Conversazione con Jane Kallir e zoom sul suo Report su mercato dell’arte

Nel mondo dell’arte la competenza si costruisce con passione e tempo. La storia dell’arte come disciplina  si fa partire dalle Vite di Giorgio Vasari. Ma la storia dei materiali artistici comincia molto prima, almeno dalla Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. Il loro uso, l’associazione di colore e forme, astratta o naturalistica, rimonta alle grotte di Lascaux e Altamira, alla Venere di Willendorf, ai graffiti della Val Camonica, tutti legate anche ad intenti propiziatori.

Nella storia della disciplina – abbastanza giovane in senso accademico-  la fondazione moderna, in estrema sintesi, comincia coll’Enciclopedie di Diderot e D’Alembert, con J.J. Winckelmann, e poi, in Italia, include i celeberrimi Berenson, Longhi e Zeri. L’occhio loro riconosciuto – così, spesso, si sintetizzano le doti del  connoisseur – può essere posseduto da specialisti di origine diversa, certo è che nasce da un talento,  che viene coltivato, che è mantenuto in costante esercizio, come i muscoli di un atleta. Uno strumento ineguagliato, potenziato e accompagnato quando serve, ma non superato, da strumentazioni ad hoc.

I Musei e le Collezioni, che tanto assommano delle nostre memorie collettive, non esisterebbero senza l’apporto della selezione di questo sistema “occhio-cervello”. E non si tratta di una tendenza solo occidentale. L’impulso alla raccolta appare ovunque nell’homo sapiens: la tesaurizzazione di oggetti speciali, portatori di valori condivisi emerge in tutte le culture umane, andando a rispecchiare le loro usanze e origini.

Dalle offerte nelle Tombe dei Faraoni, al Tesoro degli Ateniesi sull’Acropoli o a  Delfi, fino agli oggetti tombali delle popolazioni in migrazione dalle steppe euro-asiatiche, nei secoli IV-VII d.C. Che fossero offerte agli Dei, tributi, bottini, merci di scambio o di lusso dal commercio a lunga distanza, come le ambre, evidenziano una condivisione di valori simbolici, religiosi od estetici concentrati negli oggetti stessi.

Poiché fare arte e collezionare sono strettamente dipendenti, sembra utile presentare esempi nuovi e antichi di questi talenti, pescati sia dalla storia che tra addetti ai lavori, giovani o maturi, senza distinzioni di categoria o di altre appartenenze.

Ma evidenziandone storie, diversità e ricchezza umana e culturale. Perché senza collezioni (dal lat. collectio -onis, der. di colligĕre «raccogliere», composto di con- e legĕre «cogliere, raccogliere», ) una parte della nostra memoria si sarebbe persa, e Storia e Tecnologia ne sarebbero impoverite.

Basti solo ricordare la recente mostra su Leonardo da Vinci, alle Scuderie del Quirinale di Roma. I codici manoscritti e i libri a stampa dei grandi ingegneri rinascimentali (es. Brunelleschi, Francesco di Giorgio Martini) –parte di quel patrimonio librario tanto negletto nell’ iconocrazia dominante –  hanno sprigionato tutta la loro forza tanto negli originali che nelle ricostruzioni delle macchine tramandate dai disegni: argani, gru, ruote, chiuse per i Navigli milanesi, pompe idrauliche, bombarde per innalzare colonne, irrigare e canalizzare le acque, conquistare o difendere.

The Art Dealer as Scholar.

Nel viaggio infinito tra le arti, tentare di individuare qualche riferimento, attraverso casi significativi può non può essere facile né ovvio.

All’ultima ARTBASEL ha attirato la nostra attenzione Jane Kallir,  con un notevole e serrato contributo sul TAN (The Art Newspaper, Basel Edition, * june 2019).

La Kallir, prima ancora che una  gallerista americana tra i maggiori esperti di Espressionismo austriaco e tedesco d’inizio XX secolo, è nota  per essere l’autore del catalogo ragionato dei disegni di Egon Schiele.

Proponiamo qui di seguito l’intervista fatta in quell’occasione unitamente a varie riflessioni contenute nel suo annuale Report su mercato dell’arte.

“Un’opera nasce da elementi di base (pigmento, olio, tela…) e da un lavoro non salariato che, misteriosamente, si trasforma in un oggetto di grande valore. La trasformazione avviene in una forma di mutuo accordo tra un compratore e un venditore…”. 

E’ questo l’intrigante incipit del Report diffuso in coincidenza con l’allestimento, presso la Galerie Sainte-Etienne di  New York (specializzata su Klimt, Schiele,  Kokoschka, Kubin, Max Beckmann, Otto Dix) della mostra  The Art Dealer as Scholar, in cui pone l’ accento su molti nodi cruciali del sistema dell’arte odierno, comparandolo sia a  quello in cui debuttò suo nonno, a Vienna nel 1923 e poi a New York, dal 1939, che agli anni Ottanta del XX secolo.

Con pregevole capacità di sintesi vi si ricorda come, dal tardo XIX secolo, coll’assottigliarsi della committenza aristocratica tradizionale, siano venuti costituendosi gli elementi caratterizzanti l’art world del Novecento.

All’emergente classe dei ceti industriali necessitavano forme artistiche e canali di vendita alternativi ai Salons, fattisi troppo accademici, e figure come Paul Durand-Ruel, Ambroise Vollard,  Daniel L. Wildestein, Daniel-Henry Kahnweiler (Picasso e i Cubisti) cominciarono a fare mostre personali di quelli che sarebbero diventati i miti del Novecento, a pubblicare relativi cataloghi e libri, a creare archivi sugli artisti di cui acquisivano all’ingrosso la produzione o che rappresentavano.

I Musei “sono la nostra migliore pubblicità” (Durand-Ruel) e le mostre itineranti internazionalizzarono il modernismo in Germania, Austria e Stati Uniti mentre ancora i francesi non lo avevano realmente assimilato.

Nella Vienna d’inizio secolo, il bisnonno avvocato vide la scelta di Otto Kallir, promettente figliolo cui fu impedito l’accesso alla nascente ingegneria aeronautica, come “un passo  all’indietro…” dietro il bancone (tradizionale terreno del negoziante ebreo).

Otto era un collezionista nato ma anche uno studioso rigoroso, al punto da fare un dottorato in scultura medievale, senza alcuna diretta utilità per il vero campo di applicazione del suo talento.

Alla nascita delle gallerie moderne, si aggiunsero nuovi modi di diffondere e rendere accessibile  l’arte, con la fotografia e litografia, “ad una scala insuperata fino ad Internet”, cui anche  Otto Kallir diede un contributo  importante, insieme a Paul Cassirer, Wolfgang Gurlitt, Karl Nierendorf, Paul Rosemberg.

Jane Kallir mi dice:

Un numero sproporzionato di dealers del primo modernismo erano ebrei –inclusi tutti quelli citati sin qui- così come la maggior parte dei loro clienti. E’ stato ipotizzato che per loro il Modernismo sia stato una forma di fede religiosa che (di)mostra la loro ingenua fiducia verso il futuro.

Attraverso una straordinaria capacità nel percepire la qualità di quell’arte tanto moderna, i dealers hanno costituito il collante tra artisti e collezionisti, critici e curatori.

Fino agli anni Ottanta erano  proprietari dei loro magazzini, dominavano il mercato dell’arte, avevano un mark-up standard del 100%, con un profitto anche maggiore se potevano aspettare a vendere.

Dico a Jane Kallir:

Ho molto apprezzato il suo ultimo intervento sul TAN.

Arthur Danto (The Art World scritto  1964) è stato tra coloro che hanno cercato di descrivere il funzionamento del settore nel recente passato. Il mondo dell’arte  è formato in primo luogo da persone impegnate  professionalmente o emotivamente: dealers, storici dell’arte, curatori, critici, collezionisti, un gruppo di persone seriamente e profondamente impegnate nel mondo dell’arte.

Essenzialmente a causa delle loro qualifiche e della loro dedizione per  l’arte raggiungono un consenso rispetto a cos’ è l’arte importante. Essi determinano l’agenda di musei, collezionisti  e dealers.

Non è come se fosse un comitato che si riunisce e prende decisioni ma, in un certo arco temporale, queste sono le persone che danno forma a quello che  è importante nell’arte. E questo oggi non esiste più realmente in questo stesso modo. Soprattutto perché non abbiamo più critica d’arte. C’è pochissima letteratura intorno all’arte come arte, non abbiamo neppure più pubblicazioni scritte.

Anche in Internet la maggior parte delle pubblicazioni sull’arte sono orientate al mercato e alle personalità o riguardano il glamour. In sostanza il mondo dell’arte è più guidato dal mercato.

E come in ogni mercato ha costantemente bisogno di nuovi prodotti. E quindi, in altre parole, tutto ciò significa che il mercato dell’arte diventa come la moda  e cambia tutti gli anni. L’anno scorso, qui ad Art Basel, la moda era Joan Mitchell (Chicago 1925-Parigi 1992), tutti quanti avevano Joan Mitchell (n.d.R.: esponente dell’Espressionismo astratto americano poi Action Painting) nei loro stand. Per una qualche ragione era sottostimata ed era una fresca riscoperta, quest’anno c’è molto Basquiat, il che è abbastanza normale, ma vi potete ritrovare anche, tutto sommato, l’influenza della Biennale.

E’ l’anno della Biennale, e pertanto ne subiamo l’influenza. Non so che cosa succederà l’anno prossimo. Ma la cosa importante è che non disponiamo più di un framework che ci aiuti a determinare quello che è importante. O comunque a giudicare la qualità.

E non è che sia sbagliato avere una connessione tra le gallerie e la Biennale. Il problema è che la natura di quella connessione è totalmente determinata dalle forze di mercato.

Nella contemporaneità non è mai stato semplice capire dove stesse il massimo della qualità. C’è stato Raffaello che ha avuto un grande successo in vita ed altri no….

Sì, è vero, e peraltro si può dire che questo sia non solo vero ma che non ci sia nulla di intrinsecamente sbagliato in quanto avviene. Questo processo sarebbe giusto se il denaro non giocasse un ruolo tanto  importante. Se la gente cioè va a Venezia e scopre qualcosa che è… fantastica e vuole  comprarla…

Le è piaciuta la Biennale di quest’anno? (n.d.R.: la 58. Esposizione Internazionale d’Arte, intitolata May You Live In Interesting Times e curata da Ralph Rugoff, attuale direttore della Hayward Gallery di Londra; è in corso dall’11 maggio al 24 novembre 2019)

Alla Biennale di due anni fa ho trovato le mostre principali orribili.  Alla Biennale amo andare in  autunno, quando non c’è folla, e sarà allora che ci tornerò anche se non abbiamo sentito commenti molto favorevoli. Se sei paziente fai la fila e vai nei Padiglioni Nazionali, c’è sempre qualcosa di interessante da vedere lì o nelle altre Esposizioni.

Ma per tornare a quello di cui parlavamo, sia che tu venga ad Art Basel sia che tu vada alla Biennale devi sempre venire cogli occhi e il cuore bene aperti. “It’s great… se trovi qualcosa che ti spinge all’acquisto. Il problema sono i modi attraverso i quali le  cose sono vendute come investimento: prendi un’artista… you know… poiché  espone alla Biennale, è diventato un artista importante ed il suo valore cresce. E la gente lo acquista perché pensa che il suo valore continuerà a crescere.

Nel modello classico dell’artworld  certi elementi sarebbero in equilibrio,  e si dovrebbe anche riconoscere, come lei ha detto poco fa, che nessuno sa davvero chi diventerà Raffaello, o  chi sarà realmente rivalutato.  Questa consapevolezza dovrebbe far parte del calcolo d’investimento: il calcolo cioè dovrebbe essere “compro questa cosa perché mi piace molto”.

Alle persone  – quando vogliono informazioni sul prezzo di  un’opera-  io posso dire esattamente come ho “formato il prezzo” perché  il mercato è un animale che fluttua, poggia sull’offerta e sulla domanda. Ma non posso dirti che il prezzo sarà lo stesso domani e chiunque lo faccia ti sta mentendo.

Purtroppo quello che c’è oggi sono operatori che agiscono come speculatori (day-traders/mercanti mordi e fuggi) sul mercato della borsa.  Non hanno interesse a conservare l’opera d’arte a lungo.  Sono interessati a sviluppare un portafoglio nel quale confluiscano opere d’arte che crescano di valore e che possano vendere realizzando un profitto.

E se l’artista è completamente dimenticato vent’anni dopo va altrettanto bene, perché hanno guadagnato… questo è il cuore del problema nel mondo dell’arte di oggi, il problema non è l’insider trading.  Se vedi l’arte come una commodity (tr. materia prima) allora vi può essere insider trading nell’intento di fare profitto a breve, ma se vedi l’arte come qualcosa che richiede conoscenza e competenza (knowledge and connoiseurship) solo coloro che sono all’interno (insiders) le possiedono entrambe, e dovrebbero operare sulla base della conoscenza e non del profitto a breve.

Con i suoi acuti contributi Jane Kallir riporta il ruolo del dealer a quello del consigliere ed esperto. Dotato di una competenza e conoscenza sia dell’arte che del mercato.

Dice:

La comparsa di Sotheby’s e Christie’s e  l’avvento dei databases dagli anni Novanta, danno l’illusione che i risultati d’asta riflettano i valori del mercato e delle fiere, cosa che spesso non è vera, a causa della fluttuazione della domanda, ma anche per sottigliezze quali le condizioni di conservazione, il passato commerciale dell’opera, errori di catalogazione, riserve non realistiche e garanzie non dichiarate. Il lavoro di un dealer competente consiste nell’analisi di queste sfumature e nel regolare e consigliare in accordo con tutto ciò.

Taluni osservatori del mercato recitano da tempo un mantra assai potente ovvero lamentano spesso, in convegni e report, una mancanza di trasparenza sui prezzi e un’asimmetria di informazioni che – secondo altri  – impedirebbero una finanziarizzazione ulteriore degli assets artistici, assimilabile a quella di altri beni da investimento. Jane Kallir ha le idee molto chiare.

Tale asimmetria informativa non può essere colmata in quanto non tutti possiedono una visione integrata degli elementi che concorrono a formare il valore, e non solo il prezzo precedentemente pagato.

Nel bene artistico c’è un grado di variabilità ed una unicità che non possono piegarsi a questo schema. Anche la provenienza e le eventuali vicende commerciali dell’opera –se esistono- non ne determinano da soli il valore.

Un prossimo intervento cercherà di rispondere ad una delle questioni poste qui da Jane Kallir, ovvero la rarità di una critica d’arte che aiuti a fissare i fondamenti per leggere e comprendere cosa succede nell’arte contemporanea e non solo. Vi si ricorderà Gillo Dorfles, recensendo l’ultimo volume La mia America, uscito postumo, a cura di Luigi Sansone, per le edizioni Skira.  Seguiranno altre interviste, in coincidenza con alcuni eventi rilevanti della stagione, la BIAF – Biennale dell’Antiquariato di Firenze (Palazzo Corsini, 21-29 settembre 2019) e la mostra alla Reggia di Caserta Da Artemisia a Hackert. Storia di un antiquario collezionista alla Reggia. 16 settembre 2019-13 gennaio 2019.

Laura Traversi

Laura Traversi

Laura Traversi, laureata e specializzata in storia dell’arte all’ Università “La Sapienza” di Roma, ha svolto, tra 1989 e 2003, attività di studio, ricerca e didattica universitaria, come borsista, ricercatore e docente con il sostegno o presso i seguenti istituti, enti di ricerca e università: Accademia di San Luca, Comunità Francese del Belgio, CNR, ENEA, E.U-Unione Europea, Università Libera di Bruxelles, Università di Napoli-S.O Benincasa. Dal 2004 è docente di Storia del collezionismo presso l’Università degli Studi di Chieti-Università Telematica Leonardo da Vinci.
Ha pubblicato saggi ed articoli in riviste specialistiche italiane e straniere, atti di convegni in Italia e all’estero, opere enciclopediche, volumi collettivi, sui seguenti argomenti: ritrattistica e storia del collezionismo, pittura leonardesca, ebanisteria, medaglistica e scultura, materiali e tecniche artistiche, tecnologie scientifiche applicate allo studio delle opere d’arte.

Commenta

clicca qui per inviare un commento