Progetto Rewind – Cosa sarà necessario fare dopo. Fondazione Antonio Ratti

“Alla fine, le immagini e le parole non sono altro che un aiuto per quelli che  verranno dopo di noi e per il loro tentativo di riflettere su se stessi e di difendersi dalla tragicità della tensione fra l’istinto magico e la logica discorsiva”.
– Aby Warburg

Emergenze culturali

In un testo pubblicato sulla piattaforma francese AOC (9 aprile) e sull’italiano “Antinomie”, Bruno Latour propone quello che definisce un “supporto all’auto descrizione” per la vita dopo il lockdown[1]. Le domande che il sociologo rivolge ai lettori potrebbero essere riassunte in:

Cosa non era necessario prima e non bisognerebbe ricominciare a fare? Cosa sarà necessario fare dopo?

Interrogativi, questi, che a quattro mesi di distanza assumono una nuova forma di urgenza. Mentre più di metà del mondo affonda nell’emergenza sanitaria, buona parte del vecchio continente si riaffaccia al business as usual, facendo i conti con le proprie macerie e con lo spettro di una seconda ondata epidemica. Se l’urgenza disperata degli ospedali pieni e delle strade vuote richiedeva l’intervento e la presenza emergenziale delle professioni sanitarie (e così portava alla luce le lacune di quel sistema), le domande di Latour ora possono e devono essere rivolte a quella parte di società che è preposta a immaginarci come Umanità nel futuro.

Come convivere con quello che siamo diventati durante la pandemia? Con quello che diventeremo dopo? Con quello che nel mondo non possiamo più permetterci di ignorare? In questo contesto, il ruolo di artisti, pensatori, filosofi, poeti, insegnanti, scrittori, antropologi, studiosi assume finalmente l’evidenza di una stretta necessità, mentre il sistema che lo sorregge – come accade in ogni periodo di crisi – mostra tutte le sue crepe, tutte le sue dissonanze.

A partire dal riconoscimento pubblico, chiosato dall’infelice dedica di Giuseppe Conte “ai nostri artisti che ci fanno tanto divertire e ci fanno tanto appassionare”. Ma anche a un livello più disseminato e minuto, nella risposta delle diverse istituzioni culturali all’impossibilità di aprire i propri spazi al pubblico, risolta nella proliferazione di contenuti digitali più vicina a una forma di horror vacui piuttosto che a una reale necessità o a una riflessione qualitativa, drammaticamente emblematica di un sistema contraddittorio e spesso privo di protezioni, in cui la produzione isterica diventa l’unica possibilità di sopravvivenza.

Se in mezzo a questa bulimia di contenuti, comunque, emerge la consapevolezza che la cultura è fatta (anche) di corpi e che una sublimazione nell’etere non solo non è auspicabile, ma nemmeno possibile, dall’altra parte non ci è nemmeno più concesso di ignorare che lo spazio digitale è uno spazio a tutti gli effetti, interconnesso a più livelli con quello della vita privata così come dell’istituzione, del museo e della galleria. Come sia possibile trasformarlo efficacemente in uno spazio di produzione culturale pubblica e condivisa e non in una trasposizione in bit di quello che già accade o potrebbe accadere dentro una sala espositiva è una delle tante declinazioni possibili (e necessarie) delle domande di Latour:

Cosa non era necessario prima e non bisognerebbe ricominciare a fare? Cosa sarà necessario fare dopo?

Fondazione Antonio Ratti. Ripartire dall’archivio

Mi rivolgo a questi interrogativi mentre lavoro per la Fondazione Antonio Ratti, per molto tempo da casa e ora, nuovamente, sul lago di Como. Qui, la sospensione delle attività (che spaziano da corsi e mostre dedicate alla collezione interna di tessile antico fino alla residenza di ricerca per giovani artisti CSAV – Artists’ Research Laboratory) ha comportato invece un lungo periodo di silenzio che – anche se non esplicitato – risuona nella forma e nella forza di un atto politico, una presa di posizione per sottrazione.

I mesi di lockdown diventano l’occasione di una riflessione interna all’istituzione, nell’ottica di determinare cosa era e cosa non era necessario, e, ancora di più, cosa sarà necessario fare per la cultura, per l’arte post-pandemia. La risposta, con un moto quasi naturale (e adottato da molte istituzioni culturali), è quella di rivolgersi all’archivio, con un lavoro di sistematizzazione e digitalizzazione che solo dopo molte settimane sfocia in un progetto online.

Il processo si allinea in realtà alla politica della Fondazione, le cui attività vanno dalla ricerca sul tessile antico (di cui conserva una straordinaria collezione) all’arte contemporanea, con una particolare attenzione ai giovani artisti per cui, negli anni, è diventata un punto di riferimento a livello nazionale e internazionale. Intorno a queste due anime si struttura una rete di seminari, workshop, laboratori, cineforum che aprono la struttura a più livelli, rendendola uno spazio poroso, espanso e non delimitato dal giardino in cui le strutture realizzate dal seminario di permacultura convivono con le sculture site specific realizzate da artisti come Matt Mullican, Jimmie Durham, Liliana Moro e Richard Nonas, storici visiting professors di CSAV.

Quello che viene a comporsi, insomma, è un’idea di cultura come organismo vivente e con-vivente, come modo di intendere, di abitare, di inserirsi nelle temporalità del mondo, che non sono necessariamente lineari, ma seguono le stesse traiettorie circolari delle idee, delle storie, delle forme, perfino dei motivi decorativi dei tessuti antichi, che ritornano ciclicamente, anche a distanza di secoli. In questo contesto, la scelta di tornare indietro e rivolgersi all’archivio acquista un valore profondo e diventa una strategia fondamentale per andare avanti.

REWIND: andare indietro, tornare avanti

Il progetto Rewind, esito di questo processo, prende il nome dal supporto fisico dell’audio cassetta (in cui molti dei materiali ora digitalizzati erano conservati) e si insedia nello spazio digitale utilizzandolo come uno spazio raccolto, lontano dalla frenesia che spesso si associa a questo genere di comunicazione.

Qui (sul sito della Fondazione ma anche sulle pagine social, sull’account vimeo e soundcloud), ogni due settimane viene pubblicato il materiale selezionato, che spazia da registrazioni di forum e conferenze a pubblicazioni realizzate nei trentacinque anni di vita della Fondazione. Alanna Heiss, Marina Warner e Lea Vergine sono le tre donne con cui si inaugura il progetto, e le loro parole di libere pensatrici manifestano fin da subito la possibilità dell’archivio di riattivarsi come strumento vivo di lettura del presente.

La FAR viene fondata nel 1985 da Antonio Ratti con l’idea di restituire alla città quello che la città gli aveva dato nella sua lunga e fortunata carriera da imprenditore e mecenate. REWIND si rifà alla stessa attitudine, allo stesso pensiero, dilatando ben oltre la città i confini che forse (e qualcosa di materico come una pandemia, una malattia dei corpi, lo dimostra più di qualsiasi forma di globalizzazione) non hanno più senso di esistere.

Così la risposta digitale alla temporanea chiusura al pubblico supera la dimensione della contingenza e si iscrive in un quadro più ampio. Tornare indietro e andare avanti diventano moti quasi coincidenti: nella costellazione di voci provenienti dal passato della Fondazione viene a formarsi non tanto una disamina storica puntuale, ma un atlante che illustra per richiami le strade possibili, un glossario da cui reimparare anche i significati più minuti del modo in cui stiamo al mondo.

Note

1.  https://www.villamedici.it/news/bruno-latour-imaginer-les-gestes-barrieres-contre-le-retour-a-la-production-davant-crise/

Valentina Avanzini

Valentina Avanzini

Nata a Parma nel 1995 e qui incamminata sulla via degli studi umanistici, dal 2014 risiede al Collegio Ghislieri di Pavia. Nell'Ateneo della città studia Lettere Moderne e muove i primi, incerti, decisi passi verso la Storia dell'Arte Contemporanea. Sprovvista della esperienze e della sicurezza che occorrerebbero per parlare di se stessa in terza persona, si limita a seguire ogni strada buona con tutti gli strumenti possibili - che siano un libro, una valigia, un biglietto del cinema. Non sa quello che è, non sa quello che vorrebbe diventare: in mezzo, la voglia di non risparmiarsi e una passione sempiterna per la scrittura e per la cultura dell'Europa centro orientale.

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