Lino Strangis, la multimedialità, la musica, la croma. Conversazione con l’artista e con Veronica D’Auria

La musica è un linguaggio universale che unisce, comunica con immediatezza, aggiunge ricchezza alla vita quotidiana. Si connette con le personalità a livello mentale ed emotivo. Allena le sinapsi a dirigersi verso l’astrazione. Convoglia le persone alla condivisione e favorisce la convivialità. Si inserisce nelle intercapedini del vissuto e guida i ricordi. Rende nostalgici e indica il presente. Segna epoche e crea evoluzione sociale. Può essere un metodo di cura. È ampia nelle sue manifestazioni. Forma il carattere e può diventare essenziale nella crescita. Tramite la musica si possono creare mondi.

Ed è proprio ciò che fa Lino Strangis (Lamezia Terme,1981; vive e lavora a Roma e Torino): attraverso un segno musicale, la croma, inventa un progetto multimediale che unisce varie forme espressive. La croma diventa il grado zero su cui costruire un castello fatto di diversi media che si tengono in equilibrio tra loro.

Ogni componente che è inserita nel processo ideativo si colloca in un luogo immaginativo preciso nel collegamento tra le parti. Partiture Spaziali a cura di Veronica D’Auria è questo progetto, espressione dell’unione tra videoarte in digitale, realtà virtuale, scultura 3D, performance multimediale e improvvisazione di musica elettronica sperimentale.

Ha esordito a Spazio Corrosivo (Marcianese) ed è giunto fino alla Galleria CONTACT artecontemporanea in collaborazione con C.A.R.M.A. – Centro d’Arti e Ricerche Multimediali Applicate.

L’obiettivo è la creazione di una possibile arte totale. La nota croma quindi diventa il modulo da cui far nascere tutto il contesto immaginifico. Per esempio dalla combinazione del “segno” musicale si originano le sculture 3D che spesso possono far pensare ad architetture gotiche così come a scheletri e ossa animali in un ambito che diventa quasi tribale. Dalla modellazione del 3D nascono anche elementi utilizzati nella performance multimediale eseguita dall’artista e dalla curatrice: la maschera che indossa Lino Strangis durante l’improvvisazione di musica sperimentale e la collana che indossa Veronica D’Auria nel viaggio nella realtà virtuale, creata da Strangis.

Le loro performance conservano un sapore tribale pur nelle scenografie virtuali che rimangono allo stesso tempo figlie dell’alta tecnologia, Strangis per costruire questi mondi utilizza un software generalmente impiegato nell’industria del videogioco.

Ma come è arrivato Strangis alla multimedialità? Nel suo percorso artistico e di vita, fin dall’infanzia, non riusciva a concentrarsi su di un’unica disciplina: ha studiato musica e pittura ma senza appassionarsi alle lezioni che compieva. Ha capito nel tempo che il fatto di non essere legato ad un percorso, ma ad una serie di percorsi poteva essere un vantaggio.

Dice:

“volevo essere un intellettuale che crea forme, per questo mi sono iscritto al liceo classico e poi, all’università, ho seguito filosofia: volevo studiare le estetiche che potessero darmi un’infarinatura critica.”

La parola e la scrittura sono sempre state il linguaggio con cui si esprimeva fin da piccolo, che ha utilizzato anche quando creava musica con il suo gruppo musicale. Per queste ragioni non si è iscritto all’Accademia di Belle Arti e si è cimentato con l’arte da autodidatta. Poi ha approfondito Storia dell’Arte pur laureandosi in filosofia con indirizzo estetica, perché, ci dice:

“perché volevo essere un autore consapevole che si confronta con la storia.”

Ha capito così che doveva esprimersi non più solamente con il linguaggio testuale, ma anche con l’arte visiva e nello specifico con il video, con cui si possono comunicare emozioni e messaggi che non si possono trasmettere con le parole. Il fatto che la videoarte sia un nuovo media, nato con le ultime avanguardie, lo ha stimolato nella direzione di poter evolvere in una ricerca personale nuova. La musica sperimentale si è unita alla sua indagine. Il fatto di non concentrarsi in un solo campo lo ha portato ad affrontare altre tecniche innovative e a dedicarsi ad altre discipline come la scenografia, il lato curatoriale, la musica, il 3D.

Strangis chiarisce:

“Nella creazione posso attingere a svariati stimoli e ciò mi dà maggior libertà e maggiori possibilità.”

Sono ormai più di 15 anni che Veronica e Lino sono una coppia e lavorano insieme, affrontano insieme sia le parti curatoriali sia l’aspetto artistico, ad esempio hanno fondato e gestiscono insieme C.A.R.M.A. – Centro d’Arti e Ricerche Multimediali Applicate. D’Auria racconta:

“Avendo seguito Lino fin dall’inizio ho avuto modo di relazionarmi con i vari aspetti della sua ricerca dalla musica al video, che sono state sempre collegate in sinfonie visive, ovvero entrambe le arti hanno sempre ricoperto un ruolo parimenti importante. Siamo poi giunti a dimensioni più installative, spesso site-specific, e infine alla realtà virtuale e alla performance multimediale.

Questo percorso è stato vivace e mi ha permesso di sviluppare insieme a lui un forte senso critico riguardo al tipo di linguaggi con cui ci andavamo a confrontare, assistendo a tutte le evoluzioni della sua ricerca, andando ad abbracciare tutte le arti che ha sperimentato e sperimenta. Ho imparato a conoscere la parte tecnica e tecnologica guardando l’elaborazione dei lavori e ciò mi è servito per acuire il mio approccio curatoriale e critico.

Le tecnologie non sono mai scelte in maniera pretestuosa, ma sempre per il loro valore significante perché solo così si può dare il senso voluto all’opera.  E tutto ciò poi mi ha poi permesso di entrare nelle filosofie che guidano il suo lavoro e quindi nelle estetiche che i progetti vanno ad abbracciare.”

La croma è il riferimento centrale del progetto Partiture Spaziali, con essa Strangis ha costruito i vari elementi, partendo quindi dal linguaggio musicale. Ha scelto la croma perché rappresenta visivamente un po’ tutti i segni musicali, dice:

“Ha sia la forma a palla, sia la linea verticale che quella in orizzontale, quindi li rappresenta tutti, tanto che mischiate alle crome ogni tanto sia nelle realtà virtuali che nelle sculture che nelle stampe c’è anche qualche altro segno. Poi doveva simboleggiare i segni musicali fuori dal pentagramma in modo che diventassero altro e acquisissero altre essenze, attraversassero altri linguaggi, decontestualizzandoli, togliendogli tutta la funzionalità così da seguire la trasformazione della struttura musicale in una visualizzazione della musica tramite le tecnologie odierne.”

Lino voleva esprimersi in maniera diversa rispetto alla pittura dove il concetto è stato sviluppato; in scultura, ad esempio, questa tendenza è stata poco praticata e Strangis ha cercato di interpretare la scrittura musicale con la scultura 3D.

L’artista dichiara:

“È come se ognuna di queste crome fosse un performer che nella scultura è stato congelato in quella specifica posizione ma un attimo dopo poteva trovarsi in un’altra.”

D’Auria pensa che questo progetto in particolare abbia come punto di forza lo sviluppo del simbolo della croma come modulo minimo che diventa un intero mondo andando ad articolarsi nelle diverse arti che sono coinvolte. Ma come?

Le crome divengono non solo un filo comune ma proprio un elemento strutturale dei vari linguaggi: “le ritroviamo all’interno delle sculture 3D cristallizzate in posizioni impossibili, nel video le vediamo in movimento, quindi animate, nella realtà virtuale le ritroviamo come architetture mastodontiche gigantesche percorribili, nelle stampe sempre cristallizzate però con l’intervento a mano dell’artista attraverso la pittura, e poi ovviamente all’interno della musica che le ha generate e le rievoca. Nel live fungono da ispirazione e nella creazione delle opere da motore.”

Il media della scultura 3D è all’avanguardia ma è anche un media che si inserisce con coerenza nell’arte di Strangis per le sue possibilità progettuali. Ed è il modellare manuale che lo interessa: la gestualità si unisce con le nuove tecnologie. L’artista spiega la tecnica: “si indossa il visore collegato con sensori che vedono esattamente in quale posizione dello spazio si stanno tenendo le mani; c’è un materiale simile alla creta che si modella.

In questo caso specifico dopo aver creato il modulo della croma rimodellandolo a mano tramite la realtà virtuale lo si può legare ad un gesto che lo inserisce nello spazio – per questo l’ho chiamata action sculpting. Senonché il movimento naturale è veloce quindi, dopo, necessita di un lavoro che può durare ore o giorni e che serve a cristallizzare in maniera organica le varie crome che sono state sparse nel software.

Un filo naturale che poi realizza praticamente l’opera va inserito sia nella stampante che nella penna grafica a mano che uso successivamente, a scultura ultimata dalla stampante 3D, per varie modifiche. Il progetto dalla modellazione nel software viene veicolato alla stampante che utilizza, per costruire l’oggetto, questo filo, chiamato PLA, ovvero acido polilattico, una plastica di derivazione naturale.” La maggior parte delle sculture quindi portano delle modifiche fatte a mano: a volte la stampante genera un certo difetto, ovvero la forma non viene sviluppata fino in fondo, e Strangis, in molti casi, sfruttata queste imprecisioni affidando al caso il riutilizzo delle forme generate e andando a sommare più sculture diverse, realizzando così pezzi unici di cui non esiste la matrice in 3D. Le sculture vengono anche colorate con smalti.

Le performance che coinvolgono la realtà virtuale vedono protagonisti quindi sia Strangis che D’Auria che, come abbiamo detto, grazie al fatto di approfondire il percorso di Lino fin dall’inizio è riuscita a maturare una sensibilità di approccio alle nuove tecnologie e alle filosofie alla base del lavoro.

Quando Strangis ha acquistato il VR – visore di realtà virtuale- è diventato naturale che Veronica lo utilizzasse spesso, dal momento che ha seguito lo sviluppo e l’approccio alla realtà virtuale. Conosce i percorsi possibili all’interno di questi mondi fantastici avendo avuto la possibilità di poterli provare più volte, acquisendo dimestichezza. Indossando il visore si è in due condizioni quella più prettamente fisica e quella virtuale e ciò può provocare uno sfasamento.

D’Auria dichiara: “la cosa che ho trovato sempre molto bella in Lino è quella di dare molta libertà però stabilendo delle chiavi iniziali che riguardano l’approccio al mezzo e all’opera che si va a realizzare. Ho anche avuto da lui un feedback esterno sui miei movimenti performativi perché quando sono nella realtà virtuale non mi vedo dall’esterno. Cerco di diventare un tramite per lo spettatore che viene coinvolto in un vero e proprio rituale e ogni volta anche per me è un’esperienza diversa.” Strangis, che esegue nel live l’improvvisazione musicale, dopo aver creato i mondi in cui si muove D’Auria, aggiunge: “il concetto del curatore che si rende disponibile a partecipare all’interno del progetto è un concetto cui sono particolarmente legato e a cui credo molto per contrariare un prevalere del curatore rispetto all’artista. Nello specifico ho scelto Veronica perché è stata sottoposta a lunghe sessioni di questo tipo di visioni e quindi riesce ad utilizzare lungamente il visore, conosce il tipo di forme estetiche che mi interessa trasmettere e infine perché è una curatrice militante.”

Strangis, facendo una mappa mentale dell’andamento sonoro che vuole proporre, dà delle indicazioni a Veronica su degli appuntamenti all’interno di un canovaccio libero.

Lino e Veronica svolgono due ruoli diversi e allo stesso tempo interconnessi, ognuno ha le sue specificità però al contempo si danno dei consigli o suggerimenti: “l’equilibrio e il potere del nostro rapporto collaborativo viene dal fatto che proveniamo da percorsi differenti e ci occupiamo di compiti differenti, confrontandoci. Io conosco le esigenze e volontà che Lino avrebbe dovuto spiegare ampiamente a chiunque altro”, dichiara Veronica.

L’allestimento di questo progetto è previsto che sia sempre diverso perché è site- specific, è a tappe e rimodulabile: ogni volta è una nuova avventura che lo arricchisce.

L’intero progetto sarà documentato dall’omonima pubblicazione multimediale in uscita per le Edizioni Kappabit, che – oltre a ospitare i contributi dell’artista e della curatrice – vedrà coinvolti alcuni tra i maggiori esperti e critici dei diversi linguaggi protagonisti (Vittore Baroni, Valentino Catricalà, Anna Maria Monteverdi, Maurizio Marco Tozzi). A completamento di questo ampio e articolato programma di attività, si prevede inoltre l’uscita discografica dal titolo “Altre musiche per altri mondi”, un album di musica elettronica sperimentale realizzato dallo stesso Lino Strangis per l’etichetta Folderol. La mostra è visitabile solo su appuntamento.

Fino 4 ottobre 2019, Galleria CONTACT artecontemporanea, via Urbana 110, Roma info: 06.95215939, 06.916500729; www.galleriacontact.it

Claudia Quintieri

Claudia Quintieri

Claudia Quintieri, classe ’75, è nata a Roma, dove vive e lavora. Si è laureata in Lettere indirizzo Storia dell’arte. È giornalista, scrittrice e videoartista. Collabora ed ha collaborato con riviste e giornali in qualità di giornalista specializzata in arte contemporanea. Nel 2012 è stato pubblicato il suo libro "La voglia di urlare". Ha partecipato a numerose mostre con i suoi video, in varie città. Ha collaborato con l’Associazione culturale Futuro di Ludovico Pratesi. Ha partecipato allo spettacolo teatrale Crimini del cuore.

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