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La parola al Teatro #69. Ovvi destini. In scena le inconfessate dinamiche dell’anima

Tre sorelle, un incidente e un enigmatico quanto incomprensibile sconosciuto che arriva nelle loro vite a rimescolare le carte. Con Ovvi destini, dopo il successo della Trilogia di MezzanottePrima di andar via, Dall’alto di una fredda torre, L’ora accanto –, Filippo Gili torna a portare in scena le dinamiche familiari, i legami umani ma anche e soprattutto le inconfessate oscurità dell’animo umano.

È un cast d’eccezione quello guidato dal regista e drammaturgo nella lunga tournée per i teatri italiani iniziato a Roma con le anteprime al Teatro Tor Bella Monaca, 12 e 13 marzo, e finito il 15 maggio con l’ultima replica al Teatro Sala Umberto di Roma.

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Costanza (Daniela Marra) è la più piccola delle tre. La sua giovane vita è stata sconvolta dal crollo di un edificio, in cui hanno perso la vita due ragazzini sconosciuti, che le ha spezzato le gambe costringendola a vita sulla sedia a rotelle. Una mente brillante ma allo stesso tempo cinica ed estenuante alle prese con l’insostenibile ossessione di trovare un modo saggio di convivere con la sua infermità.

Tra le ‘vittime’ privilegiate della sua ossessione c’è Lucia (Anna Ferzetti), la sorella di mezzo, segretaria in uno studio notarile votata alla paraplegia della sorella piccola al punto da farsi lasciare dal suo compagno per dedicarsi totalmente a lei.

È una donna introversa ma spiritosa e lapidaria. Tra le domande che Costanza le rivolge nel suo eterno gioco al massacro e con cui la incalza fino all’esasperazione, una coglie il focus dello spettacolo stesso: quante vite di persone che non conosci, saresti disposta a sacrificare per salvare quella di chi ami? Una domanda a cui Costanza esige una risposta di pancia, immediata, istintiva e sincera.

Una domanda che riguarda e riporta al centro esclusivamente l’interiorità e gli egoismi dell’individuo. Pubblico compreso. È, infatti, impossibile non chiedersi “cosa risponderei se fossi al suo posto e se quella domanda l’avessero rivolta a me?”.

La primogenita Laura (Vanessa Scalera), invece, non vive con le altre due sorelle ma fa loro visita quasi quotidianamente. È una traduttrice simultanea, una mente brillante quanto solitaria per natura, caduta nella trappola della ludopatia che funge probabilmente anestetico al grosso senso di colpa che deve mantenere segreto dentro di sé.

Se dal giorno dell’incidente la paralisi di Costanza è fisica, quella di Laura è emotiva, è una donna buttata in una situazione al limite che prova a sfuggire all’inferno che ha dentro cercando la fortuna, presentando ad ogni giocata alla vita la richiesta di riscatto e di rivincita per quell’enorme colpa che la perseguita.

Il suo è un segreto che inaspettatamente non è l’unica a conoscere come le rivelerà proprio l’arrivo di Carlo Alessi (Pier Giorgio Bellocchio) mettendola totalmente in crisi e in difficoltà con se stessa e con le sorelle.

L’uomo, che si rivelerà poi come un fisiatra, è a conoscenza del segreto di Laura perché presente al momento del crollo. Si presenta all’improvviso, dopo due anni, e la mette a conoscenza del fatto che lui sa – così come sa della sua ludopatia – e che il suo silenzio ha un costo: l’equivalente dei soldi  (metà del suo stipendio) che Laura spende ogni mese tra lotto, slot machine e lotterie varie. In realtà, appare ben poco interessato ai soldi.

Nella sua ambiguità e in quella dei suoi discorsi Alessi è il buco nero della storia, un perverso deus ex machina avvolto da un alone di mistero – tanto da mettere nello spettatore il dubbio che non si tratti di una figura umana o paradossalmente che sia solo l’incarnazione dei sensi di colpa che tormentano Laura – che inizialmente veste poco credibilmente i panni del ricattatore per poi mostrarsi come un soprannaturale benefattore: un angelo o un demone intenzionato a mettere discordia tra le due sorelle maggiori regalando a Laura la possibilità di un miracolo, di realizzare un desiderio impossibile pur conoscendone le profonde debolezze?

Di fronte alla possibilità di realizzare a costo zero qualcosa di tanto irrealizzabile appare quasi ovvio, infatti, alle due donne che il desiderio che Laura esprimerà sarà quello di far tornare Costanza – ignara di tutto – a camminare.

Non è la guarigione della sorella il suo desiderio più grande, del resto? L’inconscio, però, farà il resto come emerge nel finale dai toni amari.

Laura, come dichiarato in un’intervista a questa testata dal regista e drammaturgo, Filippo Gili, infatti, «sa razionalizzare i suoi sensi di colpa, ma non i suoi desideri. È vittima innocente di se stessa. Tutti noi, se non lasciamo passare più di tre decimi di secondo, messi nelle sue condizioni esprimeremmo qualcosa di assurdo, sconvolgente, preumano e preaffettivo».

Ci troviamo di fronte ad «un thriller a innesco ontologico metafisico legato ai desideri. Desideri di cui quest’uomo (Carlo Alessi, ndr) provocherà la nascita proponendo qualcosa di scandalosamente e incredibilmente poco umano», secondo la stessa definizione che ne dà lo stesso Gili. «Un testo sul senso di colpa e quanto questo possa poi alla fine agire sulla la vita degli uomini, cambiarla, colorarla di grigio», conferma l’attrice Vanessa Scalera facendo ovviamente particolare riferimento al suo personaggio.

La maggior parte delle scene, proprio a sottolineare questa dimensione domestica e familiare, si svolge intorno ad una tavola imbandita durante i pasti nelle casa che un tempo ospitava tutte e tre sorelle.

La scena è tutta lì, nel quotidiano domestico immobile come le gambe di Costanza dal giorno dell’incidente che ha cristallizzato irrimediabilmente le vite delle tre sorelle. Una immobilità, quella di Costanza e quella dei destini delle tre, che sembra ormai ovvia e senza fine.

La scenografia  – un tavolo da pranzo, un divano e pochi altri elementi di arredo casalingo – aiuta in questo, rendendo tutto essenziale e statico come le luci dai toni caldi che provenendo dallo sfondo mettono in evidenza il soggetto anche, e soprattutto, nei cambi scena mettendo al centro anche durante questi ultimi proprio i protagonisti e i loro contrasti interiori e non.

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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