Per questo mi chiamo Giovanni, come ‘o giudice

Per questo mi chiamo Giovanni. Da un padre a un figlio la storia di Giovanni Falcone è andato in scena al teatro Vittoria, Roma.

Le parole, a seconda di come le scrivi e di come le pronunci, cambiano significato.

Capaci, ad esempio, scritto e letto tutto di seguito fa pensare ad una persona capace. Letto con una pausa tra la prima sillaba e le restanti, invece, racconta di un luogo, un luogo di pace: ca paci, qui c’è la pace appunto. Ma a Capaci, allo svincolo dell’autostrada, pace non ce n’è.

Lì, inizia e finisce, quasi in un cerchio perfetto, la vicenda portata in scena da Gianni Clementi per la regia di Stefano Messina con Per questo mi chiamo Giovanni. Da un padre a un figlio la storia di Giovanni Falcone,  liberamente ispirato al romanzo di Luigi Garlando tornato in scena per due serate speciali al teatro Vittoria.

Due storie: quella di Giovanni, preadolescente palermitano sfegatato tifoso rosanero e di un altro Giovanni che lui non conosce. Sarà suo padre a raccontargliene la storia e a spiegargli perché lui, come l’altro, si chiama Giovanni.

L’occasione è l’ennesimo atto di bullismo ad opera di un compagno di classe del ragazzo di fronte al quale, lui e tutti i suoi compagni, hanno scelto ancora una volta la via dell’omertà. Stefano Messina e Pietro Messina, padre e figlio nella vita come in scena, partono quindi per un viaggio di un giorno che diventa un viaggio nella storia d’Italia, della mafia e dell’antimafia.

Un racconto leggero ma non banale, che alterna momenti di ilarità e complicità scanzonata tra padre e figlio a momenti di informazione e riflessione profonda e puntuale, della vita di quell’omonimo, ‘o giudice: Giovanni Falcone.

La narrazione della vicenda umana e professionale del magistrato, raccontata senza idolatria e con un linguaggio semplice e vicino a quello del giovane, fatto anche di metafore calcistiche, scolastiche, del mondo dei fumetti e del pubblico coetaneo cui si rivolge – prevalentemente ma non esclusivamente lo spettacolo – s’intreccia inevitabilmente con quella della mafia, il carciofo contro cui, negli anni ottanta, il magistrato nisseno Antonino Caponnetto metterà in campo una squadra senza precedenti: il pool antimafia che con il maxi processo segnerà un goal importantissimo nella lotta contro la criminalità.

È un cuntu, quello del padre che appassiona e rapisce il figlio e il pubblico.

Un cunto che ha il gusto del tramandare, della storia personale e familiare come tassello di una storia più grande, nazionale e universale. Fatto di parole, di metafore e di immagini.

La scenografia dello spettacolo, infatti, composta da pochi oggetti che prendono vita e significati diversi a seconda dei momenti della narrazione vengono completati dal fondale su cui vengono proiettate immagini e filmati tra cui alcune interviste al magistrato che, da oggetto della narrazione, diventa quasi una terza voce scenica.

Le varie tappe dei successi di Giovanni Falcone nella liberazione di Palermo e della Sicilia dal cancro mafioso s’intervallano con quelle umane e personali, tra cui l’incontro e il matrimonio con Francesca Morvillo, fino a quel tragico 23 maggio 1992.

Quella data e quel luogo, lo svincolo tra Palermo e Capaci, rappresentano il nodo. L’anello di congiunzione tra i due Giovanni. È lì che con l’attentatuni finisce la vita del magistrato palermitano; è lì che in quel momento suo padre sfrecciava in macchina per raggiungere la sala parto in cui suo figlio stava nascendo.

Un nodo forte ma non l’unico.

Come oggi il giovane Giovanni si trova di fronte alla scelta tra tacere e denunciare il bulletto che gli ruba i soldi per le figurine impedendogli così di completare la pagina del suo amato Palermo, in quel maggio 1992 suo padre si trovò di fronte alla scelta di continuare o meno a foraggiare la mafia pagando il pizzo.

Entrambi, seguendo l’esempio di quel Giovanni, faranno la loro scelta.
È per questo che Giovanni si chiama Giovanni.

Valentina Ersilia Matrascìa

Valentina Ersilia Matrascìa

Classe 1987, romana di nascita e siciliana d'origine. Comunicatrice e addetta stampa free lance. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale (curriculum Operatori della comunicazione interculturale) e in seguito, presso l'università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d'inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame - Festival dei libri sulle mafie e per l'agenzia di stampa Omniroma. Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all'antimafia sociale passando per l'immigrazione, il mondo Lgbtqi e quello dei diritti civili). Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole.

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