Disabitare la Terra. Sciame Project fra radici e impermanenza. Intervista a Miriam Montani e Davide Silvioli

La parola sciame si genera dalla radice latina agere (condurre) e agmen (schiera di soldati). L’immagine violenta, che richiama scenari antichi di guerra e schiere infinite di soldati, si accosta goffamente a fenomeni che invece sfuggono al piano umano: la forza di uno sciame di api, la devastazione di sciame sismico. Come tutte le parole, quindi, sciame si porta dentro qualcosa di incontrollabile, di lontanissimo dal piano controllabile delle cose, che ci limitiamo a comunicarci nel tentativo, sempre collettivo, di capire.
Conservandone la poesia e la stratificazione di significati, Sciame Project è il nome scelto per il progetto creato dall’artista Miriam Montani a seguito del terremoto che il 30 ottobre 2016 ha colpito il centro Italia.

Così Montani:

“Sciame è una pagina web, una raccolta di pensiero e opere di oltre centoquaranta partecipanti tra artisti, curatori, operatori culturali e voci sul territorio. Presentato presso l’associazione Viafarini (Fabbrica del Vapore) di Milano e il museo MACRO di Roma, il progetto si pone come contributo immateriale per far rigermogliare la materia caduta, in un momento in cui ci troviamo nel punto di scegliere se disabitare la terra o radicarci ancora, con tutte le forze sensibili”

Fra i tanti artisti, poeti, scrittori e filosofi che sono intervenuti su quella che nasce come una pagina web, creando uno sciame di immagini e di visioni intorno alle parole chiave Impermanenza, Memoria, Abitare, Disabitare, Radicamento, Sradicamento e Motus, Valerio Magrelli scrive:

Non siamo a casa neanche a casa nostra,
anche la nostra casa è casa d’altri,
la casa di qualcuno arrivato da prima
e che adesso ci caccia.
Vengono a sciami, si riprendono casa,
la loro casa, da cui ci scuotono via,
punendoci per la nostra presunzione:
essere stati tanto fiduciosi
da credere che il mondo si potesse abitare.

Una sensazione, quella di essere stati tanto fiduciosi/da credere che il mondo si potesse abitare, che eccede i limiti geografici, i perimetri del trauma e si riflette su un’intera generazione instabile (forse anche più di una), alla ricerca spasmodica di nuovi strumenti per capire cosa significhi, oggi, abitare la terra. Ricercare una risposta in una pratica artistica e culturale condivisa significa immaginare una casa dai confini labili, capace di attraversare il tempo e lo spazio, capace di tramandarsi nel tempo.

Così, con moto che definirei naturale, in seno a Sciame Project si sviluppa Sciame Mobile Residence, un ciclo di residenze online curato dagli artisti Athanasios Alexo, Vincenzo Zancana e la stessa Miriam Montani e che si muove attraverso la pagina instagram @sciame_project.

Gli artisti e curatori coinvolti, che provengono da coordinate anche molto lontane da quelle del sisma che origina il progetto, sono chiamati a ragionare intorno alle parole chiave disabitare/disabituare. La residenza virtuale, che viene poi a coincidere in larga parte con il periodo della quarantena, porta con sé implicazioni profonde sulla permanenza e impermanenza degli spazi, sulla virtualità come forma abitativa (residenziale appunto) e linguistica, che collassa arte e vita nella ridefinizione necessaria e non più derogabile del modo in cui abitiamo il mondo.

La conversazione che segue avviene in seguito a Sciame Mobile Residence Exhibition, la mostra che più che concludere un percorso ne apre molti altri e riporta Sciame a Cascia, suo luogo d’origine. Curata da Davide Silvioli, la mostra (visitabile dal 22 agosto al 26 settembre) mette in dialogo venti artisti coinvolti nella residenza Instagram con la collezione del Museo Civico di Palazzo Santi, composta da testimonianze che vanno dall’antichità al XVIII secolo, in un gioco di richiami, controtempi e interrogativi che si amplificano attraverso le sale.

Valentina Avanzini: Disabitare cosa? Disabituare chi?

Miriam Montani: Disabitare la Terra, disabituare l’essere umano.

VA: Dell’origine di Sciame Project mi ha colpito il rivolgersi all’arte, alla filosofia, alla poesia in un momento di crisi profonda, come risposta a una necessità di (ri)radicamento. Mi ha fatto pensare a una funzione quasi magica, guaritrice, che si riconnette alle origini profonde dell’atto artistico, mentre troppo spesso l’arte contemporanea è avvertita come qualcosa di anomalo, distante, quasi sospetto rispetto all’incedere della vita. Qual è stata la recezione di Sciame nel territorio, soprattutto ora che una parte del progetto è diventata una mostra? Al contrario, che importanza e significato ha la partecipazione di artisti che non hanno vissuto sulla propria pelle l’evento traumatico da cui è nato questo progetto?

MM: Il progetto si genera proprio da questo principio magico-sanatore. Si richiamano in campo tutte le forze sensibili per radicarsi alla terra, in un momento in cui si sfaldava sotto ai nostri piedi. Ho sperato che dalle sue fratture sarebbe potuto germogliare un principio trasformatore del nostro intero modo di essere e di percepire, che il terremoto non sollevasse “solo polvere al cielo”. Ora però, a distanza di anni, alla domanda iniziale del progetto: “disabitare la terra o radicarci ancora con tutte le nostre forze sensibili?” forse, in senso lato, stiamo scegliendo la prima opzione: disabitare. Per questo il progetto di residenza Sciame Mobile Residence si pone una domanda ulteriore: “Disabitare o Disabituare?”. Domanda chiave individuata alla vigilia del progetto con gli artisti: Athanasios Alexo, Stella Stefani, Andreas Zampella, Vincenzo Zancana, Karin Zrinjski e io.

Il luogo di nascita di Sciame Project non è per nulla semplice.  C’è una sorta di chiusura dovuta probabilmente alla collocazione geografica montana. Tuttavia, alla prima presentazione del progetto, presso una succursale del Museo Palazzo Santi di Cascia, c’è stato molto interesse da parte degli abitanti che hanno reso familiare e partecipata la conferenza. Motivo per cui Sciame Project, dopo il suo peregrinare, vorrebbe tornare dal prossimo anno anche sul suo territorio. In questa direzione si è svolta infatti questa prima esposizione.

Il lavoro di ogni artista, con il suo pensiero e la sua  visione, ha un principio trasformatore e una verità intrinseca, ecco l’importanza di ogni partecipante al progetto. Lo stesso vale per i contributi teorici e le esperienze sul territorio raccolte in Sciame sulla sua pagina web  (www.sciameproject.net).

Per alcune questioni è di assoluta importanza che siano le soggettività che vivono una determinata esperienza a parlarne e che non ci siano altre persone che parlino per loro. In questo caso però le fratture che apre un terremoto sembrano assomigliare a quelle che attualmente stanno attraversando l’umanità. Per questo un’esperienza artistica aperta permette di collettivizzare questo vissuto e le domande che ne sorgono in senso più ampio. Per me, che sono autoctona, è importante ribadire che Sciame Project non vuole prescrivere al territorio delle modalità espressive, ma porre appunto delle domande.

VA: Pensando a tutto il progetto, ma in particolare a Sciame Mobile Residence, ho trovato particolarmente interessante che la tematica dell’abitare sia affrontata attraverso un social media, a tutti gli effetti uno spazio che abitiamo quotidianamente, che cambia le coordinate della nostra visione, forse anche della nostra appartenenza. Come si è inserito il (dis)abitare nomade di questo spazio virtuale all’interno del progetto?

Davide Silvioli: Trovo la tua osservazione perfettamente congruente con uno dei nodi concettuali principali sia della mostra, che di Sciame Project, che della web residence. L’attuale società ipermediatica e ad alto consumo visivo ha sovrapposto, fino a confonderli, il vivere reale e individuale con il suo rispettivo riflesso virtuale e collettivo. La continua interazione con mezzi digitali a cui, a vari livelli, siamo, oggigiorno, sottoposti quotidianamente, ci dimostra con quanta capillarità la tecnologia si sia frapposta tra il soggetto e la conoscenza del mondo, al punto di condizionarne i modi di relazione e di traduzione. Dunque, nella complessità del progetto, la nozione di abitare, così come, per contraccolpo, quella di disabitare, assume un’accezione decisamente più estesa, in grado di articolare i differenti gradi di praticabilità di tale concetto.

L’interpretazione dell’abitare/disabitare alla base della primogenitura di Sciame Project, si rispecchia nella scelta di tornare a presenziare fisicamente sul territorio, attraverso il lavoro degli artisti in esposizione, al fine di istituire una più diretta correlazione fra le opere, la mostra e le note criticità geologiche tipiche delle realtà appenniniche; per loro natura instabili. La residenza online, quindi veicolata in un contesto di per sé immateriale, ha amplificato questo fattore, mediante la possibilità offerta dalla rete internet di superare confini e latitudini, attribuendo una maggiore risonanza al contributo degli artisti, i quali hanno presentato progetti puntualmente pensati per confrontarsi con il medium digitale, e valutando l’ambiente virtuale al pari di un luogo sì impalpabile ma, per altre caratteristiche, efficace nel trasmettere, secondo altri termini, tutto il valore di ogni intervento artistico. La mostra, infine, manifesta questo senso di instabilità sia da un punto di vista stilistico, poiché le opere presenti ben descrivono la diversità lessicale propria della ricerca artistica contemporanea, pur non volendo, al contempo, né restituire una linea di lettura univoca del dettato espositivo, né cadere nell’eccesso del didascalico.

Ne risulta un insieme armonico ma non nella versione più convenzionale del termine, dove il pensiero, fra squilibri e contaminazioni, sfuma, naturalmente, da una posizione estetica all’altra. Inoltre, in tanta mutevolezza, riveste un ruolo fondamentale il dialogo con la collezione permanente, dotata di profondi tratti endemici, generando permeabilità interessanti fra il passato, il presente, il reale e il virtuale, senza giungere a una sintesi ultima, poiché proprio nell’impermanenza si riconosce la ragion d’essere di tutto il progetto nella sua integrità.

VA: Credo che i progetti culturali giovani sul territorio siano una ricchezza incredibile per l’Italia, soprattutto quando si muovono su piccoli centri in progressivo e inarrestabile svuotamento. Nel sistema e nel mercato dell’arte italiani, c’è spazio per realtà di questo tipo?

DS: In generale, nonostante il sistema dell’arte resti sempre più suscettibile all’influenza di altri indici, credo che, attualmente, si stia diffondendo una rinnovata attenzione verso il periferico. Al fianco delle metropoli, che, abitualmente, costituiscono gli scenari di maggiore consumo dell’offerta culturale nazionale, stanno emergendo, con crescente riconoscibilità, centri piccoli e dislocati, in grado di essere teatro, per loro status e conformazione, di progetti mirati e dagli interessanti risvolti sia estetici che sociali.

Per esempio, fra i molti, ricordo Straperetana, a cura di Saverio Verini, e Buonanotte Contemporanea, a cura di Maria Letizia Paiato. Si tratta di manifestazioni dove, nei borghi abruzzesi – pressoché abbandonati – di Pereto e Buonanotte, gli artisti sono invitati a relazionarsi con lo spazio urbano e l’abitato di questi siti, connotati da una forte impronta storica e architettonica, consentendo loro di ideare interventi sempre dotati di un interessante grado di sperimentazione. Sciame Mobile Residence Exhibition, mutatis mutandis, si inserisce in una siffatta serie di manifestazioni; tuttavia da un’altra prospettiva.

Qui, la scelta di confrontarsi con il territorio per mezzo della ricerca artistica, passa per il rapporto con l’identità culturale del  luogo, rappresentata dalla collezione permanente del Museo Civico di Palazzo Santi ma, ugualmente, vi è l’intento di portare il contemporaneo in realtà altrimenti marginali rispetto ai circuiti più consueti. Pertanto, sostengo che eventi del genere sono importantissimi, costituiscono la linfa vitale della giovane arte Italiana, nonché il vero e proprio tessuto connettivo del sistema.

Difatti, personalmente, Sciame Mobile Residence Exhibition è stato un momento di indubbia crescita sia professionale che disciplinare, permettendomi di entrare in contatto con molti validi artisti emergenti o mid-career provvisti di differenti retroterra, esperienze e linguaggi, con i quali poter fare rete. Avere l’opportunità di avvicinarsi al loro lavoro di persona, evitando il mare magnum del web e, inoltre, in un contesto esterno a dinamiche di mercato o ragioni clientelari, rappresenta, per me come per il visitatore, il punto di massima riuscita del progetto.

Valentina Avanzini

Valentina Avanzini

Nata a Parma nel 1995 e qui incamminata sulla via degli studi umanistici, dal 2014 risiede al Collegio Ghislieri di Pavia. Nell'Ateneo della città studia Lettere Moderne e muove i primi, incerti, decisi passi verso la Storia dell'Arte Contemporanea. Sprovvista della esperienze e della sicurezza che occorrerebbero per parlare di se stessa in terza persona, si limita a seguire ogni strada buona con tutti gli strumenti possibili - che siano un libro, una valigia, un biglietto del cinema. Non sa quello che è, non sa quello che vorrebbe diventare: in mezzo, la voglia di non risparmiarsi e una passione sempiterna per la scrittura e per la cultura dell'Europa centro orientale.

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