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La parola al Teatro #65. Bartleby lo scrivano. Leo Gullotta e la rivoluzione della rinuncia

Nella routine ormai consolidata all’interno di uno studio legale di Wall Street popolato da una curiosa umanità – due impiegati, Turkey (Massimo Salvianti) e Nippers (Andrea Costagli), che passano il tempo tra battibecchi e frecciatine, una segretaria civettuola,  la signorina Ginger (Lucia Socci), e Rita (Giuliana Colzi), una donna delle pulizie stakanovista – arriva, a rompere gli equilibri di questo moto perpetuo beatamente burocratico, un nuovo scrivano, Bartleby (Leo Gullotta). È il suo ‘no’, gentile ma fermo, il protagonista di Bartleby, lo scrivano di Francesco Niccolini liberamente ispirato al racconto di Herman Melville per la regia di Emanuele Gamba andato in scena al Teatro Quirino di Roma.

Bartleby, di cui si ignora finanche il nome di battesimo come la provenienza e lo stato civile, è un uomo mite e silenzioso. Una “figura scialba nella sua dignità, pietosa nella sua rispettabilità, incurabilmente perduta», la racconta Melville, anche nell’aspetto dimesso e quasi anonimo, sia pur nelle sue stranezze come quella di nutrirsi unicamente di biscotti allo zenzero. Copia e compila diligentemente le carte che gli passano, senza concedersi distrazioni e sbavature. Quasi come una macchina. Non partecipa alle dinamiche dello studio, non prende posizione nei battibecchi continui tra Turkey e Nippers né tanto meno si cura di cercare le attenzioni, così ambite dai due colleghi da essere spesso al centro dei loro scontri, della signorina Ginger.

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Bartleby lo scrivano, Leo Gullotta – foto Luca Del Pia

Il suo “no”, per quanto detto senza strepiti ma con fermezza e coraggio, a spiazzare e a rompere un equilibrio che appariva immutabile. Arriva un giorno all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno, alla richiesta dell’avvocato di rileggere gli atti trascritti e poi andrà avanti – come una litania  con rarissime varianti ma con il medesimo significato. «Avrei preferenza di no», quattro parole dette quasi sottovoce. Una rivoluzione a tratti incomprensibile, soprattutto per l’avvocato che – a differenza degli altri – prova a capire e interpretare il comportamento del suo impiegato, prendendone a cuore le sorti al punto da apparire anche fesso agli occhi degli altri.

Un piccolo granello di sabbia che rompe e blocca un ingranaggio consolidato. Da anonimo e insignificante, quanto meno per il sistema capitalistico e per la società, grigio impiegato, Bartleby diventa il simbolo di una rivoluzione  che rompe gli argini di schemi consolidati di un mondo sempre più frenetico e alienante con l’ossessione della produttività.

«Mentre tutto e tutti (scrivani, religiosi, soldati, banchieri, politici, artisti) procedono aggressivi e baldanzosi, forse colpevolmente ignari, fra nuove ricchezze e nuove schiavitù, l’ultimo entrato in scena si mette di traverso e con una frase che sembra arrivata da un remoto passato monastico, avvia un inesorabile processo dubitativo di disgregazione di un moloch che si incarna nel binomio “lavoro/dovere”», si legge nelle note di regia redatte da Emanuele Gamba.

«Bartleby si incunea e si incista nella storia positiva di Wall Street – continua Gamba – ma non è un batterio che ammalerà l’ambiente, è la cura che proverà a salvare un mondo malato che si nutre di numeri e algoritmi.
Bartleby è l’eroe dell’inazione, della non violenza che è azione negativa e costruens allo stesso tempo; è il titano della grazia leggera di chi dice “non in mio nome”. È il gigante che usa un piccolo granello e poi un altro e un altro per inceppare il grande meccanismo che regola e cadenza notte e giorno dell’homo oeconomicus. Bartleby per tutto il tempo cerca il raggio di sole che una volta al giorno entra nell’ufficio sepolcro. Forse Bartleby è principalmente questo, un seme che eroicamente, pervicacemente grida sottovoce il proprio diritto alla scelta e alla libertà e si fa filo d’erba in mezzo al cemento, contro tutto, ma per tutti».

Voce narrante dello spettacolo è il titolare dello studio legale, un uomo buono, gentile, così anonimo che non ne conosciamo nemmeno il nome. “Una persona eminentemente cauta e fidata” che svolge “un lavoro discreto fra i titoli, le obbligazioni, le ipoteche di uomini abbienti”, come si descrive lui stesso. Sarà lui a prendere a cuore le stranezze e le sorti di Bartleby e a chiedersi quasi ossessivamente le ragioni del suo comportamento e a cercare di aiutarlo, proponendosi di ospitarlo in casa propria e arrivando a cambiare la sede del proprio studio pur di non buttarlo in mezzo ad una strada.

Il disvelamento arriverà soltanto nel finale dello spettacolo, solo con la fine di Bartleby verrà alla luce la sua identità e, in parte, le motivazioni delle sue scelte e delle sue bizzarrie.  «Il fatto è che Bartleby, semplicemente, ha deciso di negarsi. Perché? Quando lo scopriremo, sarà troppo tardi», scrive lo sceneggiatore Francesco Niccolini.

«Il silenzio inspiegabile di Bartleby – aggiunge – ci turba e ci accompagna da un secolo e mezzo: perché sulla sua scrivania non batte mai il sole? Da dove viene la sua divina povertà? Perché non è possibile salvarlo? Perché non vuole essere salvato? Abituati all’idea di sviluppo e crescita senza limite con la quale siamo cresciuti, Bartleby ci lascia spiazzati: in lui nessuna aspirazione alla grandezza, solo rinuncia. In barba ai vincenti, ai sorrisi a trentadue denti, agli eternamente promossi e ai trend di crescita. Come se lui, il povero Bartleby simbolo della divina povertà, portasse sulle sue spalle il lutto per le titaniche e deliranti ansie di vittoria ed espansione del nostro mondo».

Una profonda riflessione melvilliana, tradotta in drammaturgia da Niccolini, che ha debuttato nel 2019 nel festival teatrale diretto da Cappuccio riscuotendo un grande successo. La tournée per i teatri di tutta Italia però si è interrotta a causa della pandemia per riprendere in questi mesi.

Un’opera scritta più di cento anni fa (la prima pubblicazione risale, infatti, al dicembre 1853) che risulta però attualissima e che – come ricordato dal protagonista, Leo Gullotta, in un’intervista – «smuove e sveglia tutti quei fantasmini che ognuno di noi si porta dietro e che per viagliaccheria non tiriamo mai fuori. Con una semplice frase e senza violenza si ribella al sistema. Una frase che, allo spettatore all’uscita dal teatro, lascia nell’animo una domanda: tu, caro spettatore, sei stato capace di fare delle scelte profonde nella tua vita? Mai come oggi, ahimé, dobbiamo riflettere e capire, pensare e soprattutto ritrovare noi stessi».

Il personaggio di Bartleby, infatti, secondo l’attore, «riesce a smontare, a distruggere un ufficio, manda a casa tutti, una società. È un personaggio emblematico ovviamente. Bisogna saper scegliere nella vita come fa Bartleby, bisogna metterci la faccia e lui ce la mette con dignità, con gusto e c’è nello spettacolo questo legame con la platea».

Notevole la sinergia tra tutti gli attori del cast che toccano in vari momenti di esilarante comicità così come è innegabile la capacità di Gullotta di calarsi nei panni di quest’uomo semplice eppure così enigmatico nei suoi modi e nei suoi silenzi. Perché Bartleby è un vero alieno nella società e tra sé e la società mette un muro fatto di assenza di parole, salvo i suoi “avrei preferenza di no”, che rappresentano praticamente il 99% delle battute da lui pronunciate durante tutto lo spettacolo.

A parlare per lui però la grande espressività mimica e facciale dell’attore catanese che regala intonazioni e sfumature di tono sempre diverse alla frase e a catturare il pubblico suscitandone ora l’ilarità, ora la tenerezza, l’empatia e l’identificazione nei confronti di questo personaggio così insolito quanto vincente sia pur nella sua sconfitta.

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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