Un viaggio di dolore ma anche di tenerezza e di speranza che mette il lettore davanti alla responsabilità di liberarsi dai pregiudizi e di guardare la persona, la sua storia e non il reato. Le persone al centro di Vite minori: Storie vere di ragazzi dietro le sbarre di Raffaella Di Rosa (ed. Il Millimetro) sono quelle che popolano il mondo della detenzione minorile, tra rabbia e speranza, con sogni fragili e un futuro sempre più incerto.

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Vite minori: Storie vere di ragazzi dietro le sbarre di Raffaella Di Rosa (ed. Il Millimetro) a Più Libri Più Liberi 2025

«Questo di Raffaella Di Rosa è un libro che racconta il carcere, in particolare la realtà del carcere minorile, da tutte le angolazioni e questo è molto importante perché il cosiddetto “problema carcere” non riguarda solo i detenuti. Troppo comodo! Per carità, riguarda i detenuti e le nostre battaglie continuano ad essere nel loro interesse. Però, renderlo un problema solo loro significa allontanarlo totalmente dall’interesse collettivo perché il detenuto in fondo è “uno che se l’è cercata”», spiega Ilaria Cucchi durante la presentazione durante la prima giornata della edizione 2025 di Più libri più liberi.

Mette al centro le storie e lo fa da cronista, Raffaella Di Rosa (giornalista del Tg di La7 di cui conduce tutte le mattine l’edizione delle 7.30, e precedentemente nella redazione del programma di RaiTre L’Elmo di Scipio con Enrico Deaglio. Si occupa di cronaca e politica ed è autrice di servizi rivolti principalmente a tematiche sociali, dalle migrazioni ai femminicidi), che affida la prefazione del volume alla penna di Enrico Mentana e a quella di Gaia Tortora la postfazione. Attraverso un meticoloso lavoro di indagine, infatti, raccoglie le testimonianze di chi vive la realtà penitenziaria minorile, detenuti ma anche agenti, cappellani, educatori, infermieri, magistrati. «Volevo capire chi fossero questi ragazzi e quali storie arrivano nelle carceri minorili. Se un minore arriva “dentro” è perché “fuori” non ha funzionato qualcosa», spiega.

In Italia al momento sono attivi 17 IPM – Istituti di pena per minorenni (altri tre sono in costruzione), quello che una volta era detto “riformatorio” e nell’ultimo anno, anche dopo il Decreto Caivano, sono sovraffollati e pieni di rabbia, tra rivolte e tentativi di evasione.

«Facciamo una precisazione, e lo dico da politica – continua la senatrice Cucchi – e da sorella di Stefano Cucchi che di carcere ci è morto, che la questione carceri non nasce con il governo Meloni ma molto prima. Se sentiamo parlare sempre di più di sovraffollamento e dall’altra parte c’è sottodimensionamento spaventoso di operatori che oltretutto molto spesso non hanno una formazione adeguata a gestire situazioni anche molto complicate». Una questione che non riguarda più solo i detenuti adulti «Rispetto all’ottobre 2022 – aggiunge – la presenza dei minori in carcere è aumentata del 50%, anche per via dell’introduzione del decreto Caivano. Sono perfettamente inutili e non hanno ragione di esistere, sono luoghi in cui vengono da contesti spesso molto complicati e ai quali lo Stato dovrebbe fornire l’opportunità di una via di uscita o una seconda chance, invece fa l’esatto opposto».

L’equazione è spesso facile “se sei detenuto, vuol dire che te la sei cercata, che te lo sei meritato”. Basterebbe, però, leggere con attenzione quanto sancito dall’articolo 27 della Costituzione per capire che alla detenzione non è affidato solo il ruolo punitivo ma anche quello della rieducazione e del reinserimento sociale attraverso attività formative, professionali e trattamenti individualizzati gestiti da figure professionali specializzate che aiutino i detenuti a sviluppare consapevolezza e autonomia per affrontare il futuro.

A maggior ragione se si parla di minori. Non sempre è così, anzi. L’accento è sempre di più sulla punizione.  “Noi siamo uomini a perdere”, disse una volta un detenuto condannato all’ergastolo.  È questo il destino che attende anche i minori detenuti? Sono destinati ad essere “ragazzi a perdere”?

«Quei ragazzi sono figli nostri, potrebbero essere i nostri figli. Inutile storcere il naso e pensare a me non capiterà mai perché non esistono i figli perfetti. Oggi i tipi di reato sono cambiati, in carcere ci sono anche ragazzi “con famiglie normali”», spiega Gaia Tortora. «Frequento le carceri da trent’anni, ormai. Ad un ragazzo a Casal del Marmo – aggiunge – chiesi “come lo vedi il tuo futuro fuori da qui?” e lui mi disse che il futuro non lo vedeva proprio perché “se esco da qui io torno lì, torno a fare quello che facevo. Non ho nient’altro”. Quel ragazzo dopo dieci giorni ha compiuto diciotto anni ed è stato trasferito a Rebibbia dove si è impiccato. Ho deciso quel giorno di non abbandonare questi ragazzi».

Ma quali sono i numeri della detenzione negli istituti di pena minorili? «Parliamo di seicento ragazzi in tutta Italia, circa. Questo è un numero che non si può gestire se non in determinate condizioni? Spesso parliamo di strutture la cui finalità principale non è il ragazzo ma l’indotto che si crea per cui agenti, operatori, stipendi, ecc. Seicento ragazzi che potremmo trattare in comunità ovviamente adatte ai minori perché fare l’agente penitenziario per gli adulti è un conto, quello dei minori è ancora più complicato. Spesso chiedono tornare in carcere perché lì si sentono protetti e non sanno dove andare. Le risorse che usiamo per tenere seicento ragazzi in carcere, potremmo usarle per quei seicento ragazzi ma diversamente», precisa Tortora.

Vite minori «spesso parcheggiate lì a non fare niente. Ci sono strutture come quella di Treviso che potrebbe ospitare dodici persone e invece ne ospitano ventiquattro. Cosa vuol dire questo? Che una cella in cui dovrebbero stare due persone ce ne sono quattro di cui due dormono su un materasso buttato per terra e sono incazzati neri e non possono non dargli torto. Hanno dentro una rabbia, la stessa per cui sono finiti dentro, che in cella coltivano e aumenta ancora di più. Al sovraffollamento poi coincide di conseguenza la mancanza di attività perché i numeri sono difficili da gestire e perché manca il personale», conferma l’autrice.

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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