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Minchia Signor Tenente. La memoria della strage di Capaci da 15 anni sulla scena

Si sente forte e chiaro a 30 anni da quel 23 maggio del 1992 che ha segnato la storia d’Italia il “grido” di Minchia, signor tenente di  Antonio Grosso, per la regia di Nicola Pistoia in scena al Teatro Ghione.

Nella tranquilla, seppur scapestrata, routine di una caserma di carabinieri in un piccolo paesino siciliano sul cucuzzolo di una montagna arriva il tenente Prisco, tutto ordine e disciplina, a sparigliare le carte. L’arrivo dell’ufficiale, però, è solo l’inizio di una turbolenta, seppur comica, rivoluzione nella vita dei carabinieri della caserma (due napoletani, un romano, un pugliese e un siciliano).

Là dove non succede mai niente e l’aria è sempre la stessa, così come le persone e le cose, e dove l’unico turbamento degno di nota, penalmente parlando, è il ladro di galline rivelatosi poi una volpe, i permessi di caccia del farmacista e le denunce di furti improbabili di Domenico Parerella, pensionato convinto che tutti complottino ai suoi danni, e l’illecita – secondo il regolamento dell’Arma – relazione tra un militare e  la panettiera Sara, una ragazza del paese (relazione nota a tutti, tranne alle gerarchie militari, ma di cui tutti fingono di non sapere nulla), arriva la notizia di un pericoloso latitante nascosto in zona.

Le alte sfere dei carabinieri indagano e sono sulle sue tracce. Una notizia su cui dovrebbe vigere il massimo riserbo  ma che, in realtà, è il segreto di Pulcinella. In paese, ancora una volta, tutti sanno tutto. Tra siparietti, giochi di parole e gag dialettali si ride di una quotidianità piacevole e fatta di piccole e inconsapevoli cose quotidiane in una commedia che lascia anche spazio alla riflessione. Del resto, come scriveva Orazio nelle Satire, “ridentem dicere verum: quid vetat?” (“Cosa proibisce di dire la verità scherzando?”, trad.).

Scritto nel 2008 da un poco più che ventenne Antonio Grosso – in scena insieme a Gaspare Di Stefano, Francesco Nannarelli, Cristian Di Sante, Francesco Siggillino, Martina Zuccarello, Antonello Pascale e Natale RussoMinchia, signor tenente per quindici anni ha girato in lungo e in largo i teatri italiani,  tanto da esser  stato replicato per 370 volte e visto da circa 70 mila spettatori, tra cui circa 5 mila studenti.

Con le ultime repliche romane (al Teatro Ghione – con 2000 persone in 4 giorni e due serate sold out – e al Teatro Tor Bella Monaca) giunge, però, secondo quanto annunciato dall’autore e protagonista alla sua ultima messa in scena.

«Credo che questo sia l’ultimo anno, quello definitivo. Abbiamo voglia di fare altro e poi è una drammaturgia di quando avevo 23 anni e un po’ sono cresciuto..», ha, infatti, spiegato Grosso durante una recente intervista televisiva.  Dopo più di 10 anni di onorato servizio, la famosa caserma dell’appuntato Milito, dei carabinieri Moroni e Merilli, del brigadiere D’Onofrio, del Maresciallo Chichierchia e del Tenente Prisco, chiude i battenti.

«È uno spettacolo – ha inoltre aggiunto – che portiamo da tanto tempo in giro. Uno spettacolo nazionalpopolare in cui il pubblico, che reagisce sempre bene, si fa trasportare ed è una commedia. Parlare di mafia in maniera comica è  piuttosto difficile, non ho inventato nulla. Accade da sempre nella tradizione della commedia all’italiana.
Ciò che Pif ha fatto con il suo film La mafia uccide solo d’estate, noi l’abbiamo fatto un pochino prima.

Affrontare un tema del genere è sempre un’emozione particolare. Quando Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo, è venuto a vederci per la prima volta inizialmente non riusciva a capire poi, però, alla fine dello spettacolo ha capito e se ne è innamorato tanto che sono anni che ci segue in giro per l’Italia».

Proprio il fratello del magistrato ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992 , è autore di una struggente lettera che la compagnia legge alla fine dello spettacolo (o che legge direttamente Salvatore Borsellino quando è presente in sala), facendosi portavoce e veicolo del suo messaggio di memoria e impegno.

Si ride, ci sono i carabinieri – che Grosso conosce bene essendo figlio e nipote di militari dell’Arma («facendo l’attore ho interrotto la tradizione di famiglia ma, in un certo senso, la divisa l’ho indossata anche io») –  ma non è una barzelletta. Tutt’altro.

Ecco che in una denuncia compaiono le parole “oggi, 20 maggio 1992..” e in sala si crea il silenzio perché il pubblico inizia ad intuire che sta per accadere qualcosa, perché quella data – così vicina a quella tristemente nota – lo mette in allarme.

A maggior ragione visto che il latitante mafioso è ancora a piede libero nella zona e la sua voce – così come le sue nefaste intenzioni (che lasciano respirare allo spettatore, pur senza nominarla, oltre alle bombe del ‘92-93  anche la ‘presunta’ trattativa Stato-mafia) – la avvertiamo nelle intercettazioni telefoniche che vengono trasmesse durante lo spettacolo.  A completare l’opera quel delicato incarico che il tenente Prisco assegna a due dei suoi giovanissimi uomini: scortare un giudice.

E in un non detto che suona rumoroso come un’esplosione scopriamo che in un “paese dove ci tocca farci ammazzare per poco più di un milione al mese”, come quello che cantava Giorgio Faletti nella canzone che dà il titolo allo spettacolo, i due carabinieri sono morti in un attentato, quello che tolse la vita a  Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro il 23 maggio 1992 sull’autostrada nei pressi di Capaci.

«Ed è così, tutti sudati, che abbiam saputo di quel fattaccio, di quei ragazzi morti ammazzati. Gettati in aria come uno straccio, caduti a terra come persone che han fatto a pezzi con l’esplosivo che, se non serve per cose buone, può diventare così cattivo che dopo, quasi, non resta niente..», sembra di sentirlo Faletti. Anche se non c’è.

Ma c’era quella sera del 26 febbraio 1994, quando Antonio Grosso insieme a suo padre era tra i milioni di spettatori in attesa di conoscere il vincitore del quarantaquattresimo Festival di Sanremo, e l’ex maresciallo Grosso pensava e sperava ad alta voce: “Se quest’anno vince Faletti, l’Italia cambia”.
Quell’anno, però, il Festival non lo vinse Faletti.

Il messaggio arriva forte e chiaro, con l’impeto di un pugno nello stomaco e la gentilezza di una carezza, quando a chiudere lo spettacolo, prima dei doverosi applausi e della lettura corale della lettera di Borsellino, scorrono, sulle note di Fango di Jovanotti, le foto di quanti e quante hanno perso la vita per mano delle mafie.

Ecco allora i volti di Peppino Impastato, Rocco Chinnici, Giuseppe Fava, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rita Atria ma anche Giuseppe Di Matteo, Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato e Mario Francese scorrere mentre il Jova nazionale canta “io lo so che non sono solo, anche quando sono solo” a ricordare al pubblico che fuori da quella sala nessuno è solo e ognuno può (e deve, o meglio dovrebbe) fare la sua parte per continuare la lotta di quelle persone, oltre il mero ricordo di circostanza.

Fa riflettere il fatto che il brano scelto non sia stato quello – forse troppo scontato – di Faletti, che invece viene semplicemente citato in alcune sue parti nello sfogo di uno dei carabinieri nei confronti del superiore dopo aver appreso il tragico destino dei suoi colleghi, morti «con queste divise, che tante volte ci vanno strette, specie da quando sono derise da un umorismo di barzellette. E siamo stanchi di sopportare quel che succede in questo Paese dove ci tocca farci ammazzare per poco più d’un milione al mese. E c’è una cosa qui nella gola, una che proprio non ci va giù. E farla scendere è una parola, se chi ci ammazza prende di più di quel che prende la brava gente.. [..] Ma quanto tempo dovrà passare per star seduto su una volante. La voce in radio ci fa tremare, ché di coraggio ne abbiamo tanto ma qui diventa sempre più dura quando ci tocca di fare i conti con il coraggio della paura».

Si parla – e si ride – di mafia e di mafie senza la retorica della lacrima facile e necessaria (perché a richiederlo è il cerimoniale dell’argomento e dell’anniversario di turno, giusto per lavarsi la coscienza).

Si parla di mafia perché esiste, anche quando e lì dove non succede mai niente, perché a volte c’è anche quando non si vede e non si fa sentire, perché non ha alcun interesse a farsi sentire, fino a quando in un solo attimo.. una bomba, due magistrati morti ammazzati insieme alla scorta su un’autostrada siciliana.

Lo scorso 29 aprile, il gruppo di promozione artistica e teatrale SquinternatiRoma ha conferito ad Antonio Grosso lo “Squinternato d’oro” per “il cervello, il cuore e il coraggio dimostrati nella sua carriera, perché con cervello, cuore e coraggio ha imparato a fare le cose difficili: dare la mano al cieco, cantare per il sordo e soprattutto attraverso l’arte del teatro, vivendo sul serio quello che gli altri nella vita recitano male, a liberare gli schiavi che si credono liberi”.

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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