ultimi articoli dell'autore

Qualcuno volò sul nido del cuculo. I manicomi non chiudono mai davvero

Portare in teatro un classico del cinema internazionale, a sua volta tratto da un grande classico della letteratura, è una sfida per pochi. Prova, però, a cui Alessandro Gassmann –  portando in scena Qualcuno volò sul nido del cuculo al Teatro Sala Umberto di Roma – non vuole affatto sottrarsi. Anzi. È con questa determinazione che porta in scena la sua trasposizione del romanzo omonimo di Ken Kesey (pubblicato nel 1962 e tradotto in italiano nel 1976) che nel 1975 Miloš Forman portò sul grande schermo, con una straordinaria prova attoriale di Jack Nicholson, segnando una pietra miliare del cinema mondiale.

Esiste già un precedente teatrale, però. Quello del 1971, ad opera di Dale Wasserman. È proprio a quella drammaturgia che si rifà, senza tradirne la forza e la sostanza visionaria, la traduzione di Giovanni Lombardo Radice e l’adattamento di Maurizio de Giovanni  di cui Gassman curala regia in una produzione della Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini e del Teatro Biondo di Palermo.

«Si tratta di un ‘tradimento fedele. Nella mia riduzione del testo di Dale Wasserman, a sua volta adattamento del romanzo di Ken Kesey, ho tolto i riferimenti all’attualità americana degli anni Sessanta», raccontava il 3 novembre 2105 Maurizio de Giovanni in un’intervista per Il Giornale.
L’azione, infatti, si sposta in avanti di vent’anni. Siamo nel 1982 e – come ci confermano la grande scritta alla base del palco (“ospedale psichiatrico”) e la ben curata scenografia su due piani, con la sala comune e il box infermieristico ben in vista al piano terra e nella parte alta le ‘celle’ che ospitano i cronici (i pazienti che a differenza degli “acuti” – protagonisti dello spettacolo – restano chiusi dentro le proprie stanze e non hanno alcuna possibilità di guarigione) e dove si tengono le sedute di elettroschock – ci troviamo nel manicomio giudiziario di Aversa, come emerge anche dai riferimenti al mondo italiano di quegli anni presenti nei dialoghi (la vittoria italiana al mondiale di calcio, Tardelli, la foto del presidente Sandro Pertini e di Papa Giovanni Paolo II, ecc). «Ma – precisa lo scrittore e sceneggiatore partenopeo – la tesi di fondo, ed ecco la fedeltà, resta quella del testo originario, dove la diversità si sposa con la solidarietà. O con la fragilità: i matti non sono figli di un dio minore».

La vicenda è nota. Dario Danise (nella versione originale, Randle McMurphy), interpretato magistralmente da Daniele Russo, è un piccolo delinquente che, per evitare una nuova lunga permanenza in carcere, si finge matto e viene trasferito in manicomio sconvolgendo la routine consolidata dei pazienti e del personale (i due assistenti – Esposito interpretato da Renato Bisogni, e Lorusso interpretato da Antimo Casertanoe il dottor Graziano Festa, alias Sergio Del Prete) con la sua personalità irriverente e coinvolgente, totalmente incapace di rispettare le regole.

«Dario – racconta Gassmann nelle note di regia – è un ribelle anticonformista che comprende subito la condizione alla quale sono sottoposti i suoi compagni di ospedale, creature vulnerabili, passive e inerti. Da quel momento si renderà paladino di una battaglia nei confronti di un sistema repressivo, ingiusto, dannoso e crudele, affrontando così anche un suo percorso interiore che si concluderà tragicamente ma riscatterà una vita fino ad allora sregolata e inconcludente. E, attraverso di lui, i pazienti riusciranno ad individuare qualcosa che continua ad esser loro negato: la speranza di essere compresi, di poter assumere il controllo della propria vita, la speranza di essere liberi».

La sua vivacità, però, si scontra con la rigida personalità di Suor Lucia (Viviana Lombardi), la vendicativa caposala – coadiuvata da una remissiva e timida infermiera Spina (Gaia Benassi, che veste anche i panni della prostituta Titty Love)che ha l’assoluto controllo sulla struttura e su tutti i suoi abitanti, tanto da dettare la propria volontà anche sul medico responsabile del reparto.

Tra i due sono immediatamente scintille. Se pazienti e personale provano per Danise un’immediata simpatia e si lasciano travolgere e coinvolgere dalla sua energia, suor Lucia tenterà in qualunque modo di metterla a tacere arrivando a suggerire – ascoltata, nonostante qualche flebile opposizione del medico – anche terapie d’urto come l’elettrochoc e la lobotomia.

Il gruppo dei pazienti (interpretati da Mauro Marino, Giacomo Rosselli, Alfredo Angelici, Emanuele Maria Basso e Daniele Marino) vede in lui un leader e anche uno strumento per risvegliarsi dal comodo torpore in cui vivono all’interno della struttura secondo la rigida organizzazione e per propria scelta.

Affetti da patologie differenti, più o meno lievi, si trovano infatti all’interno dell’ospedale psichiatrico in stato di ricovero volontario, che più che un momento di cura appare come una fuga dal mondo esterno che li terrorizza e che scelgono di non affrontare appiccicandosi l’etichetta di ‘pazzi’ e chiudendosi nella quieta routine del reparto. Tra i pazienti emerge la silenziosa figura di Ramon Machado (interpretato con maestria e con grande capacità empatica e interpretativa da Gilberto Gliozzi), un “gigante buono” che non parla e finge di non sentire e di essere quasi in stato catatonico.

Sarà lui – che durante tutto lo spettacolo, anche grazie alle videografie (strumento che Gassman utilizza spesso nei suoi spettacoli e che in questo caso gli permettono di tradurre in immagini i sogni e le allucinazioni dei cosiddetti “diversi”) realizzate da Marco Schiavoni e proiettate sul grande velatino che riempie l’intero boccascena, ricorda e racconta accenni della sua vicenda personale e della sua sofferenza interiore che riuscirà ad esprimere a parole solo a quel bizzarro e carismatico nuovo arrivato – a ‘ridare la libertà’ al protagonista prima di riconquistare la propria in modo dirompente, spaccando con la statua della Madonna la vetrata che separa il reparto dal mondo esterno, i ‘pazzi’ dai ‘sani’, gli attori sul palcoscenico dal pubblico in sala (del resto, chi sono i veri pazzi? I ‘pazzarielli’ rinchiusi nell’ospedale o quelli fuori convinti di essere sani?).

«Nel film, Nicholson-McMurphy veniva soffocato con un cuscino da un nativo americano, il Grande Capo Bromden, finto sordomuto che alla fine scappa verso il Canada, la libertà. Io –  racconta Daniele Russo a Il Giornale – vengo ammazzato da un immigrato sudamericano, uno dei primi nell’Italia di oltre trent’anni fa. La storia che portiamo in scena, anche grazie a Gassmann che firma una regia potente ed emozionante, è una commedia umana con elementi comici. Si ride, si riflette, ci si indigna».

«Un testo – conferma il regista nelle note di regia – che è una lezione d’impegno civile, uno spietato atto di accusa contro i metodi di costrizione e imposizione adottati all’interno dei manicomi ma anche, e soprattutto, una straordinaria metafora sul rapporto tra individuo e potere costituito, sui meccanismi repressivi della società, sul condizionamento dell’uomo da parte di altri uomini. Un grido di denuncia che scuote le coscienze e che fa riflettere. […]  L’obiettivo che mi pongo è, come sempre, quello di riuscire a far emozionare un pubblico di ogni età, soprattutto i più giovani che forse non conoscono quest’opera che è un vero e proprio inno alla libertà».

A Gassman (e a tutta la sua squadra, quella di scrittura come quella attoriale e tecnica) va sicuramente riconosciuta, infatti, la volontà di portare all’attenzione di tutti, attraverso un linguaggio forte, diretto e immediatamente comprensibile come quello del teatro, un tema spesso trascurato e poco conosciuto, se non attraverso stereotipi e false credenze, come quello del disagio psichico, della malattia mentale e della sua cura, che in quegli anni – quelli del romanzo di Ken Kesey e quelli in cui è ambientata la pièce, in un’Italia in cui da pochissimo è arrivata la ‘rivoluzione Basaglia’ ma non è ancora fattivamente applicata in tutte le zone del Paese – si avvale ancora di strumenti di coercizione fisica e di trattamenti disumanizzanti ed estremi, ma anche dell’eutanasia e della paura di vivere e di trovare una definizione di sé e un proprio posto nel mondo.

Sfida coraggiosa, soprattutto se si vuole uscire dalla comfort zone della retorica melensa e da circostanza, ma sicuramente non facile quanto meno dal punto di vista degli strumenti e dei tempi teatrali – lo spettacolo ha una durata totale di 160 minuti – che lascia un po’ tramortito il pubblico anche se la grande prova empatica e interpretativa degli attori non fa pesare eccessivamente la durata.

Un importante grido di libertà che vince anche su qualunque eventuale limite di messa in scena.

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
+ ARTICOLI

Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *