Federica Luzzi. Sulla sua ricerca, sulle opere e su Shell

È opinione diffusa che, nella recente emergenza dovuta alla tragica diffusione del Covid-19, le persone abituate ad isolarsi, come gli artisti e le artiste, si siano adattate meglio delle altre a questa reclusione forzata e sembrino possedere maggior resistenza a trascorrere anche lunghi periodi tra quattro mura. Prima che si scatenassero le misure per contenere il contagio, ho visitato lo studio di Federica Luzzi, un’artista la cui pratica risiede in una meditata caparbietà nella ricerca, priva d’ansia, ma non di tensione esecutiva, dal momento che il tessuto, il materiale che usa frequentemente, nel suo farsi tridimensionale, non solo non è così addomesticabile, ma non consente di prevederne l’esito conclusivo; la modalità operativa, equilibratissima, è dovuta in parte alla formazione accademica (è una Storica dell’arte) e si è arricchita ulteriormente attraverso una serie di incontri importanti e decisivi che ne hanno costellato il percorso umano e creativo.

immagine per Federica Luzzi
Federica Luzzi-Brown Grotta Gallery 2015-USA, Courtesy Tom Grotta

Artista discreta e riservata, ha trascorso il tempo dell’isolamento dando vita a nuove opere, ma avendo cura di limitare al minimo le ‘condivisioni’ che hanno creato un po’ di confusione invadendo i social network.

Scoprendo il suo vissuto personale emerge un ambiente familiare fuori dal comune: il padre, Mario Luzzi, è stato un grande conoscitore e giornalista di musica jazz, personaggi del calibro di Ornette Coleman hanno frequentato la sua casa, ma in occasione di interviste e concerti ha avuto modo di conoscere anche Chet Baker, Miles Davis, Dizzy Gillespie, Nina Simone, Stan Getz, Charlie Haden, Dexter Gordon, McCoy Tyner, incontri straordinari che non potevano non lasciare un segno.

Fu proprio nel 1977, in occasione della registrazione di Threads, con Steve Lacy e Frederic Rzewski che una giovanissima Federica Luzzi conobbe Alvin Curran, musicista e compositore con il quale ha conservato nel tempo un rapporto di stima, e, avendolo incontrato in anni recenti, lo ha coinvolto nel finissage di Proiectum, la mostra a cura di Paola Paesano che l’artista ha realizzato assieme a Fabrizio Crisafulli presso la Biblioteca Vallicelliana  di Roma alla fine dello scorso anno.

Un incontro prezioso anche quello con Crisafulli, assieme al quale si è confrontata con lo spazio borrominiano e con la sua memoria; misurandosi entrambi con il cantiere del grande architetto e ponendolo in dialogo con il ‘loro’ cantiere, hanno lavorato intensamente su vuoto e luce creando contrappunti inaspettati. Proiectum si è felicemente sottratto al rischio della giustapposizione di elementi contemporanei in un contesto fortemente connotato, ha viceversa avuto l’esito di una macchina effimera dal fascino illusorio, come quelle di età barocca; difficile resistere alla tentazione di un accostamento con gli studi di Borromini sull’illusionismo prospettico e gli apparati scenici effimeri che pare realizzò in Vaticano e a seguito dei quali gli fu commissionata la finta galleria del non distante Palazzo Spada.

Nel solco di questo dialogo con l’architetto ticinese, Crisafulli, pilotando sapientemente la luce sulle opere di Federica Luzzi (fatte di carta e tessuto, materiali semplici, come lo stucco, il legno e la cartapesta delle macchine barocche) dà vita a un efficace connubio di perizia e sperimentazione.

Nel corso del nostro incontro l’artista romana mi ha voluto parlare di Shell, un suo progetto nato vent’anni fa e che si è andato a configurare come un vero e proprio ciclo. Riconducibile all’ampio ventaglio di significati che il termine possiede nella lingua inglese (conchiglia, proiettile, etc …) Shell ha assunto i contorni di una ricerca ricca di rimandi, che spaziano dalla musica al mondo orientale, dall’arte antica della tessitura alle teorie astrofisiche apprese dall’artista attraverso dialoghi con i ricercatori dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare a Frascati.

Nel 2019, Shell, l’ultima esperienza espositiva in Giappone presso la Lads Gallery di Osaka, grazie allo spostamento di pareti scorrevoli, ha visto le sue opere inserite in una nicchia della galleria che evoca il tokonoma, una sorta di intimo spazio domestico nel quale i giapponesi dispongono verticalmente il kakemono; l’allestimento scelto dalla galleria, che si occupa principalmente di artisti del gruppo Gutai, ha così permesso ai lavori di Federica Luzzi di lasciarsi assorbire dalle atmosfere nipponiche, raccontando nel contempo l’inspiegabile nostalgia provata dall’artista per quei luoghi molto tempo prima di recarvisi per la prima volta.

Oltre a un mezzo ideale per definire la sua poetica, la tessitura è stata per Federica Luzzi uno strumento per avvicinarsi a due grandi figure femminili dell’arte contemporanea: Magdalena Abakanowicz e Maria Lai.

Argomento della sua tesi di laurea la prima e incontro formidabile la seconda, da ciascuna ha ricevuto suggerimenti atti a perseguire un suo percorso individuale che l’artista ha poi saputo far crescere nel tempo senza perderne la freschezza iniziale. Nelle parole e nelle opere di Maria Lai ha ritrovato dei punti di riferimento che le appartenevano fin da bambina, non solo perché “L’arte è il gioco degli adulti”, come diceva la grande artista sarda, ma anche in relazione alle riflessioni sul concetto di casa che in fase di lockdown sono ritornate in superficie.

La casa viaggiante, come la valigetta carica di pennarelli che Federica Luzzi portava sempre con sé, quella impenetrabile delle ghiande, che osservava rispettandone l’involucro di capsule disperse ma cariche di vita; anche la Femme Maison di Louise Bourgeois, nella quale la Luzzi torna a rivedersi protagonista nei suoi stessi disegni di bambina all’interno di planimetrie perfettamente tracciate dagli adulti, o, infine, la casa abbandonata vagheggiando avventure circensi: una fuga raccontatale da Maria Lai che all’artista ha rammentato il desiderio di seguire quella parte della sua famiglia che pare avesse davvero abbracciato l’avventura nomade del circo.

Di Federica Luzzi si comprende immediatamente che il suo vivere l’atto creativo non è riconducibile alla tipologia di chi ama arrestarsi alle sensazioni di superficie: la modalità di ricerca e di elaborazione attorno al concetto di vuoto e l’approccio con materia e oggetti che compongono il suo archivio di studio non si fermano ad una trasformazione tesa all’appagamento visivo – per quanto sia difficile non apprezzare le sue opere anche da un punto di vista meramente estetico – gli interventi e le lavorazioni celano l’essenza di un’analisi mai banale.

Non bisogna lasciarsi ingannare dalla semplicità del punto di partenza: il guscio, la carta o la conchiglia non sono altro che pretesti per collocare ipotesi e considerazioni su temi e concetti più profondamente articolati, come il nomadismo, i linguaggi o l’antimateria, per citarne soltanto alcuni.

I riconoscimenti che ha collezionato negli anni la collocano nel solco di quella generazione amante del confronto, dello scambio, anche e soprattutto della discussione, purché priva di orpelli, clamori gratuiti o inutili protagonismi.

Mi piacerebbe chiudere questo breve contributo soffermandomi su un’immagine fotografica presentata nel 2018 nella mostra Linescapes con Fabrizio Crisafulli alla Galleria Borghini di Roma e che fissa in un istante la scoperta irripetibile di un raggio di luce che colpisce il filo dell’arcolaio con il quale solitamente lavora; uno strumento che nel nostro immaginario è quasi fiabesco, ma che nello studio dell’artista, oltre a dipanare le matasse, si trasforma in parte integrante e chiave d’accesso alle sue indagini appassionate.

Linescapes installazione di Fabrizio Crisafulli e Federica Luzzi Galleria Borghini Roma, 2018 (courtesy Federica Luzzi)

Ecco, il filo di luce, la ‘linfa’ che illumina l’anima dell’arcolaio raccoglie e sintetizza l’attitudine di Federica Luzzi a quell’approfondimento consapevolmente ostinato e rigoroso, figlio di uno stupore che accompagna da sempre la sua attenta osservazione del mondo e delle sue improvvise epifanie.

Federica Luzzi-Arcolaio, 2016 Courtesy Federica Luzzi
Maria Arcidiacono

Maria Arcidiacono

Maria Arcidiacono Archeologa e storica dell'arte, collabora con quotidiani e riviste. Attualmente si occupa, presso una casa editrice, di un progetto editoriale riguardante il patrimonio del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell'Interno.

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