La colpa dello sguardo. Bestie di scena di Emma Dante sconvolge il Piccolo Teatro

Racconto una storia (d’altronde è così che nasce ogni cosa, ogni cultura, ogni popolo: nelle parole grugnite intorno a un fuoco, nella danza scomposta, nell’infrazione alla realtà dei fatti).
C’erano una volta gli ultimi uomini del mondo.
Anzi. Rifacciamo da capo.

C’erano una volta i primi uomini del mondo che, non avendo alcun precedente, dovevano imparare ogni cosa. Mettiamoci anche qualcosa di simile a un dio che decide tutto dall’alto (o magari da un lato): li sfida, li mette alla prova, li aiuta, li prende in giro.
Questi uomini all’inizio del mondo, quindi, non hanno dimensione che non sia il proprio corpo, sono indifesi, sono scomposti, sono prima di tutto nudi e quindi si vergognano.

Devo ricominciare di nuovo, ho sbagliato qualcosa: fossero davvero i primi non potrebbero nemmeno vergognarsi, non è la nudità che li fa colpevoli, ma lo sguardo.

Raccontare Bestie di Scena non mi riesce: la storia sfugge, non si lascia afferrare. In quello che a oggi rimane la sua opera più radicale, Emma Dante scava, scava fino a eliminare i nessi e le dichiarazioni di senso, elimina la scenografia e poi – sconvolgimento eretico della Festa – elimina perfino i vestiti.

Rimangono corpi nudi, agglomerati di carne che io nomino come uomo-donna-gamba-pene-braccio-seno. Solo io, sempre io che ricerco un senso, ricostruiscono un ordine. Sono io che dico: questo non si fa, questo non si dovrebbe vedere, io e il mio sguardo che si è fatto protuberanza solida, ingombrante, forse un po’ imbarazzata.

Forse non è stata poi una grande idea incastrarsi qui, fra i sedili rossi del Piccolo Teatro, forse non sono così sicura di sentirmi all’altezza di questo statuto di pubblico che ho acquistato insieme al biglietto. Preferirei forse starmene anche io nuda su quel palco, inerme ma perlomeno esente da questa responsabilità terribile di dover guardare, nominare, giudicare.

Però alla fine non mi muovo, resto sulla mia poltrona mentre loro restano attori sul palco, concentrati nei loro esercizi quando noi, pubblico giudicante, entriamo in sala e diventano poi bestie quando i vestiti sudati vengono gettati altrove e i corpi sono solo corpi schierati sul ciglio del palco, imbarazzati da un’esposizione che cercano invano di proteggere con le mani.

Io – loro, pubblico – attori, vestita – nudi abbiamo deciso di darci senso a vicenda. Tutto sommato, stiamo al gioco.

Ed è in qualche modo un gioco quello che si scatena – tutti consenzienti – nell’ora che segue. Gli attori seguono il ritmo folle dei loro piedi che battono sul legno, della carne contro la carne, dei muscoli e dei tendini che si contraggono e si rilassano. Non c’è musica, non c’è voce, non c’è nulla se non lo spazio perimetrato del palco dove imparare a fare ogni cosa: proteggere, combattere, sedurre, amarsi.

Come bambini o ancora prima di bambini, come le prime non-scimmie alzatesi a malapena sui piedi, stranieri o progenitori sottomessi agli ordini che li raggiungono come oggetti gettati sul palco dalle quinte. Una tanica d’acqua, una pioggia di arachidi, un telo, una bambola, un fascio di luce o una spada diventano strumenti rituali, feticci intorno a cui costruire un comportamento o decostruirlo, cercare il proprio scopo, scambiarlo con qualcun altro.

La scena si articola per scatti, picchi, istantanee ricadute, ritmata dagli oggetti-imperativi con cui le bestie di scena condividono lo stesso spaesamento, la stessa materialità: quei nudi giudicati con i genitali coperti da una mano lasciano la scena corpi al-di-là del pudore in un festa spietata che ha il sapore di una sagra di paese, di una celebrazione senza santi e senza salvati in cui io-donna-pubblico non ho più l’onere pesantissimo di capire, di essere imbarazzata, esteticamente affascinata o intellettuale voyeur.

A proposito del suo spettacolo, Emma Dante ha affermato:

“Bestie di scena ha assunto il suo vero significato nel momento in cui ho rinunciato al tema che avrei voluto trattare. Volevo raccontare il lavoro dell’attore, la sua fatica, la sua necessità, il suo abbandono totale fino alla perdita della vergogna e alla fine mi sono trovata di fronte a una piccola comunità di primitivi, spesati, fragili, un gruppo di imbecilli che come gesto estremo consegnano agli spettatori i loro vestiti sudati, rinunciando a tutto”.

Rinunciare a tutto, perfino alle regole del gioco diventa l’unico modo per poterne parlare davvero, l’unico modo in cui è possibile riscriverle. Bestie di scena non racconta il lavoro dell’attore, non racconta il lavoro di nessuno. Racconta quello che ci sta dietro, le condizioni che lo rendono possibile (o impossibile).

Provocando i confini fra io-tu, pubblico-attore, nudo-vestito, conosciuto-senza nome, precipita in una vertigine spaventosa perché senza appigli, nella gioia infinita che scaturisce dal comprendere che di quei punti di riferimento non c’è alcun bisogno, che forse c’è vita senza nomi, prima dei nomi, oltre i nomi. Che le regole si possono cambiare, tutte.

Settantacinquesimo minuto: al culmine della confusione sul palco cominciano a piovere magliette, pantaloni, calze, scarpe. La nudità era solo un transito, si può tornare all’ordine.

Ultima degli oggetti imperativi, la pioggia di vestiti è anche la prima e essenziale ribellione delle bestie. Gli abiti, privati del loro scopo, rimangono come macerie sul palco, i corpi si offrono per l’ultima volta, finalmente senza vergogna. Quella transizione è ora un modo d’essere, sono diventati altro e insieme sono rimasti, irrimediabilmente, corpo.

Valentina Avanzini

Valentina Avanzini

Nata a Parma nel 1995 e qui incamminata sulla via degli studi umanistici, dal 2014 risiede al Collegio Ghislieri di Pavia. Nell'Ateneo della città studia Lettere Moderne e muove i primi, incerti, decisi passi verso la Storia dell'Arte Contemporanea. Sprovvista della esperienze e della sicurezza che occorrerebbero per parlare di se stessa in terza persona, si limita a seguire ogni strada buona con tutti gli strumenti possibili - che siano un libro, una valigia, un biglietto del cinema. Non sa quello che è, non sa quello che vorrebbe diventare: in mezzo, la voglia di non risparmiarsi e una passione sempiterna per la scrittura e per la cultura dell'Europa centro orientale.

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