Achille Bonito Oliva: ut pictura poesis. Tra poesia e immagine – con Intervista

1 Made: questo esce nel momento definitivamente/ è nota l’importanza e il caso dei nostri tipi/ di porgere la guancia del proprio tempo/ infatti è impossibile non solo desumere/ la genesi ma anche la posizione e il gesto/ citabile come una resa esauriente/ di un delicato pallore…  

(Achille Bonito Oliva, Made in Mater, 1967 Sampietro Editore)

 

La sua figura potrebbe portare alla mente quella di Marsilio Ficino, sia per via della veste di teorico e riferimento di correnti culturali, sia per avere anche lui una visione umanista dell’arte contemporanea, tesa allo “sconfinamento” dei linguaggi.

Achille Bonito Oliva, che ha dato un corpo alla critica d’arte nel secondo Novecento e negli anni Duemila, è stato poeta. Questo suo trascorso ha rappresentato per lui l’inizio di un passaggio dall’interiorità alla comunità, la traduzione di personali intuizioni in archetipi collettivi.

Nel 1967 ABO pubblica la raccolta Made in Mater, edita per la collana Il Dissenso dalla casa editrice Sampietro di Bologna. Si tratta di 34 poesie d’avanguardia stampate su schede singole numerate, fatte di una lingua densa ma costellata di spunti lirici, che affronta in helvetica tematiche importanti: l’arte, la percezione, la sessualità, la protesta, l’identità, la figura femminile. Segue, nel 1968, Fiction Poems dell’editore napoletano Modern Art Agency.

Donato Di Pelino: Cosa ha mosso in lei, agli inizi del suo percorso culturale, la necessità di esprimersi con la poesia e a quali poeti si sentiva più vicino?

Achille Bonito Oliva: “La parola è stata il primo strumento che ho adoperato per esprimermi anche grazie alla mia formazione, alle letture che avevo alle spalle che mi davano però coscienza della poesia come di una lingua morta. Essa si esprimeva solo mediante le rimembranze, la nostalgia, le rime baciate. I poeti dell’avanguardia, a partire da Rimbaud, Ezra Pound e altri, mi avevano invece aperto la strada ad altre possibilità di espressione. Made in Mater rappresentava proprio il bisogno di poter “parlare scrivendo”, creare una difficoltà alla comunicazione corrente. La poesia di avanguardia negli anni Sessanta corrispondeva anche a un clima generale di cambiamento, di destrutturazione. Come diceva Nietzsche, d’altra parte, bisogna prima distruggere per poter costruire”.

4made: …tracciando un reticolato/ di derivate cartesiane sull’atmosfera/ dei fantastici campi la fotografia è nitidissima/ ma sullo sfondo non possiamo stabilire/ esattamente la coltivazione e quindi/ applicando epoké (sospensioni) confessiamo/ che è stato usato un apparecchio a doppio [obiettivo…

Bonito Oliva aderisce a vari gruppi letterari dimostrando da subito la sua trasversalità e universalità anche geografica. Spazia difatti dal Gruppo 63, che trovava in Milano e nel suo interland industriale un nuovo polo linguistico, al Gruppo Operativo Sud 64 (composto a Napoli da artisti come Carlini, Dentale, Diodato, Gennario, Pattison, Piemontese, Rubino), sino al Gruppo 70 di Lamberto Pignotti.

Di Pelino: Come considera, a distanza di tempo, i tentativi delle neoavanguardie di infrangere certe regole del linguaggio?

“Nel Gruppo 63 c’era una sperimentazione e un collegamento con le avanguardie storiche ma sotto il punto di vista della poesia scritta. Con il Gruppo 70 ci si esprimeva attraverso la poesia visiva e si poneva quindi un problema di comunicazione. C’erano dei codici che venivano pertanto capovolti, frutto anche di un’ironia che metteva in discussione il mito stesso della comunicazione. Per ciò che riguarda il Gruppo Operativo Sud 64, di cui io ero il teorico, era una questione di coincidenza territoriale e generazionale in quanto era formato da artisti napoletani e per questa comunanza di origini ci facevamo compagnia”.

Ad un tratto avviene il passaggio dalla poesia alla prosa, la scoperta delle possibilità, anche linguistiche, offerte dall’arte visiva e dalla critica.

Lei ha dichiarato che l’immagine, in un certo senso, le teneva compagnia mentre la poesia la faceva sentire solo. Qual era il motivo di questa sensazione?

“La poesia mi metteva in condizione di essere un guerriero solitario, di affrontare tutto da solo, anche la lingua che era frutto di una collettività, una lingua del “noi” a cui si contrapponeva un silenzio dell’io. Sentivo perciò che era una lotta impari ma necessaria. Ero costretto a un silenzio obbligato ma operativo, poiché costruivo qualcosa con la parola che poi arrivava a chi la leggeva.”

Forse da questo scontro con la solitudine della parola A.B.O. intraprende la via dell’arte visiva, della critica orientata però a una commistione di generi, includendo la poesia stessa e altri media nelle prime mostre curate a Roma. Tra queste Contemporanea, organizzata nel 1973 nel parcheggio sotterraneo di Villa Borghese, progettato da Luigi Moretti, in cui Bonito Oliva cura la sezione Arte e affida a colleghi intellettuali (Giuseppe Bertolucci, Bruno Corà, Daniela Palazzoli, Fabio Sargentini e altri) la gestione di varie discipline: poesia visiva, teatro e danza, informazione alternativa, fotografia.

Nel 1993 è curatore generale della 45° Biennale di Venezia in cui instaura un dialogo tra i diversi padiglioni, ottenendo anche qui uno sconfinamento territoriale e culturale, chiamando artisti quali Nam June Paik, Joseph Kosuth, registi come Almodovar, Peter Greenaway Derek Jarman, Wim Wenders.

Il Rinascimento è stato un periodo storico dominato dal motto oraziano ut pictura poesis, secondo cui suggestioni culturali come la poesia, la letteratura, la simbologia, erano elementi strutturali delle grandi opere pittoriche (così gli studi di Warburg su Botticelli). Ecco che l’artista visivo restituiva, secondo la propria soggettività, un raccordo di idee e di storie culturali collettive. Nell’epoca contemporanea, dal Novecento in particolare, vi è stato un ribaltamento speculare dei rapporti tra i fatti del mondo e gli artisti. La tragedia umana legata alle grandi guerre, che era pertanto un’esperienza comune di immane portata, è stata tradotta in un’arte estremamente soggettiva, privata (così, lo sterminio nazista genera la parola fossile e ancestrale di poeti come Paul Celan, che esprimerà per tutta la sua breve esistenza una singolarità esclusiva e reiterata, seppure generata da un dramma di tutti). In questo senso il contemporaneo sembra viaggiare nella direzione del personalismo.

Secondo lei oggi esiste ancora una reale contaminazione tra le arti?

“L’arte, almeno secondo la mia visione, è sempre frutto di un nomadismo culturale, di uno sconfinamento, con le dovute differenze rispetto alle epoche passate. Certo è che oggi la poesia è molto più in crisi rispetto all’arte visiva in quanto l’arte visiva ingloba in sé anche la parola. Dopo il lavoro svolto negli anni ’60-’70 dai gruppi di neoavaguardie di cui parlavamo, quasi nessuno ha più espresso un’arte totale come in quel periodo”.

 Dopo le sperimentazioni, la poesia ha affrontato un ritorno al “figurativo”, o meglio, al verso dei classici latini e greci, allo stesso modo in cui è accaduto alla pittura. Così, pensando alla scena romana, negli anni ’80  la Transavanguardia teorizzata da Bonito Oliva (Sandro Chia, Enzo Cucchi, Francesco Clemente, Nicola De Maria, Mimmo Paladino) probabilmente esprimeva sottoforma di immagine una necessità sentita anche dai poeti che fondavano, negli stessi anni, la rivista “Braci” (Arnaldo Colasanti, Claudio Damiani, Beppe Salvia, Gino Scartaghiande e l’artista Giuseppe Salvatori).

Ai giorni nostri il discorso poetico più ardito prevede l’introduzione di automatismi semantici offerti dalla telematica (partendo dal lorem ipsum che viene pur sempre da Cicerone) che si fonde col design dei grafismi (Marco Giovenale e la scrittura cd. asemica). Questo fino a una serie di derive, letture pubbliche, americanismi e il ritrovato protestantesimo dei poetry slam.

Anche il poeta rimane una figura apparentemente marginale sia rispetto alla società sia rispetto al sistema culturale, al mercato. Il visual artist di successo sembra, al contrario, totalmente inserito nei meccanismi della comunicazione di massa.

“Questo accade proprio perché la poesia si fonda sulla parola e sulla solitudine del lettore mentre l’arte visiva può essere fruita anche da un insieme di spettatori, non implicando per questo un approccio solitario. L’arte visiva può essere  anche oggetto di uno sguardo veloce, di sfuggita diciamo. La poesia presuppone per forza un approfondimento personale di chi legge.”

Ancora Achille Bonito Oliva scrive ( da “Ricreazioni. L’arte tra i frammenti del tempo”- alfabeta edizioni, 2017) che attualmente “il web ha annullato ogni nozione di spazio” e, di conseguenza “la telematica tende a unificare ogni tipo di produzione industriale e artigianale, economia e cultura”.

Ciò posto, attendiamo di scoprire sotto quale forma si rinnoverà il motto ut pictura poesis, in quale territorio si verificheranno gli incontri tra le arti e se gli spazi propri a ciascuna disciplina (sintetizzando: il museo per l’arte visiva, il libro stampato per la poesia) continueranno ad essere validi.

Donato Di Pelino

Donato Di Pelino

Donato Di Pelino è nato a Roma nel 1987. E’ laureato in Giurisprudenza con una tesi sul contratto nelle arti visive, in particolare quello stipulato tra artista e gallerista. E’ redattore di artapartofculture dal 2009 e per il webmagazine ha scritto di arte privilegiando, in particolare, l’intervista in forma di conversazione e scambio con gli artisti. Si occupa anche di poesia e di musica.

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