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Poveri Cristi. Ascanio Celestini racconta il miracolo quotidiano di restare al mondo

L’occupazione più dispendiosa in termini di tempo per chi fa l’attore e per chi scrive per mestiere è quella di spiegare, alla mamma in primis, in cosa consiste il proprio lavoro. Il mestiere di Ascanio Celestini si può riassumere con due parole: raccontare storie. Che sia su carta o su un palco, Celestini è l’uomo delle storie, della narrazione civile. E Poveri cristi – in scena al Teatro Vascello – non fa eccezione.

immagine per lo spettacolo Ascanio Celestini, Poveri Cristi
Ascanio Celestini, Poveri Cristi

Celestini, accompagnato da Gianluca Casadei alla fisarmonica, mette al centro della sua narrazione gli ultimi, le persone che vivono in un pezzo di periferia romana, che somiglia a tante periferie del mondo, che tutto sommato è un condominio popolare, un parcheggio, un bar, un supermercato e un magazzino della logistica dove lavorano quasi soltanto africani.

Personaggi che trovano posto nell’omonimo libro (2025) edito da Einaudi e che di replica in replica si alternano sul palcoscenico, creando di fatto uno spettacolo sempre diverso.

Un progetto – già intrapreso con la cosiddetta “trilogia dei poveri cristi” composta da Laika, Pueblo e Rumba – «nato per trovare – si legge nelle note di regia – le parole per raccontare questi poveri cristi che non hanno una lingua per raccontarsi che non sia quella della pietà. E invece il narratore di questo spettacolo li racconta come santi perché ogni giorno fanno il miracolo di restare al mondo. Di essere i migliori del circondario».

E lo fa usando la loro lingua e le loro parole, Celestini li lascia parlare e non gli impone la propria lingua o la propria voce perché l’obiettivo è dichiaratamente restituire voce a chi non ne ha. Senza giudizio o commiserazione.

«Io cerco – precisa l’autore – di scrivere in una lingua comprensibile per tutti. Ma non è una lingua che parlo io. È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. Scrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire “del popolo”), questo faccio. Questa, per me, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più».

Un lavoro di ricerca – come spiegato dallo stesso Celestini all’inizio dello spettacolo in una sorta di introduzione allo spettacolo con la quale prendere per mano il pubblico e portarlo dentro alle storie – durato un decennio, iniziato per caso durante un lavoro analogo sui lavoratori precari dei call center che su suggerimento di un amico si allarga fino ad includere anche i lavoratori della logistica, in larga maggioranza non italiani.

Il piazzale di fronte ai magazzini sulla Tiburtina diventa il luogo degli incontri e delle interviste – «intervista significa incrocio di sguardi» – con i facchini eritrei ma anche con l’anziana prostituta, la vecchia saggia che insegna alla prostituta che non serve il denaro per accedere alla cultura ma che i libri nelle biblioteche sono gratis e anche i musei per un giorno al mese sono gratuiti, il becchino del cimitero di Lampedusa, la donna che mostra la foto del ragazzo affogato nel naufragio del 3 ottobre 2013 e Joseph che ha attraversato mille vite (seppellitore, emigrante, schiavo, scafista suo malgrado, naufrago, detenuto, facchino e barbone), oltre che il deserto e il mare per arrivare in Italia.

Tutti raccontati nella loro quotidianità e non nella straordinarietà dei fatti di cronaca, ovviamente negativi, che li vede improvvisamente protagonisti per qualche giorno sulle pagine dei giornali e i servizi del tg prima di tornare ad essere invisibili.

Come “poveri Cristi” schiacciati dalla vita rivolgono una preghiera a quella divinità che sembra essersi dimenticata di loro: “un giorno, uno soltanto liberaci dal male”. Del resto, per un giorno al mese anche l’ingresso ai musei è libero per tutti, perché allora non dovrebbe esserci un giorno al mese libero (dal male) per tutti?

La scenografia è scarna. Volutamente. I due artisti, Celestini e Casadei, siedono sotto due lampadine e a separarli una porta che non si aprirà mai.

«Tra noi – spiega Celestini – usiamo la tecnica dell’interplay. Nei testi sul jazz è indicata come ‘capacità di interagire all’istante, anche e soprattutto durante le parti improvvisate, tra i diversi musicisti, pronti a ascoltare e reagire cogliendo i suggerimenti impliciti nel suono degli altri membri del gruppo’. Da questo nostro lavoro, di ascolto e interazione tra musica e racconti, nasce lo spettacolo. E questa tecnica di interazione si ripete sempre, ogni sera, in ogni replica col pubblico, come un’improvvisazione su uno standard jazz».

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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