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Stai zitta! La parola delle donne è ancora sovversiva

«Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva», scriveva la scrittrice e intellettuale Michela Murgia nel suo Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più, edito da Einaudi nel 2021.

E di star zitte non hanno nessuna voglia Antonella Questa, Valentina Melis e Letizia Bravi (che in questa prima parte di tournée sostituisce Teresa Cinque) guidate sapientemente dalla regia di Marta Dalla Via, che firma anche l’adattamento drammaturgico, nell’omonimo spettacolo (Stai zitta!) andato in scena al Teatro Sala Umberto di Roma.

immagine per Stai zitta! Foto Antonio Ficai
Stai zitta! Foto Antonio Ficai

Un compito tutt’altro che facile quello di portare sulla scena un saggio che, per gli argomenti e i toni trattati oltre alla personalità dell’autrice, faceva fatica a restare su carta e che sollevò non poche polemiche (che, a giudicare dai commenti apparsi sui profili social del teatro all’annuncio dello spettacolo, sembrano ben lontani dall’essere sopite e risolte).

Missione decisamente compiuta, però. Le interpreti trovano, infatti, nella comicità e nell’ironia dissacrante fatta anche di inserti musicali e citazioni di canzone un’arma per raccontare in modo intelligente e diretto la discriminazione di genere e di come questa trovi spazio e diffusione proprio nel linguaggio in un Paese in cui ogni tre giorni si registra un femminicidio e l’età delle donne che subiscono violenza o molestie si è abbassata, come quella dei loro abusanti, fino a sfiorare i 14 anni.

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Stai zitta! Foto Antonio Ficai

Le tre personagge – l’ancella del patriarcato Letizia Senzacognome, l’attivista e sociolinguista Vera (ogni riferimento alla professoressa Vera Gheno sarà da considerarsi puramente non casuale?) con i suoi “dieci minuti di parità” e Martina che mette da parte la sua passione per la danza e la sua professione per essere madre e moglie, scelta che a suo marito non viene nemmeno chiesto di fare – incontrandosi in una bizzarra seduta di autocoscienza per “maschiliste anonime” ripercorrono ad uno ad uno gli stereotipi di genere con cui qualunque donna si trova a fare i conti per tutta la vita.

Dal mansplaining alla censura, passando per i sensi di colpa indotti sin dalla culla per il solo fatto di appartenere al genere femminile (“potevi stare più attenta…”, “te la sei andata a cercare…”, “è colpa tua se ti ha lasciato/tradito..”, “è colpa tua se sei stata stuprata o molestata…”, “se non volevi che ti guardassero non dovevi metterti quella gonna…”), per il cosiddetto tone policing, per la celebrazione della figura “mamma e moglie di”, la declinazione esclusivamente al maschile delle cariche e delle professioni (soprattutto se di potere) e per l’uso indiscriminato del nome proprio per rivolgersi alle donne o parlare delle donne, ignorandone il cognome (in alternativa usando quello del marito), il titolo di studio o la carica ricoperta.

Non è per l’informazione e i media ancora troppo spesso veicolo di stereotipi e messaggi sessisti oltre che fuorvianti, non ultimi quelli che raccontano i femminicidi usando termini come “raptus”, “dramma della gelosia”, “amore malato” o “gigante buono” o facendo victim blaming (colpevolizzazione della vittima, ndr) con allusioni al carattere esasperante di lei o al fatto che lei avesse tradito il suo assassino o volesse metter fine alla loro relazione come movente del delitto.

immagine per Stai zitta! Foto Antonio Ficai
Stai zitta! Foto Antonio Ficai

Le parole di Michela Murgia – che nella sua opera afferma “I tentativi di ammutolimento di una donna verificatisi sui media italiani negli ultimi anni sono numerosi. La pratica dello “Stai zitta” non è solo maleducata, ma soprattutto sessista perché unilaterale.

Che cosa c’è dietro questa frase? Per quale motivo tutti coloro che la ascoltano pensano si tratti di una reazione normale nella dialettica con persone di sesso femminile?” – vengono agite in una scenografia essenziale ma arricchita da elementi simbolici e iconici (“le cavole” e un fondale che diventa funzionale alla narrazione cambiando colore).

In platea, tante le donne ma non mancano gli uomini pronti, tra una risata e l’altra, a riflettere sugli effetti della cultura patriarcale e – come ricordato a più riprese anche dalle tre protagoniste – anche sulle loro vite e invitati ad un esame di coscienza perché il non agire e il non prendere posizione non rende meno colpevoli.

L’indifferenza è complicità. Attenzione agli auspici delle tre fatine: “chiunque sia nato da vagina, diventerà femminista entro la mezzanotte di oggi”!

L’applauso a fine spettacolo è scrosciante – e rigorosamente senza distinzione di genere – e diventa ancora più forte al nome di Michela Murgia.

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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