«Fellini una volta mi disse che l’unico vero realista è il visionario. Ecco, credo che questa definizione sia perfetta per Andrea Camilleri. Perfetta a millimetro per la sua preziosità, per la sua semplicità perché la grandezza sta nella semplicità e nel modo in cui si esprimono e si raccontano le storie. Mi piacerebbe tanto immaginare che quel mare che sta di fronte a Porto Empedocle, o all’immaginaria Vigata, un giorno si chiamasse proprio “Mar Camilleri” perché credo che in quel mare, dove nuota Montalbano, ci siano tante storie che Camilleri, come se fosse su un ponte immaginario, tira fuori e racconta con quella maestria che solo i grandi hanno e quella capacità di farti vedere quello che non vedi, quello di farti sentire ed emozionare, che è una cosa profonda, grande e straordinaria».

immagine per la copertina di Amo le triglie di scoglio. Andrea Camilleri si racconta, di Vincenzo Mollica e Bruno Luverà
Amo le triglie di scoglio. Andrea Camilleri si racconta, di Vincenzo Mollica e Bruno Luverà

È un emozionato Vincenzo Mollica a lanciare la proposta toponomastica in un videomessaggio durante la presentazione – nella terza giornata dell’edizione 2025 di Più libri più liberi – del libro scritto a quattro mani con Bruno Luverà per Rai Libri Amo le triglie di scoglio – Andrea Camilleri si racconta.

Sarebbe meglio dire un libro a sei mani, in realtà. È la “voce” dello scrittore e sceneggiatore siciliano, infatti, a dominare l’opera che si compone attraverso il mosaico degli incontri avuti con i due giornalisti del Tg1, che tra episodi inediti o poco conosciuti hanno ricucito i nastri di un lungo e affascinante incontro a più voci che Andrea Camilleri ha voluto depositare negli archivi della Rai, azienda per cui ha curato regie e sceneggiature e creato interviste “impossibili” a grandi personaggi del passato.

Non un libro di gastronomia (a dispetto del nome) ma un palinsesto di storie e occasioni e di aneddoti e ragionamenti «nato – spiega Luverà – per dire grazie ad Andrea Camilleri che ha passato 30 anni della sua vita in Rai e ha dato corpo e spessore al servizio pubblico con una grande capacità di innovazione.

Andrea è stato il produttore che ha messo in scena in televisione le otto commedie di Eduardo De Filippo in un momento strategico per la Rai in cui voleva diventare un moltiplicatore culturale di integrazione del Paese agli inizi degli anni 60.

Andrea ha curato la serie di Maigret, il commissario della mia generazione, per poi inventare, molti anni dopo, il commissario che ha reso possibile il sogno di Elvira Sellerio, Sciascia e Buttitta, cioè una casa editrice siciliana che guardasse la Sicilia con occhi diversi, quindi in qualche misura che andasse a disintegrare quel muro di pregiudizi che la vedeva come un luogo solo mangiato da una gorgone di nome mafia.

E ci è riuscito con il suo Montalbano.

Dall’infinito “acquario mediatico” che è l’archivio multimediale della RAI riemergono più di sedici mila interventi di Camilleri da riascoltare e rivedere senza l’ausilio dell’intelligenza artificiale «perché – continua – volevamo che nel libro Andrea parlasse davvero.

Con le pause, con i sorrisi, con la sua faccia che era un teatro.  Quando si toglie gli occhiali e poi se li rimette, anche quello è un racconto fatto con il linguaggio del corpo. È stato il tentativo nostro di ricostruire probabilmente il libro più bello suo che è il romanzo della sua stessa vita».

Una vita epica e «fantastica, quasi magica», come ricordano le nipoti dello scrittore, Alessandra e Arianna Mortelliti.

«Io e Arianna – racconta Alessandra – facciamo sempre riferimento ad un film che è Big Fish di Tim Burton che tanto ci ricorda la figura di nostro nonno. Una vita incredibile i cui episodi ci sono stati narrati proprio nostro nonno sin da quando eravamo bambine e ogni volta che ce li raccontava si aggiungevano dei dettagli differenti.

Per noi i nipoti era qualcosa di incredibile ma a un certo punto non riuscivamo più a distinguere ciò che era vero da ciò che lui aggiungeva ed inventava.

Il Fondo Camilleri, da questo punto di vista, è molto importante perché racconta la storia di un ragazzino che sin da piccolo in maniera assolutamente metodica, quasi compulsiva, non faceva altro che raccogliere materiale, scrivere di sé, di quello che leggeva e di quelle che erano le sue aspirazioni.

Quando le figlie sono andate a cercare in cantina qualcosa che riguardasse il padre non si aspettavano certo trovare in qualche maniera la sua vita già catalogata. E questo dà la misura di quanto incredibile fosse la sua la sua testa sin da piccolino ed è molto importante per tutti noi ma soprattutto per i ragazzi perché racconta veramente la tenacia, l’essere testardi e l’andare avanti nonostante una serie infinita di “no” che avrebbero scoraggiato davvero chiunque.

Per questo ci teniamo molto che le scuole lo visitino e conoscono la storia di Andrea Camilleri da quando era piccolo fino a quando poi arriva a Roma e fa l’Accademia ma anche il fatto che sia partito per Roma con un intento e poi la sua testa si sia aperta verso nuovi verso nuovi orizzonti».

C’è posto tra le pagine e gli aneddoti di Mollica e Luverà per il Camilleri scrittore, per l’uomo Rai – la sua “seconda casa” come amava chiamarla – con 1300 regie in radio e la tv ma anche marito dell’adorata Rosetta, figlio che rivela di essersi ispirato al padre per il personaggio del commissario Montalbano, filosofo dall’ironia e dal sarcasmo dissacrante e spiazzante ma anche nonno e non solo.

«Mio nonno – precisa Arianna – è stato un eroe per me ma lo è stato anche per alcune persone che senza di lui sarebbero letteralmente morte. E questo l’ho scoperto grazie al fondo, appunto. Nonno ha conservato tutti i giornali quotidiani in cui c’era un articolo o una recensione, insomma qualcosa che lo riguardava.

C’era un quotidiano, non ricordo se fosse Repubblica o il Corriere della Sera. Sono andata subito nelle pagine di della cultura le libri, eccetera. Niente, non c’è traccia di lui. Però se non era nella sezione spettacolo o cultura, dove altro potevo trovare mio nonno?».

La sorpresa arriva leggendo da cima a fondo il quotidiano. «Alla fine – continua – finisco in questo articolo di cronaca, un incendio in un palazzo di Roma. C’è la testimonianza di una signora che ha salvato tutti i condomini perché sentita la puzza li ha avvertiti e sono riusciti a scappare tutti.

La signora racconta ai cronisti e ai poliziotti che stavo leggendo un libro di Camilleri e doveva per forza sapere chi fosse l’assassino, quindi, non riusciva a prendere sonno ed è andata avanti a leggere fino alle 4 del mattino accorgendosi dell’incendio e salvando tutti. Quindi mio nonno è stato anche un eroe».

Un uomo che, come raccomandò a Vincenzo Mollica, non perse e non dimenticò mai i colori della vita e della fantasia anche quando dovette vivere con “gli occhi del buio”.

«Una volta, visto che andavamo tutti e due verso la cecità, mi disse “ricordati di non perdere la memoria dei colori, quando diventerai cieco”. Perché – ricorda Mollica – le sue storie sono piene di colori che si interessano che si fondano insieme, che creano altri colori dei paesaggi, dei caratteri delle persone. È veramente straordinario tutto questo.

Tutte le pagine di Montalbano e dei romanzi di Camilleri meritano di essere lette, vissute e ancora rilette. Ma lì dentro ci sarà sempre Camilleri, che con quel suo sorriso ti dice “dai, andiamo avanti ché la vita è sempre un bel regalo e vale la pena di essere vissuta”.

 

Gatti e stazioni

Nell’occasione del centenario della nascita dello scrittore di Porto Empedocle tante sono le pubblicazioni che gli hanno reso omaggio. A dialogare con Camilleri, infatti, non sono solo Luverà e Mollica ma anche Gaetano Savatteri.

Il giornalista e scrittore, infatti, propone – in una presentazione ospitata nelle giornate della fiera capitolina – il suo Il gatto che prendeva il treno. Conversazione sulla magia delle stazioni edito da Bibliotheka.

Una conversazione-intervista nata nell’ambito della lavorazione di un libro fotografico sulle stazioni ferroviarie abbandonate in Sicilia, molte delle quali ancora oggi nelle stesse condizioni, che sia Camilleri che l’intervistatore ricordavano molto bene.

«Ci sono dei nomi delle stazioni siciliane come Vallelunga Pratameno, Santa Caterina Villarmosa, Valguarnera Caropepe o Palma di Montechiaro che sono bellissimi e ci servirebbe un poeta più che uno scrittore per mettere insieme questi nomi che sono pieni di suggestione, anche proprio a livello di fonetica. E poi c’era l’impatto con la stazione».

Se al centro della conversazione tra i due, avvenuta nel 2004, c’è il tema del viaggio e in particolare quello in treno, a dare il titolo al volume è uno degli aneddoti raccontati dal padre di Montalbano riguardo un gatto che ogni giorno in maniera totalmente autonoma saliva sul treno a Palermo per scendere a Termini Imerese e poi, in serata, riprendere il treno per Palermo.

«Questo povero gatto – precisa Angelo Piero Cappello, Direttore generale Creatività Contemporanea del MiC ed ex direttore del Centro per il Libro e la Lettura che interagisce con Savatteri nella presentazione moderata da Valentina Farinaccio – è secondo me al centro della questione.

Quello che io ho sempre apprezzato di Camilleri, che ritengo oltre che un grande scrittore anche un grande mestierante, intendendo con questo termine qualcuno che è profondamente consapevole del mestiere della letteratura, del mestiere dello scrivere.

Che è ben lungi dalla visione romantica della pagina che nasce da una fulminea ispirazione divina ma è piuttosto un lavoro di laboratorio, di lima, di correzione, di pagina strappata e riscritta. Credo che Camilleri, in questo senso, fosse veramente un addetto al mestiere della scrittura.

Quello che colpisce della narrativa di Camilleri è quella capacità di mettere al centro di tutta una narrazione un particolare minimo e quindi un particolare di un mosaico che poi si ne va a comporre tutto insieme».

«È la costruzione del grande affabulatore, non solo nella scrittura. È una delle sue grandi capacità, quella appunto di pigliare il dettaglio di esaltarlo», concorda il cronista di Racalmuto.

«Camilleri non guidava racconta Savatteried era un grande appassionato di viaggi in treno. Ci siamo incontrati perché anche io sono stato io ho fatto il pendolare da Racalmuto, il mio paese, ad Agrigento. Circa 20 km che io facevo in treno comodamente in tre quarti d’ora».  

Una passione, quella per il treno che lo accomuna al conterraneo Leonardo Sciascia. Entrambi senza patente e restii a prendere l’aereo – Sciascia scelse la locomotiva persino per arrivare a Stoccolma e Camilleri volava “molto malvolentieri”- sono accomunati anche dall’aver scritto un “libro poliziesco” ambientato in Sicilia.

Romanzi civili più che polizieschi vista la connotazione negativa che negli anni Sessanta aveva questa definizione essendo associato alla “letteratura ferroviaria”, ovvero libri considerati di consumo, da leggere e poi scartare durante un viaggio in treno. Nonostante questa percezione, Sciascia utilizzò il meccanismo del poliziesco per il suo primo libro sulla mafia destrutturandolo ma mantenendone il canone e dimostrando come un genere apparentemente “minore” potesse essere impiegato per affrontare temi sociali profondi.

Il giorno della civetta, si discosta dal classico romanzo poliziesco in cui il detective vince, mostrando invece la “sconfitta del detective”: i colpevoli non vengono arrestati e l’investigatore viene trasferito. Questo rappresenta un “passo in più” di Sciascia, che, come anche Calvino, sosteneva che non si potesse scrivere un giallo in Sicilia perché “tutti sapevano la verità in Sicilia ma non si poteva dimostrare”.

L’esistenza del treno diventa quindi fondamentale per la creazione di personaggi letterari come quelli al centro de Il giorno della civetta, Il treno ha fischiato di Pirandello o i romanzi del commissario Montalbano di Andrea Camilleri.

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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