La narrazione del femminicidio, il linguaggio dell’arte e note a margine

È un argomento delicato quello del femminicidio. Per un’infinità di sfumature. A partire dalle complicazioni psicologiche per finire a quelle legali.

È un argomento che divide in modo netto chi ne vede l’enorme portata dai detrattori, minimizzatori, svuotatori (per intenderci, quelli che tentano di togliere valore a questo problema strutturale, partendo addirittura dalla contestazione dell’utilizzo del termine): una veloce ricognizione dei commenti ai post su facebook delle persone che si occupano di questa materia, immediatamente offre un nitido quadro dello stato delle cose, dell’arretratezza culturale e di visione ancora imperante, quasi vergognoso.

Sarà che da noi, e da noi ovviamente intendo in Italia, per storia, per cultura, per distrazione, per sdrammatizzazione, per superficialità, per incompetenza, l’argomento è avvertito da una sostanziosa percentuale di individui come un tema da rigurgito femminista stantio, di anziane carampane che non vogliono mettersi da parte, da passatiste nostalgiche, come un “discorso da donne”, che anche la sua formalizzazione artistica (quando è compiuta) è così didascalica e arida, quasi stereotipata, da risultare pressoché esclusivamente estetica e decorativa, pur riconoscendo le buone intenzioni dell’artista che dirige la propria attenzione a tale questione.

Attenzione: del femminicidio, non deve neanche essere messa in discussione la validità di significato che il termine ha, nonché il suo valore atto a scardinare visioni sessiste per quell’auspicato scarto culturale necessario per un cambiamento di mentalità indispensabile per il raggiungimento di una reale parità di diritti e la realizzazione di una società civile degna di questo nome. 

Sarà che nei paesi, e intendo quei paesi -tra cui il Messico, da dove tutto ha origine- che per primi hanno avvertito e individuato il problema come reale e incontestabile, coniando lo specifico sostantivo femminicidio, la loro sensibilità è di gran lunga diversa, più profonda, più intima e personale, perché materia metabolizzata, analizzata e narrata in modo più articolato, più incisivo, più profondo: non è un esercizio di stile, o un “cavalcare la tigre”, ma una posizione, una denuncia, un riscatto, un grido.

Fatto è che in Italia si avverte un grande ritardo dell’introiezione e trattazione del problema.

Mentre la letteratura (Riccardo Iacona, Se questi sono gli uomini; Serena Dandini/Maura Misiti, Ferite a morte, solo a titolo esemplificativo), finanche il cinema (Un giorno Perfetto 2008; Per amor vostro 2015, Una vita possibile 2016, sempre solo a titolo esemplificativo), in modo diretto e profondo se ne occupano, di contro c’è un sostanziale ritardo, se non addirittura quasi assenza, di artisti visivi che rivolgono la loro ricerca artistica a questo contenuto.

Da noi, a parte le artiste “femministe” antelitteram e quelle della prima ora, si contano sulle dita di una mano coloro che hanno avvertito l’urgenza di dare forma e sostanza a questa tematica negli ultimi decenni (lungi da me stilare lo striminzito elenco, che risulterebbe poco esaustivo senza un’analisi approfondita della rispettiva produzione artistica).

Corre l’obbligo di chiarire che la mia è una constatazione e non un trattato dell’arte contemporanea degli ultimi sessant’anni, e non vuole affatto entrare neanche nelle sabbie mobili della narrazione giornalistica, terreno altrettanto spinoso che apre infiniti scenari; è, dicevamo, una constatazione: di un’arte distante dall’attualità, dalla vita e dalle sue implicazioni storiche e sociali.

Tale riflessione ha preso le mosse dalla visione di un lavoro di Giosetta Fioroni (Roma, 1932) esposto nello stand della Galleria Maurizio Corraini nell’ultima edizione della 42.ArteFiera di Bologna (2-5 febbraio 2018).

Come indica la didascalia, l’opera dell’ottantaseienne romana è una “scultura in refrattario, dipinto ad ingobbi e smalti policromi, fotoceramica, realizzata dalla Bottega Ceramiche Gatti”. Col tentativo di aggiungere spessore e valore anche attraverso il titolo, Il male inflitto alle donne datato 2008, è un lavoro di notevoli dimensioni (300 x 300 x 15), che si sviluppa prevalentemente su parete, con una precisa volontà di conquistare lo spazio attraverso lo spessore della ceramica e l’incursione di alcuni elementi sul pavimento.

Sessantasei riquadri che imitano le lastre tombali, riportano in alto a destra una data, al centro un nome, un’età e una causa. Sono i nomi delle donne uccise nel 2006 per mano di quegli uomini che, non accettando una separazione e non in grado di gestire le proprie emozioni, hanno deciso di eliminare materialmente, fisicamente, l’oggetto della personale frustrazione, nel momento in cui quella donna, fino ad allora compagna di vita, decide di allontanarsi da una relazione violenta e castrante, di distaccarsi da quel ruolo di oggetto per divenire soggetto.

Al centro di questa serie di lapidi è collocata la sagoma scomposta di una donna, come una marionetta cui sono stati tagliati i fili buttata a terra, costruita con tutti i cliché del caso: vestito a fiori svolazzante, filo di perle al collo, scarpe nere con tacco importante, insomma quasi una traduzione pedissequa di quelle immagini di donne che imperversavano sulle riviste anni Cinquanta.

Infine uno stiletto, come quello di cui la storia dell’arte ci ha regalato superbi precedenti nella rappresentazione delle martiri, che ne trafigge il costato.

A parte un’iconografia che in qualche modo vuol tirare in ballo tutto un vasto repertorio della rappresentazione della donna stereotipata, sicuramente adottata (almeno me lo auguro, sperando che non sia invece un’ingenuità) al fine di offrire l’immagine convenzionale radicata nella mentalità patriarcale e maschilista, l’insieme rimanda un richiamo debole, se non banale, sulla violenza di genere.

Fermo restando il riconoscimento della volontà di aver voluto portare avanti una preziosa denuncia, la relativa formalizzazione è praticamente quella standard attuata approssimativamente da tutti gli artisti che si approcciano a questa tematica.

Sorvolando sull’imbarazzante scultura Violata, posta al centro della città di Ancona, realizzata dall’artista locale Floriano Ippoliti (Ancona, 1954), inaugurata nel 2013 e subito nel mezzo di accese contestazioni da parte dei centri antiviolenza che quotidianamente stanno in trincea, proprio per come la violenza di genere è stata affrontata.

Il più immediato precedente è l’installazione del 2017 di Paola Volpato (Venezia, 1953) dal titolo Femminicidio – donne uccise dal 2015 al 2017, esposta nella Sala del Cenacolo del Complesso di Vicolo Valdina – Camera dei Deputati di Roma, in occasione della Giornata Internazionale contro la Violenza, 25 novembre 2017: una sorta di kaaba attorno al quale il visitatore gira per osservare i ritratti delle donne uccise nell’arco di tempo preso in considerazione (288) per poi entrare all’interno ed essere circondato dallo scorrere dei nomi, delle date, dei luoghi e delle modalità in cui queste donne sono state uccise.

Niente di più lontano dalla potenza simbolica, concettuale e narrativa di Untitled (Rape Performance) (1973), di Ana Mendieta (L’Avana, Cuba, 1948 – New York, Stati Uniti, 1985 – naturalizzata americana con l’incivile progetto Peter Pan), in cui l’artista invita nel proprio appartamento professori e studenti, dai quali si fa trovare nuda, legata e insanguinata, ricurva su un tavolo, inscenando uno stupro (quello che era costata la vita a una studentessa del suo stesso campus universitario, cui era stata data minima importanza).

Distante da Himenoplastia (2005) di Regina José Galindo (Città del Guatemala, 1974), presentato alla 51.Biennale di Venezia che le valse il Leone d’Oro nella categoria “young artist”: un video nel quale l’artista si sottopone a un intervento illegale di ricostruzione del proprio imene, per riconquistare quella verginità dettata come imposizione culturale e istituzionale.

Staccata dalla narrazione di Elina Chauvet (Casas Grandes, Messico, 1959) che, con Zapatos Rojos (portata per la prima volta a Milano nel 2012 dalla curatrice Francesca Guerisoli, originariamente realizzata nel 2009 a Ciudad de Juarez), è diventata emblema inconfondibile del contrasto del femminicidio: centinaia e centinaia di scarpe rosse, di forgia diverse, sparse nello spazio pubblico di San Lorenzo, a indicare le centinaia e centinaia di donne che non le possono più indossare perché uccise per mano di quell’uomo col quale avevano una relazione sentimentale.

O di ¿De qué otra cosa podríamos hablar? di Teresa Margolles (Culiacán, Messico, 1963) che valse il Leone D’Oro al Padiglione del Messico alla 53.Biennale di Venezia (2009): appesi alle pareti, i teli utilizzati nell’obitorio per avvolgere i corpi che, come dei sudari, mostrano non solo le impronte di quei corpi tumefatti, mutilati, stuprati, ma anche il loro sangue raccolto nel luogo dell’esecuzione o del ritrovamento delle donne uccise nella tristemente nota Ciudad de Juarez, mentre un parente della vittima era intento a ripulire il pavimento del sangue versato da queste donne sulle strade di Juarez con l’acqua utilizzata nell’obitorio per detergere i corpi prima di eseguire l’autopsia, corpi di donne molte delle quali non trovano né identificazione né sepoltura, lasciate anonime in una fossa comune.

Daniela Trincia

Daniela Trincia

Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cul(ture)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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