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Kassandra. La voce fluida e spudorata di un mito contemporaneo. Intervista con Roberta Lidia De Stefano

È una Kassandra fluida, immigrata, puttana, divertente e spudorata che rivendica e usa il corpo come strumento di lotta, oltre che ipercontemporanea, quella che, partendo dall’omonimo testo di Sergio Blanco, la regista Maria Vittoria Bellingeri – che cura anche scene e costumi – porta in scena dal 10 al 22 maggio al Teatro Arena del Sole di Bologna (e successivamente a Modena, Milano e Cesena).
Uno spettacolo e un personaggio in cui c’è la Georgia, l’Ucraina, la Siria, c’è l’ingiustizia del mondo intero: dai matrimoni combinati, ai diritti LGTBQI+ negati, c’è la schiavitù, la povertà di chi è costretto a prostituirsi, ma anche la dignità delle “sexworkers”.
Il desiderio di dare voce a chi non ha voce e di raccontare l’oggi dal punto di vista dei discriminati che porta in sé la voce di tutte le donne che si sono ribellate ai dittatori. A vestire i panni della protagonista, l’eroina di Troia trasformata in una donna migrante dei nostri tempi, è Roberta Lidia De Stefano.

Chi è Kassandra?

Cassandra è un personaggio dell’Orestea. È una schiava, una clandestina e una donna ripudiata dal dio Apollo e a cui è stata tolta la possibilità della comunicazione e della credibilità [che anche per un’attrice va ad affrontare una stratificazione profonda. Essere davanti ad una polis, davanti al proprio pubblico in qualche modo e non sapere se questa persona finge o in realtà vive quello che accade].

Nello specifico, la nostra Cassandra è con la K. Prende tutto quello che c’è nel mito ma lo traspone in una dimensione ipercontemporanea: è una donna fluida, un personaggio in continua transizione, anche sessuale, in movimento, è una donna scappata dalla guerra con la sua automobile che le è casa, Carro del Sole, camera da letto ad Argo e anche tomba poi definitivamente.

Sappiamo che Cassandra compie una sorta di morte ciclica con la previsione del futuro, di un futuro catastrofico che, in qualche modo, lei aveva già visto e previsto e poi si avvera, che poi – citando Nietzsche – è un po’ un “eterno ritorno”, volendo esagerare.

Che rapporto c’è tra la sua Kassandra e quella del mito?

Sergio Blanco, l’autore, ha scritto questo lavoro nell’Atene del 2009 quindi quella della crisi economica e ben lontana da quella che possiamo immaginare fosse la prima città-stato fondata, il primo covo della civiltà.

La nostra Kassandra, però, è totalmente quella del mito soltanto trasposta in un oggi. In un oggi di guerra. La nostra scelta, infatti, è stata quella di farla parlare con un accento dell’est Europa. Una scelta che abbiamo fatto già prima che scoppiasse definitivamente la guerra in Ucraina perché ci siamo molto ispirate a figure appartenenti all’opposizione al regime di Lukašenka in Bielorussia.

Come Maria Kolesnikova, musicista e leader politica che, dopo essere stata portata via dalla polizia con un’automobile, durante una protesta in piazza, da settembre 2020 è ancora in carcere per aver fatto opposizione al regime. Ma anche alla Sudanese soprannominata Kandaka (Regina Nubiana), che canta “rivoluzione!” contro il presidente Omar al-Bashir, ad Anna Politkovskaja, giornalista russa fondatrice del giornale indipendente “Novaja Gazeta”, trucidata nel 2006 dal KGB per aver indagato sui massacri in Cecenia, alle “Pussy Riot”, che si ribellano alla dittatura di Putin con le loro forti performance di protesta in luoghi delle città e alle donne del popolo afghano a cui viene negata l’istruzione dai talebani.

La nostra Kassandra è una voce per dare voce a quanti non ne hanno, al di là della loro condizione sociale, economica o del ruolo e del posto che occupano nella società. Spesso è una voce che si oppone al regime che censura e che opprime.

C’è un aspetto interessante nella scrittura e nella riscrittura dei classici che noi trattiamo in questo testo:  come erano rappresentate un tempo e come sono rappresentate oggi. Ai giorni nostri c’è la possibilità di mostrare immagini di guerra molto forti, sanguinose e cruente. Si può mostrare la violenza in diretta, invece nell’Atene delle tragedie – quella del V secolo a.C. – non si poteva mostrare la violenza e il sangue ‘in diretta’. Tutto era raccontato, avveniva fuori dalle quinte, perché altrimenti non rispettava le unità di tempo, di luogo e di verosimiglianza. È proprio l’immaginario che è cambiato.

Ovviamente la nostra è una Kassandra più spudorata, siamo nel 2022 del resto. È una Kassandra che è una prostituta e con il pretesto di vendere le sigarette vende il suo corpo e così vive in questa società capitalista in cui se non hai i soldi non puoi fare niente, neanche vivere.

Da questo punto di vista, è una Kassandra un po’ diversa anche se poi, guardando bene, la Cassandra di Agamennone non è altro che una schiava affrancata portata dal re e resa schiava e clandestina prima di essere uccisa da Clitennestra. Queste cose sono rispettate nel nostro testo, al netto di piccole libertà che si è preso l’autore e di quelle che ci siamo prese noi nella reinterpretazione perché chiaramente è un personaggio simpatico da certi punti di vista. Nonostante stiamo parlando di una tragedia, infatti, c’è anche un aspetto comico.

Non mancano, infatti, momenti di comicità in questa ”stand up tragedy”. Come convivono il mito greco e Bugs Bunny?

Questa è la stranezza della vita. I tragici, del resto, hanno già scritto tutto. Basta conoscere minimamente le tragedie perché le storie erano già belle delineate: le dinamiche familiari, questa grande Beautiful arcaica era già delineata in queste grandi saghe. Niente di più contemporaneo se pensiamo alle serie televisive o al cinema.

Le storie sono sempre le stesse e si ripercorrono sempre. Sappiamo benissimo, però, che non può esistere un aspetto della vita senza il suo contraltare. Kassandra non potrebbe accettare la sua esistenza se non percepisse l’ironia della sua sorte e del suo destino. Perché parlare e vaticinare sapendo in partenza che non verrà mai creduta né ascoltata? Eppure lei lo fa, ha una spinta vitale verso il futuro. E questo lo fa soltanto l’ironia che è un grandissimo pedale per poter sopravvivere.

Credo che qualsiasi anima sensibile non potrebbe sopravvivere di fronte all’idea di bambini violentati e di donne massacrate e stuprate, usate come territorio politico e di dominio. Eppure la vita è fatta di grandi contraddizioni e di grandi conflitti con cui bisogna, purtroppo, fare i conti e a cui bisogna reagire ognuno a proprio modo. Noi abbiamo questa grande fortuna di poter utilizzare le tavole di un palcoscenico per poter raccontare questa storia che è intrisa di grande ironia della sorte ma anche di grandissima tragedia.

Particolare anche la scelta di usare un inglese esperanto. Come mai?

Questa è una scelta dell’autore. Sergio Blanco, infatti, ha scritto il testo già in questa lingua. È un drammaturgo uruguayano naturalizzato francese, un uomo latino quindi e, secondo il migliore degli stereotipi, per noi latini la lingua inglese è un po’ più complicata.. anche io mi metto in questo gruppo. Non amo la lingua inglese che ritengo la lingua dell’omologazione e del capitalismo. Trovo che da quando tutti parlano inglese, si sia persa un po’ l’identità linguistica in generale e preferirei che ognuno riuscisse a parlare la propria lingua.

Avendo letto questo testo e avendo capito la ‘difficoltà’ dell’autore di doversi adattare a questa lingua di sopravvivenza, perché se non sai parlare l’inglese che è la lingua del marketing, del business e che è la lingua che ti mette in relazione con l’aspetto economico del mondo sei tagliato fuori.

Kassandra fortemente si deve adeguare a questo tipo di cose ma lei non lo sa parlare l’inglese. Parla questo tipo di inglese che è un esperanto comprensibile a tutti. È un inglese molto fisico questo di Kassandra, una lingua che potrebbe essere qualsiasi lingua. Questa è la sua bellezza, ed è comprensibile comunque.

Abbiamo fatto la prima prova dello spettacolo in una campagna emiliana ed è risultato comprensibile a tutti, anche a persone che non parlavano nemmeno l’italiano. Direi che la prova è stata superata. L’abbiamo anche scritto sul libretto per cui diciamo che, avendo questo tipo di avvertimento, il pubblico sa a cosa va incontro. Magari all’inizio sarà un po’ spiazzante sentire una persona che parla in inglese con un accento un po’ strano e che non si capisce da dove viene, però, in buona sostanza basta poco per entrare nella sua lingua.

L’arte stessa è un linguaggio universale, del resto. Se questo testo fosse soltanto ‘detto’, avrebbe un certo tipo di forza e di impatto, cosa diversa è sulla scena. Devo dire che la regista Maria Vittoria Bellingeri ha fatto un lavoro egregio, mi ha cucito addosso la scena, i costumi e l’immaginario.

Abbiamo lavorato in estrema sinergia e questa cosa ha fatto sì che ci fossero tutta una serie di esplorazioni dei linguaggi della scena, e non linguaggio scritto, che rendessero questo testo qualcosa di diverso da tutte le altre Kassandre e da tutti gli altri monologhi che parlano delle stesse tematiche. Io sono anche una cantante e una musicista, compongo la mia musica direttamente in scena per questo spettacolo cogliendo la verbosità di questo personaggio che, è evidente, parla-parla e vaticina-vaticina dice delle cose assurde e nessuno le crede.

Cosa meglio del canto, come una sorta di poetessa della strada? Ogni città ha il proprio vate, il proprio profeta non ascoltato e considerato pazzo. Questo è il nostro archetipo di riferimento, la pazza del villaggio. Kassandra va fuori, scappa con la sua macchina poi si ferma e ricostruisce la sua comunità in ogni piazza in cui va raccontando la sua storia e avendo delle grande esigenze di racconto e bisogno di essere ascoltata, di poter parlare con qualcuno… cosa che di questi tempi non può essere data per scontata.

Non amo molto il racconto a teatro, quando non succede niente ed è tutto detto e le cose non avvengono ma sono raccontate anzi peggio spiegate ed evidenziate. Questo non è una tempo di retorica, “Kassandra” non è uno spettacolo retorico. Anzi, piuttosto strano, quasi spiazzante per tempistica. Non è uno spettacolo che dà la possibilità allo spettatore di poter minimamente pensare ‘ah ecco, si sta compiangendo..’. Non è uno spettacolo patetico e per noi questa è la cosa fondamentale. In questo caso, quello che accade, accade realmente insieme al pubblico.

È un dialogo, più che un monologo. Un dialogo che accade di fronte alle persone ed è una testimonianza che accade. Quello che succede non è mai raccontato, ci si dà. È un incontro, un incontro-scontro.

Come ha vissuto l’interpretazione del personaggio? Come ci si è approcciata e quanto di lei c’è nel personaggio?

Mi piacerebbe dire che è un personaggio lontano da me ma non è per niente così. Non perché io mi senta Kassandra ma nella costruzione del tutto, anche nella costruzione delle immagini per la scena. Quando io e Maria Vittoria abbiamo letto questo testo e in Svizzera abbiamo incontrato l’autore, ci siam guardate e lei mi ha detto ‘sei tu!’ e io le ho detto ‘ma sei tu anche!’, perché in realtà siamo due Kassandre. È troppo importante  oggi il desiderio per me di fare attivismo e di parlare di certe tematiche attraverso il teatro. Il teatro potrebbe non avere più senso oggi come spettacolo.

Di spettacoli ce ne sono, la tragedia intesa come raduno collettivo e presenza, presenza del corpo e dell’energia è l’unica cosa che, secondo me, in questo momento ha un senso: parlare alla polis, fare politica senza fare politica, l’unica cosa per cui sei tu con il tuo corpo sei onesta e sincera e vuoi raccontare qualcosa di cosa significa essere una donna in transito ed essere completamente sola.

Ecco, Kassandra è la solitudine: quella dell’attrice, quella delle donne non credute quando vengono violentate, quella della guerra dopo una bomba. È la fine della discoteca, la fine di una scopata.. è quel momento in cui ti rendi conto che in realtà tutto poteva anche non essere esistito o essere un ricordo, un’atmosfera dello sfascio. È dopo la sbornia, dopo la cocaina. Kassandra è il ricordo della vita, il ricordo di una grande vitalità.

Perché il pubblico dovrebbe venire a vedere Kassandra?

Perché io ne ho bisogno. Kassandra ha bisogno del pubblico, senza il pubblico non può dire le sue cazzate. Deve dirle per forza. È scritta così, non può parlar da sola.

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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