Alessandro Leogrande tra ricordi e rimpianti nel racconto di Fofi e Lagioia

Come un padre e un fratello, Goffredo Fofi e Nicola Lagioia hanno raccontato a Tempo di Libri la loro “versione” di Alessandro Leogrande, una versione accorata e nostalgica e ricca di sfaccettature, con un elemento in comune: Alessandro Leogrande mancherà.

Non sto qui a fare la biografia di uno scrittore, giornalista, intellettuale, scomparso troppo presto e non solo dal punto di vista anagrafico. Il fatto è che di autori come lui non ce n’è mai abbastanza, servono proprio in questo periodo storico.

A sentire Goffredo Fofi poi, Alessandro non era ancora un grande scrittore nel senso proprio di capacità narrativa. Ha scritto cose bellissime e con La frontiera stava decisamente imbroccando la strada giusta, ma lui era in primo luogo un grande investigatore.

Nel ricordo di Fofi traspaiono l’affetto profondo, la stima e il rispetto per tutto quanto Leogrande ha fatto con il rimpianto per ciò che avrebbe ancora potuto fare. Dal suo racconto esce fuori il ritratto di un giovane indomito, ribelle, curioso e colto, di quella cultura fatta di approfondimenti, libri letti, viaggi, contatti diretti coi luoghi, le persone, i fatti. Ascolto. Vita vissuta. Una persona fuori dai canoni.

La ribellione in fondo era di casa nella famiglia di Leogrande: nonno agricoltore e padre professore di lettere, uno schiaffo in faccia a quella tradizione tipicamente meridionale per cui i figli ereditano l’azienda e il mestiere dei genitori. Il padre fu anche segretario della Caritas e Alessandro cominciò da giovanissimo a curiosare nel sociale, a interessarsi a quei mondi diversi che approdavano sulle coste pugliesi, alle loro storie, ai loro perché. I Balcani lo affascinavano e lui li ha studiati tantissimo, approfonditi, scavati con la curiosità di un esploratore.

Il sud dell’Italia, la sua storia, il Mediterraneo sono tutti luoghi e tempi che Leogrande ha indagato per parlarne, per raccontarli nelle sue inchieste e nei suoi libri: cosa ci fosse dietro certi fenomeni migratori, i 20.000 disperati albanesi che approdarono in Puglia nell’estate del ’91, la rivolta Jugoslava e poi l’integrazione al Sud, un sud Italia che ha accolto senza starci troppo a pensare anche senza mezzi né organizzazione, un sud abituato a guardare la disperazione negli occhi e ad offrire un aiuto.

Lagioia ci racconta che Leogrande affermava che il XXI secolo è cominciato guardando ad Est, con i fatti balcanici e la reazione del sud Italia, e che osservando bene, ascoltando, approfondendo come solo gli osservatori storici sanno fare davvero, senza pregiudizi, guardando ad Est avremmo potuto vedere il film del futuro in anteprima. Lo sbarco della Vlora ha rappresentato per l’Italia il primo “ciak”.

La Puglia è un esempio di questo futuro anticipato: si pensi alle vicende dell’imprenditore di Taranto Cito, un precursore di Berlusconi, proprietario di TV attraverso cui fare proselitismo politico, proprietario di una squadra di calcio, iscritto al Movimento Sociale, indagato e condannato per concorso in associazione mafiosa.

Ovviamente Leogrande ci fece un’inchiesta su quel signore, mise in evidenza certi meccanismi, certe dinamiche, raccontò una sorta di saga che si ripeteva nel tempo e si stupì di come la gente continuasse ad accettare tutto questo. Chiedersi perché, conoscere le singole storie, questo è importante.

Alessandro Leogrande ha messo a frutto la sua curiosità in diversi ambiti, non solo il sud, il sociale o il suo amato Mediterraneo. Attraverso i suoi libri ha saputo evidenziare cosa sono l’inchiesta letteraria e giornalistica di alto livello, così come hanno fatto tanti giovani uomini e donne che hanno saputo volare più in alto dei loro maestri.

“Voleva confrontarsi con il male, vederne la banalità e il suo orrore nel mondo, perché il male è contemporaneo.” [G. Fofi]

Fin qui la cronaca di un incontro in Fiera.
Il racconto però ha portato ad altre riflessioni, almeno per me. Ho immaginato una persona qualunque arrivare in quella sala gremita per caso, senza conoscere Alessandro Leogrande, senza sapere nulla di lui. Che idea si sarebbe fatta di questo uomo così particolare?

Ascoltando Fofi e Lagioia si ha quasi l’impressione che parlino di un giovane degli anni ’60, morto tempo fa, quando si faceva cultura nelle riviste, quando la politica e il sociale erano strettamente connessi, quando gli intellettuali erano testimoni del periodo storico che stavano attraversando.

Eppure Leogrande ci ha lasciati da poco, lo scorso novembre, a soli quarant’anni. I ricordi legati al periodo de Lo straniero, quando Fofi andava in giro a reclutare giovani interessati alla poesia, o alla nascita della rivista Gli asini, – erano università mobili, luoghi di confronto tra menti, tra cellule intellettuali in cui si alimentava la cultura – sono ricordi che coinvolgono lo stesso Lagioia, e mi hanno fatto pensare ai neoavanguardisti del Gruppo 63, anche se oggi le tematiche sono più realistiche e per questo più rischiose.

Bisogna far emergere quei corto circuiti storici in cui il potere, e la sua violenza sulle nude vite, emergono con estrema nitidezza.” [A. Leogrande]

Cetta De Luca

Cetta De Luca

Cetta De Luca, scrittrice, editor e blogger vive a Roma. Ha al suo attivo sei pubblicazioni tra romanzi e raccolte poetiche. Lavora nel campo dell'editing come free lance per la narrativa e collabora alla revisione di pubblicazioni di didattica nell'ambito letterario. Cura un blog personale http://www.cettadeluca.wordpress.com e spesso è ospite dei blog Inoltre e Svolgimento.
Nel poco tempo libero che le rimane tra lavoro e figli si impegna nell'organizzazione di eventi per il mondo letterario e, nello specifico, per gli scrittori.

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