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Elena, la matta di Piazza Giudia in scena per l’ottantesimo anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma

Non era matta Elena Di Porto. Era una donna ribelle e anticonformista, a cui stavano strette le regole e le convenzioni dei suoi tempi. Conosciuta nel ghetto di Roma come “la matta di Piazza Giudia”, la sua storia torna in scena – all’interno del fitto calendario di eventi in occasione dell’ottantesimo anniversario del rastrellamento degli ebrei da Roma – al Teatro India attraverso l’intensa interpretazione di Paola Minaccioni – accompagnata dalle note di Valerio Guaraldi, Giacomo Belli e Claudio Giusti – del monologo scritto dalla giornalista Elisabetta Fiorito.

immagin per Elena, la matta di Piazza Giudia

Liberamente tratta dal libro (La matta di piazza Giudia. Storia e memoria dell’ebrea romana Elena Di Porto, edito da Giuntina) del ricercatore e archivista Gaetano Petraglia, la piéce Elena, la matta di Piazza Giudia si apre con il racconto di quel 16 ottobre 1943, il “sabato nero” del ghetto di Roma, in cui i nazisti alle 5.15 del mattino invasero le strade del Portico d’Ottavia e rastrellarono 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini.

Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Direzione Auschwitz. Solo quindici uomini e una donna (Settimia Spizzichino) ritorneranno a casa. Nessuno dei bambini, invece, è mai tornato.

Venuta a sapere (da una cugina che lavorava a servizio in casa di un carabiniere) delle intenzioni dei nazisti, la sera del 15 ottobre Elena tenta di avvisare il resto della comunità ma, anche per via della sua fama di “matta”, non viene creduta: «io c’ho provato ad avvisarli venerdì sera ma loro non mi hanno creduto. Pioveva, ho pure attraversato il fiume. Li ho aspettati alla Reginella. Zuppa, fradicia. Ho corso da Trastevere ma non mi hanno creduto, mi hanno riso in faccia. M’hanno detto che ero matta, lo sapevano tutti. M’hanno detto: ‘i tedeschi sono di parola, nessuna retata, l’hanno promesso quando j’avemo consegnato i cinquanta kg di oro’».

Messi in salvo i sue due figli, si nasconderà su un tetto riuscendo a sfuggire alla cattura ma vedendo sua cognata Annita – che le ha sempre voluto bene – e i suoi nipoti sui camion dei nazisti, li raggiunge e finisce anche lei al collegio militare di Via della Lungara e poi sui treni in partenza verso i lager. Un gesto istintivo che, però, le costerà la vita.

È da qui, da quella rivelazione inascoltata, che parte il racconto in prima persona della protagonista che ripercorre la sua intera esistenza. Dall’infanzia nel ghetto in una famiglia di ambulanti al matrimonio che si rivela poi ben lontano da quel sogno d’amore dei primi giorni e da cui nascono due bambini.

Anticonformista, ribelle, antifascista per indole e femminista ante-litteram, a farsi mettere i piedi in testa da qualcuno Elena Di Porto proprio non ci sta e, fascisti o meno,  non guarda in faccia a nessuno. Se c’era qualcuno da difendere, anche a costo di alzare le mani, non si tirava mai in dietro. Un’indole e un innato senso di giustizia che le costa cara più di una volta con più ricoveri nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà e successivamente, all’entrata in guerra, mandata al confino prima in Basilicata poi nelle Marche.

Solo con la caduta del fascismo, tra la fine di luglio e l’agosto 1943, può rientrare a Roma e ritrovare i suoi figli. Una gioia breve interrotta prima dall’arresto dopo l’assalto ad un’armeria per procurarsi delle armi dopo l’armistizio dell’otto settembre e poi tragicamente dal rastrellamento del 16 ottobre.

Intensa, sentita, emozionata ed emozionante l’interpretazione di Paola Minaccioni che dimostra una estensione vocale oltre che, eseguendo il brano “Le Mantellate”, una capacità canora notevole. Un’interpretazione che – seppur da dietro un leggio, affiancato solo da un tavolino con pochi oggetti di scena (sigarette, bottiglia e bicchiere, documenti) –  non risparmia nemmeno un muscolo dell’attrice, dalla mimica facciale alla prossemica e ai movimenti del corpo. Prezioso anche l’accompagnamento musicale dei tre musicisti.

Presenti in platea il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, la scrittrice Lia Levi, il presidente della Fondazione Museo della Shoah (che ha organizzato l’evento), Mario Venezia, e l’assessore alla Memoria della comunità ebraica di Roma, Daniele Regard, che a margine dell’evento ha dichiarato:  «La comunità è stata scossa dagli eventi recenti ma non dobbiamo smettere di ricordare. È troppo importante. Sulla Shoah, una delle cose più importanti è chi, anche a Roma, fece una scelta. Elena fece la scelta di lottare, non ha mai smesso di lottare e credere nei suoi principi».

Alla figura di Elena Di Porto, in questi giorni, è stata dedicata una puntata  del podcast de Il Sole 24 ore di “La Razzia – Cinque storie dal ghetto di Roma”, a cura di Elisabetta Fiorito, attraverso le testimonianze del nipote di Elena, Marco Di Porto, e di Gaetano Petraglia.

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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