Ballarini. Il perduto amor di Emma Dante al ritmo di una felicissima malinconia

Una serata freddissima accesa dall’ardore in scena per il secondo appuntamento della XVI edizione della Rassegna Arti Inferiori, organizzata dal Multisala Pio X di Padova in collaborazione con ARTEVEN e il Settore Cultura, Turismo, Musei e Biblioteche del Comune di Padova.
Ballarini è l’ultimo capitolo della Trilogia degli occhiali, creatura drammaturgica e registica di Emma Dante insieme a Acquasanta e Il castello della Zisa. Tre opere che vivono di vita propria, messe in scena separatamente nel corso degli ultimi anni sia in Italia che all’estero, con il comune denominatore delle tematiche trattate, tra queste la malattia e la vecchiaia, che sono al centro di Ballarini.

L’elemento scenico degli occhiali, che caratterizza le tre parti della trilogia, non è tuttavia connotativo in prima battuta, quando le luci sul palcoscenico si accendono insieme ai ricordi più belli e intimi celati in un vecchio baule.

Le maschere di una donna e di un uomo anziani si incontrano per dare vita al primo ballo, il loro ultimo probabilmente, in un tramonto della vita fatto di malanni e insieme di passione ancora viva nell’incontro amoroso che festeggia senza perdere lo spirito goliardico la fine dell’anno, senza dimenticare l’intensità di quell’amore nato molti anni prima. Sono la musica e il ballo a materializzare quei ricordi sulla scena e a trasformare i due personaggi riportandoli indietro nel tempo.

Il primo incontro sulla spiaggia, il matrimonio, i figli, una vita raccontata al tempo di twist con pochi accenni recitativi e molti elementi simbolici che passano attraverso il corpo degli attori.

Entrambi indossano gli occhiali, caleidoscopio di sensazioni e passaggi esistenziali che come in un sogno dalla mente riprendono carne e vita. È proprio attraverso il corpo degli attori, attraverso il ballo che li possiede con entusiasmo, energia e sapienza dall’inizio alla fine della breve pièce, che passano il significato e la potenza visiva ed evocativa del testo che è agito, non espresso in parole se non in minima parte.

Il cerchio della vita che dalla fine è andato a ritroso all’inizio si chiude con la perdita fisica di quell’amore, con il buio della separazione definitiva.

Ballarini potrebbe avere uno sviluppo drammaturgico temporalmente più ampio, forse un pubblico che non assiste contestualmente alle altre due parti della trilogia vive quasi con delusione la fine così rapida del racconto. Un invito a ballare trascinante, con l’entusiasmo e l’allegria d’improvviso scemati perchè si spengono le luci, la musica è finita e resta solo la malinconia.

Arriva tutto questo senso di malinconia per la fine di una vita insieme e di un’epoca in cui l’amore e la spensieratezza non lasciavano spazio alla tristezza per un futuro che inevitabilmente conduce tutti verso la vecchiaia, la malattia e la morte; un futuro in cui non rivivranno mai più valori, speranze, colori, sapori e odori di quegli anni.

Ballarini in questa chiave di lettura coglie decisamente nel segno con l’imprescindibile apporto degli interpreti Manuela Lo Sicco e Sabino Civilleri, che con Emma Dante condividono sin dagli inizi il percorso teatrale e sono anima delle sue produzioni drammaturgiche nel fortissimo legame con la lingua e la cultura siciliana.

Riempie sinesteticamente la scena insieme agli attori quella Sicilia di sentimenti scomposti e luminosi, di spiagge roventi e affollate dove nascono nuovi amori e si incontra la famiglia, istituzione imperitura di una terra in cui i legami di sangue sono, nel bene e nel male, il fulcro dell’esistenza, in cui non è la testa a governare ragionevolmente le proprie scelte ma la pancia, accecati dal sentimento nella stessa estasi laica provocata a volte dal ballo, che giro dopo giro ti trascina oltre ogni limite fisico, nella giostra delle emozioni e dell’irrazionale bellezza.

Ballarini

  • regia: Emma Dante
  • con Sabino Civilleri, Manuela Lo Sicco
  • luci: Marcello D’Agostino
  • co-produzione: Compagnia Sud Costa Occidentale/Teatro Stabile di Napoli/CRT Centro di Ricerca per il Teatro
  • con il sostegno di: Théâtre du Rond Point – Paris
Elisabetta La Micela

Elisabetta La Micela

Elisabetta La Micela nasce 29 anni fa a Siracusa, laddove un’antica cavea è lambita dal mare, tanto che le sarà per tutta la vita impossibile liberarsi del teatro e di quel mare, ora lontano. Era sedicenne quando il cinema è arrivato a completare l’opera, mentre pagine su pagine rivelavano indomabili la dipendenza dall’inchiostro. E’ diventata così giornalista passando per il carcere, dove ha riscoperto la ragione del teatro, e per una Laurea in Scienze della Comunicazione e una specializzazione in Discipline dello Spettacolo all’Università La Sapienza. Continua ancora a scrivere di quello che vede e che ama, investita di striscio da un nuovo e amato percorso di autrice televisiva a servizio della verità.

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