Si nota all’imbrunire. Una solitudine piena di parole nella desolazione emotiva contemporanea

Una voce nuova e densa di contemporaneità quella di Lucia Calamaro, drammaturga già Premio Ubu nel 2012, autrice e regista dello spettacolo Si nota all’imbrunire. Solitudine da paese sopolato, proposto da Arteven nell’ambito della rassegna “Il teatro li avvolge” al Teatro Marconi di Abano Terme.

Silvio vive solo in un paese sperduto di pochissimi abitanti, gli unici a fargli compagnia sono i libri dei suoi autori preferiti e qualche sporadica presenza umana, come la commessa del supermercato, ma soprattutto il ricordo della moglie.

In occasione della commemorazione del decennale della sua morte, a rompere con prepotenza la bolla di cristallo fatta di solitudine in cui Silvio si è rinchiuso arrivano il fratello Roberto e i suoi tre figli, Maria Laura, Riccardo e Alice, portando un carico di vitalità, di movimento fisico mal tollerato dal padrone di casa e di nevrosi individuali e familiari.

Tutti i personaggi hanno gli stessi nomi degli attori che li interpretano – Silvio Orlando, il fratello Roberto Nobile, i figli Maria Laura Rondanini, Riccardo Goretti e Alice Redini – e questo è un primo indizio dello stretto legame che la partitura drammaturgica ha instaurato evidentemente fin dalla fase di scrittura con i suoi interpreti.

Il testo di Lucia Calamaro si nutre di questa relazione e rende il lavoro degli attori quasi un’estensione dinamica della parola scritta, evidenziando in scena un lavoro interpretativo non di certo accademico, aperto al contributo anche estemporaneo degli attori, a partire dal protagonista Silvio che scavalcando qua e là il confine della quarta parete si rivolge direttamente al pubblico, compiaciuto per il coinvolgimento e per il tono ironico su cui viaggia lo spettacolo pur nella sua drammaticità di fondo.

La solitudine sociale, una vera e propria malattia del mondo contemporaneo, è infatti il tema dominante in Si nota all’imbrunire: Silvio è l’emblema di questa condizione esistenziale senza che ne riconosca la gravità, senza che intraveda nelle sue piccole manie e nella sua riluttanza a camminare, nel suo voler stare sempre seduto, quello stato patologico che suo figlio riesce finalmente a sbattergli in faccia, mostrando tutta la sua preoccupazione e invitando il padre a lasciare quel luogo desolato per tornare in città, per tornare a vivere e a stare in mezzo alla gente.

Ma Silvio con l’arrivo dei figli è anche suo malgrado costretto a fare di nuovo il padre, anche se urla con rabbia che i genitori dopo una certa età non dovrebbero più dirsi tali per i figli, divenuti quarantenni, perchè quegli adulti non li riconosce più, sono più simili a una suocera che ai bambini che ricordava da piccoli.

I caratteri e le debolezze di ciascuno dei quattro personaggi che ruotano intorno al protagonista sono ben delineati e portati in scena nel vortice linguistico che va dall’esuberanza di Roberto Nobile – perfettamente contro bilanciata alla ieraticità del personaggio di Orlando, che si infrange tuttavia in esplosioni emotive causate dalla presenza dei suoi ospiti – alla dimensione accudente della figlia maggiore Maria Laura, medico come il papà, alle velleità professionali di Riccardo e Alice, scrittrice senza ispirazione.

L’instabilità emotiva accomuna l’intero quadro familiare e trascina fuori Silvio dal suo apparente equilibrio psico-fisico verso la deriva di sentimenti e certezze, consegnandoci nel finale una realtà forse inaspettata ma messa già bene in luce nel corso dello spettacolo dai conflitti alberganti nella mente del protagonista, perchè nella solitudine fisica quando ci si guarda dentro può succedere che accorra una folla di fantasmi a rompere il silenzio.

Non ignorare queste solitudini nella frenesia delle famiglie e dei contesti sociali di oggi è una fondamentale forma di resistenza e di salvezza da quell’oscuro malessere, è il quid del testo di Lucia Calamaro, talmente denso di significato da sfuggire nella velocità della recitazione, da creare la necessità di essere letto dopo essere stato ascoltato in teatro, trasformandosi in una buona occasione di teatro da leggere e rappresentando un’occasione piuttosto rara in Italia di drammaturgia originale e di qualità.

SI NOTA ALL’IMBRUNIRE
solitudine da paese spopolato

  • di Lucia Calamaro
  • Con (in ordine alfabetico) Riccardo Goretti, Roberto Nobile, Silvio Orlando, Alice Redini, Maria Laura Rondanini
    Scene Roberto Crea
  • Costumi Ornella e Marina Campanale
  • Luci Umile Vainieri
  • Regia Lucia Calamaro
  • produzione Cardellino srl
  • in coproduzione con Teatro Stabile dell’Umbria
  • in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia
Elisabetta La Micela

Elisabetta La Micela

Elisabetta La Micela nasce 29 anni fa a Siracusa, laddove un’antica cavea è lambita dal mare, tanto che le sarà per tutta la vita impossibile liberarsi del teatro e di quel mare, ora lontano. Era sedicenne quando il cinema è arrivato a completare l’opera, mentre pagine su pagine rivelavano indomabili la dipendenza dall’inchiostro. E’ diventata così giornalista passando per il carcere, dove ha riscoperto la ragione del teatro, e per una Laurea in Scienze della Comunicazione e una specializzazione in Discipline dello Spettacolo all’Università La Sapienza. Continua ancora a scrivere di quello che vede e che ama, investita di striscio da un nuovo e amato percorso di autrice televisiva a servizio della verità.

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