La rivoluzione siamo noi. Collezionismo italiano contemporaneo

È proprio il caso di dirlo: una mostra nella mostra nella mostra… secondo il principio di mise en abime del “dispositivo collezionismo” e del collezionare che Marco Senaldi e Elio Grazioli mettono in luce nei loro saggi in catalogo.

La rivoluzione siamo noi. Collezionismo italiano contemporaneo, a cura di Alberto Fiz, è una mostra che espone opere selezionate e provenienti da 18 collezioni private italiane, alcune delle quali nel corso del tempo trasformate in Fondazioni (Nomas, La Gaia, Sandretto Re Rebaudengo, Giuliani, Gori).

Quindi una mostra composta da diciotto nuclei, organizzati a loro volta in isole tematiche che vogliono accompagnare la lettura di un percorso altrimenti troppo idiosincratico, dispersivo e multiforme per comunicare qualcosa di portante e significativo.

Del resto ogni collezione (da quella di De Angelis Testa a Fasol, da Leggeri a De Iorio, da Palmigiano a Setari, da Marinoni a Esposito e via dicendo) reca su di sé i caratteri, gli umori, le passioni, la storia dei singoli collezionisti, che quelle opere le hanno volute, desiderate, agognate, cercate e con cui hanno voluto intrattenere un rapporto simbiotico, al punto da disfarsene, quando hanno pensato di farlo, proprio perché ormai impresse nel loro DNA.

Il collezionismo italiano che emerge in questa narrazione (tante se ne potrebbero tracciare, diverse a seconda del tipo di collezionisti che si potrebbero ancora individuare) dimostra di non essere una pratica finanziaria o speculativa, di non pensare a investire o riempire caveau di banche o deposito svizzeri: è un collezionismo di opere come oggetti o cose (intelligente il saggio in catalogo di Stefano Salis sul Museo dell’Innocenza di Orhan Pamuk a Istanbul), un modo di intrattenere relazioni con i loro autori, di far parte della contemporaneità, creando un dialogo aperto e mutevole, fatto di scelte azzeccate e di errori, ma tutto in fondo all’interno di una storia personale. Storia che a volte affonda le radici in quella dei genitori, iniziatori di collezioni poi aggiornate, valorizzate o modernizzate, come nel caso di Consolandi, Floridi, Mattioli Rossi.

Mostra coraggiosa quindi, perché il collezionismo italiano non è tutto lì e molti sono gli esclusi, ma è anche vero, come scrive in catalogo Fiz, che fino a venti anni fa una mostra del genere sarebbe stata impossibile perché non erano tanti quelli disposti a aprire le loro case, a privarsi di importanti pezzi delle loro collezioni, a rendere pubblico il loro patrimonio estetico e culturale.

A Fiz va dunque il merito di aver saputo navigare in acque ancora poco praticate, almeno in Italia, aprendo una rotta che potrebbe risultare fruttifera, tanto più oggi che il pubblico e i musei statali, come sanno bene i collezionisti coinvolti, sono in crisi, a corto di risorse e di personale qualificato, e che a loro spetta proprio il ruolo di venire incontro, di dare in comodato o di donare le opere, di fare da mecenati, sostenere gli artisti.

Difficile arrivare a fare conclusioni su ciò che viene collezionato ed è in mostra, come se questo potesse dire qualcosa sulla storia dell’arte contemporanea, più che sui gusti del collezionismo, che sì fa parte di quella storia ma appunto ne è solo una parte. Ciò non toglie che in un panorama così diversificato di artisti e opere si colgano ambizioni, intenzioni addirittura poetiche e artistiche da parte dei collezionisti stessi, tanto più che oggi di fronte al ruolo del critico in via di estinzione o a quello del curatore di tutto e di tutti senza arte né parte, il collezionista realmente può sostituirsi all’uno e all’altro. Nemesi storica dei tempi in cui, ancora fino agli anni Ottanta, erano i grandi galleristi a dettare mode e tempi.

Entrando nello specifico della mostra, quante straordinarie opere, capaci di colpire al cuore, coraggiose, dure, estreme (Canevari, Kounellis, Abramovic, Nelson, Margolles, Xhafa, Shermann) con cui pensi sia difficile la convivenza quotidiana in un elegante salotto alto borghese di Milano, Napoli o Roma. Quante altre invece già classiche nonostante la loro modernità (Pascali, Plessi, LeWitt, Basilico, Richter, Merz, Castellani, Hirst), quante altre ancora in fieri e in attesa di una loro sistemazione nella storia (Cuoghi, Camoni, Losi, Airò, Favaretto, Piscitelli, Pivi, Gennari, Arienti, Cecchini).

Più perplessi sulla sezione dedicata ai ritratti-dediche dei collezionisti fatti da artisti come Arroyo, Pistoletto, Ronchi, Ball, i fratelli Chapman, Mainolfi, Fato, Kirchhoff, ma è un dato epocale più che stilistico: ovviamente non è più possibile ritrovare nelle figure di pur importanti mecenati e collezionisti e artisti quel senso di appartenenza alla storia, quell’aspirazione alla grandezza a cui grandi ritrattisti moderni come Marino Marini, Bacon, Lucian Freud, Hockney ancora si sentivano legati. “Benvenuti nel deserto del reale”, per riprendere il titolo di un celebre libro di Slavoj Zizek.

Ma proprio qui sta il senso di questa mostra: nel mettere in luce pregi e difetti del gusto contemporaneo, anche nei suoi momenti più dissacratori, bassi e triviali (il fantoccio appeso di Cattelan che dà il titolo alla mostra, i nudi di Huan o l’orso defecante di McCarthy) perché la bellezza è nei particolari, nelle pieghe dell’esistente, anche nel rimosso e nel sordido.

Un aspetto non trascurabile di questa mostra è l’allestimento di opere presso la Galleria Ricci Oddi, altra collezione personalistica, di gusto naturalista e ottocentista  messa insieme dal suo omonimo mecenate. Ma che collezione, con i suoi Fontanesi, Boccioni, Sartorio, Hayez, Mancini, Rosso, Zandomeneghi, Casorati e via dicendo (da lì proviene il Ritratto di signora rubato e da poco ritrovato di Klimt). In mezzo a queste opere, i monocromi di Schifano, Mauri, Manzoni, Laib sembrano dialogare realmente con le superfici pittoriche di un’altra epoca e dove meno te l’aspetti una splendida natura morta di Usellini degli anni Venti ti riporta alla mente De Dominicis e Morandi osservati presso la prima sede della mostra, quella dell’XNL: solo a queste condizioni, solo con questa consapevolezza curatoriale della storia e del passato tutta l’arte è veramente contemporanea.

  • a cura di Alberto Fiz
  • Piacenza, XNL PIACENZA CONTEMPORANEA
    Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi
  • Sabato 1 Febbraio 2020 – Domenica 24 Maggio 2020
Marco Tonelli

Marco Tonelli

Marco Tonelli (Roma, 1971), critico e storico d’arte, attualmente è Direttore artistico di Palazzo Collicola e della Galleria d’Arte Moderna di Spoleto. È stato Direttore artistico della Fondazione Museo Montelupo Fiorentino, curatore di Scultura in Piazza a Palazzo Ducale di Mantova, Assessore alla Cultura per il Comune di Mantova e Commissario inviti della XIV Quadriennale di Roma. Ha curato il volume Pino Pascali. Catalogo generale delle sculture 1964-1968 (2011).

2 commenti

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  • Grazie Marco! Un’analisi approfondita e un testo prezioso non solo per rileggere la mostra ma anche per comprendere e interpretare le caratteristiche del collezionismo italiano, un fenomeno che, come scrivi, è ancora poco esplorato sotto il profilo scientifico ma ricco di potenzialità in grado, in molti casi, di sopperire alle carenze delle istituzioni pubbliche.

  • Caro Marco, come giustamente sostieni, nella tua accurata disamina: ” Il collezionismo italiano che emerge in questa narrazione (tante se ne potrebbero tracciare, diverse a seconda del tipo di collezionisti che si potrebbero ancora individuare) dimostra di non essere una pratica finanziaria o speculativa, di non pensare a investire o riempire caveau di banche o deposito svizzeri: è un collezionismo di opere come oggetti o cose[…]un modo di intrattenere relazioni con i loro autori, di far parte della contemporaneità, creando un dialogo aperto e mutevole, fatto di scelte azzeccate e di errori, ma tutto in fondo all’interno di una storia personale.” La dimensione privata, domestica, dell’arte è fatta di relazioni ordinarie, come dire, di rapporti quotidiani con le opere che si confondono con la vita dei proprietari definendo una condizione del tutto opponibile all’esposizione museale che le destina a uno sguardo plurale. Una mostra sulle collezioni private, può sembrare una sorta di spionaggio di questa convivenza, come alcuni scatti dell’artista Louise Lower, un’esposizione che ci porta davanti all’aporia di un’essenzialità prelevata, estrapolata dal suo campo di insistenza abituale. La mostra diventa esibizione di una scelta, dichiarazione di un gusto legittimata dal cronotopo museale che sospende il flusso invisibile della vicenda personale in oggetti visibili quali unità auto rappresentative.