Viaggio di Psiche di Sista Bramini. Il potere del racconto, la forza del soffio.

Raccontami una storia!“. Perché di storie non se ne può fare a meno, perché la vita è una coperta intessuta di storie sulla quale camminiamo, nella quale ci avvolgiamo per coprirci e per sognare.
E una storia deve essere come un filo che si srotoli infinitamente da un fuso, che ondeggi fra terra e cielo spinto dal soffio della parola; che s’attorcigli ai polsi e alle caviglie di chi ascolta per portarli lontano.

immagine per Sista Bramini

Viaggio di Psiche, scritto, interpretato e costruito da Sista Bramini, in scena al Teatro della Basilica di Roma è una storia antica che mai può essere domata nel nostro immaginario.

È la storia di Amore e Psiche così come la narra Apuleio nelle Metamorfosi, una favola che ha già perso il suo terribile potere ancestrale capace di mescolare, senza farli esplodere, passione e soffio vitale e che è diventata esempio e insegnamento da cui attingere infinite interpretazioni (mistiche, letterarie, esoteriche…) e dalla quale avere risposte e responsi.

Psiche, fanciulla bellissima, è adorata da tutti e la sua immagine, pian piano, va sostituendosi al culto di Afrodite. Ma la dea della bellezza non può accettare questa empietà ed ancor meno  l’insensatezza degli esseri umani. Così ordina ad Eros, suo figlio, di scagliare una delle sue frecce per farla innamorare di un uomo vile e mostruoso.

È qui che Sista Bramini ce la porge, confusa e sola, condannata -come ha vaticinato la Pizia- al sacrificio per il bene della città.
La accogliamo ancora non del tutto impietositi per la sua sorte, ma curiosi di sapere se si potrà mai sfuggire ad una punizione divina.

Il giovane dio dell’amore la vede e se ne innamora all’istante, trafitto da una delle sue stesse frecce. Per lei costruisce un palazzo magnifico che la celerà agli occhi di Afrodite. Lì avrà tutto ciò che desidera, imparerà l’amore, sarà regina. Solo una cosa le è chiesta: non tentare mai di guardare il suo amante. Eros si cela nel buio, nel buio la ama, nel buio la accudisce e la rende madre. E lei accetta perché crede di non voler desiderare di più.

Il racconto diventa un’onda che penetra nelle fessure dei nostri destini. Ci riconosciamo in quelle voci che si modulano: cupe, meravigliate, lamentose; che si trasformano in ira o invidia; che sono soffici come un nido, a spirale come un canto d’amore, scorrevoli come acqua di fiume. Voci che profumano, che servono, che tagliano, che legano, che adornano.
Tutte le sue voci.

Tradita dalle sorelle invidiose, Psiche disobbedirà al suo amante e una notte, accesa la lampada a olio, lo guarderà, bellissimo, dormire, innamorandosene senza più riserve. Ma una goccia d’olio della lampada cadrà sulla spalla del dio che, ferito nel corpo e nella fiducia, fuggirà lontano.

Ora Psiche, l’anima, deve partire per un viaggio se vuole ricongiungersi ad Amore. È un’iniziazione che tutti abbiamo conosciuto: il viaggio di Psiche è anche il nostro viaggio, quello intrapreso mille volte per imparare ad amare.
Il racconto si fa colore smagliante, si fa piedi che vanno verso la meta, si fa ostacoli, prove, sconfitte, labirinto.

Sostenuta dalla musica evocativa di Giovanna Natalini che ora è suono, ora canone, acqua, vibrazione, scossa, trillo, melodia, la voce di Sista Bramini ci porta ad imparare a discernere (la stanza dei semi confusi), ad apprezzare l’attesa e i suoi doni (le pecore dal vello d’oro), ad accettare l’aiuto degli altri (l’acqua della fonte sacra), ad affronare l’ignoto (il viaggio negli inferi).

Qui la narrazione si fa corpo, prende un nuovo ritmo, gioca con l’ironia, si lancia nel movimento fisico, quasi una danza, fino all’arrivo di Amore che prende Psiche tra le sue braccia e la sposa sull’Olimpo rendendola immortale, benedetta da tutti gli dei, prima fra tutti Afrodite che, in segreto, aveva accompagnato il percorso della fanciulla tramutandosi nei diversi aiutanti magici che l’avevano soccorsa.

L’erranza, in questo spettacolo, è trama e tecnica drammaturgica. Con un lavoro possente, faticoso e sfaccettato, Sista Bramini mette in scena l’errare e l’errore, il destino e lo fa con la capacità di farsi parola comprensibile, con la grazia di un cantastorie, con il suono di una cetra interiore che viene offerta in nome della libertà di amare e della gioia di raccontare.

Isabella Moroni

Isabella Moroni

Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

2 commenti

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  • Brava Isabella, una recensione la tua che percorre e individua con acutezza perspicua tutti gli svincoli cruciali, le confluenze, le curvature e le torsioni dell’opera nella sua lontana vibrazione tematica, per noi un thesaurus allusivo, che Sista Bramini ha declinato e fatto palpitare con voce metamorfica, mimetica, senza stonare nell’arduo cimento anzi, facendo stillare dalla partitura scenica (in simbiosi con le note congruenti e incisive di Giovanna) fragranti gocce di ambrosia figurativa a beneficio di chi sa recepire l’eterna favola di Amore e Psiche anche per traslato, nella propria privatezza d’esperienza e d’anima. Un pubblico foltissmo (sold out) plaudente per lunghi minuti.

  • Lo spettacolo era un’onda avvolgente, ha portatio dentro di sé tutti gli spettatori, un po’ come quando nelle favole le sirene ti rapiscono e ti portano fin dentro il palazzo del Re del Mare…