chiesa San Domenico di Palermo davanti alla tomba di Falcone, il giusto che si oppone a Giasone il calcolatore) collega anche ai fatti di mafia in una Sicilia che uccide i figli per i propri crimini.
L’eroina del male viaggerà fino a noi “nella terra a tre punte” sul carro del sole per farsi testimone delle conseguenze dei suoi atti – Circe fa il percorso inverso.
Sull’isola si susseguono gli sbarchi. Uno dopo l’altro i personaggi arrivano con le loro vicende e le loro sfide, a ciascuno Circe concede ascolto e accoglienza prima di porli davanti allo specchio che svelerà loro la vera essenza della loro anima.

Al centro della scena un grande oblo, uno specchio che somiglia ad un grande occhio su cui vengono proiettate immagini e volti (tra cui la partecipazione video di Graziano Piazza) e che ci permette quasi di guardare nell’anima dei vari personaggi. Davanti allo specchio il grande abito di Circe dai toni dell’oro e del verde acqua in cui l’attrice si insinua andando a vestire i panni della protagonista.
È Viola Graziosi a dare voce e corpo al personaggio di Circe e a tutti quelli con cui ella si confronta, passando magistralmente dall’uno all’altro con dei mutamenti di voce caleidoscopici.
Indubbia la capacità interpretativa e l’empatia con cui l’attrice indossa per l’intero spettacolo (in tutti e tre gli episodi della trilogia, dalla durata di circa un’ora ciascuno) il personaggio e riesce a farlo sentire vicina al pubblico, spogliandola del retaggio negativo datole dal mito e dalla tradizione.
Lo spettatore ha davanti agli occhi una nuova Circe e riesce a interagire con lei, con il suo racconto e con la sua essenza.
Tra gli arrivi sull’isola, paradigmatico sarà quello di Odisseo, tessitore di inganni, giunto a chiedere aiuto e ristoro.
Una volta compreso di trovarsi in una terra governata ed abitata esclusivamente da donne, metterà in campo l’arma della seduzione tentando di ammaliare la sovrana che dopo un iniziale turbamento («gli occhi scivolavano sui fianchi di Odisseo e lui mi guardava») non si lascia sedurre e resta ferma nella sua lucidità dimostrandosi fragile e forte allo stesso tempo, donna e dea («conosco il tuo sguardo, uguale a tutti gli sguardi di maschi arroganti. Tu non mi inganni»).
Anche con lui, Circe si pone come specchio con cui guardarsi dentro e permettergli di accogliere la sua immagine riflessa, ciò che realmente è.
Odisseo, però, nonostante proclami il suo desiderio di imbarcarsi per tornare nell’amata patria, dall’amata moglie e dall’amato figlio non ha realmente intenzione di fermare il suo viaggio. Mente a Circe – anche a proposito del suo incontro nell’Ade con la madre, gli eroi del passato e – e, soprattutto, a se stesso.
Di fronte alla lastra che rimane completamente nera, Circe lo affronterà apertamente («Non sono gli uomini che ti inseguono, né ti insegue l’ira di un dio. Ti inseguono le tue stesse menzogne. Ti inseguono le tue infedeltà ai compagni, al regno e alla sposa. Persino la lastra si rifiuta di restituire un’immagine di te, Odisseo. Tu menti a te stesso e nell’inganno consumi il tempo di vita che gli dei ti hanno assegnato») mettendolo alle strette e spingendolo a fare i conti con se stesso prima di tornare sull’isola.

Parla ad Odisseo ma parla anche a noi, qui ed oggi, mettendoci di fronte alla nostre responsabilità e alle nostre menzogne. Esiste una giustizia divina o dello Stato o il bene e il male sono una scelta personale, quotidiana e costante, che ci riguarda e ci riflette?
L’eroe mitologico, le cui mani restano sporche del sangue del sacrificio del rito di purificazione, rimane, però, fermo nella sua posizione e nella sua natura: «Io sono quello che sono. Nessun dio può mutare il cuore di un uomo, se l’uomo non vuole. Io voglio non aver catene. Questa è la mia tragica libertà».
A Circe non resta che lasciarlo andare incontro al suo destino sperando silenziosamente e invano in un suo ritorno, segno di un suo improbabile cambiamento. Odisseo non tornerà ma qualcuno racconta di vedere sulle acque e tra le nebbie due velieri muoversi di pari passo: quello di Odisseo e quello di Giuda.
Il primo acclamato come il grande eroe e il secondo, vittima di una menzogna è additato per i secoli dei secoli: «il colpevole è accolto, l’innocente è respinto».
Il 19 novembre le tre pièce sono state rappresentate in una lunga maratona al Teatro India mentre in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne il Teatro di Roma ha realizzato, insieme a Viola Graziosi con la regia di Rosa A. Menduni e di Roberto De Giorgi, una mise en espace dedicata al tema della violenza di genere dal titolo Qualcosa di lei presso il foyer del Teatro Argentina.
Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.
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