Book City. Fra poesia e città

C’è qualcosa che mi lascia sempre stranamente turbata nei festival e nelle fiere. Da quando vivo a Milano, la mia agenda è scandita da un precipitarsi di eventi a tema che occupano ora uno stabile, ora un’università, trasformandoli in una giostra di incontri, lezioni e workshop la cui fruizione totale è resa praticamente impossibile dall’abbondanza dell’offerta.
E questo, forse, è anche uno dei motivi per cui mi sono trasferita nella metropoli: fare, vedere, conoscere, trovarmi faccia a faccia con nomi e voci che, prima, mi si presentavano solo attraverso le pagine di un libro. Eppure permane, nelle file di stand colorati e nelle trafile di ospiti sullo stesso palco, la sensazione di trovarsi dentro un organismo estraneo.
È forse per questo che nutro una particolare affezione per Bookcity. Primissimo dei festival milanesi a cui mi sono approcciata quando ancora prendere la metropolitana era un’impresa complessa e raramente a lieto fine, obbliga a fuoriuscire dal contesto rassicurante dei grandi spazi per la cultura, si infila nelle strade, nelle scuole, nei bar e perfino negli autobus che solcano la circonvallazione.

Book city si pone, insomma, come un’arteria della città. O meglio: come una sua architettura effimera, capace di rivelare le coordinate e sconvolgere gli itinerari.

Ed è un itinerario sconvolto quello che mi porta la domenica sera nelle vie periferiche di Crescenzago, cercando l’indirizzo della Casa della Carità per Carmina Dant Panem, l’ultimo appuntamento di Poetry and the City, nuova proposta dell’edizione 2018. Mi interessa scoprire come si inscrive la poesia nella città, che strade trovano le parole che vanno dette ad alta voce, che vanno rilette più volte, che non si riducono a strumenti di comunicazione o, meglio, che si trasformano in universi o fiumi in cui la comunicazione si fa molteplice.

La sala è piena, mai silenziosa (anche) a causa del gran numero di bambini piccolissimi. I primi a parlare (leggere, recitare) sono i grandi nomi della poesia contemporanea che si sono offerti di partecipare e onorare la memoria dei poeti milanesi scomparsi.

Riconosco i nomi per averli studiati in qualche corso di letteratura contemporanea, ma scopro per la prima volta uomini e donne di carne: Vivian Lamarque, Nicola Gardini, Emilio Isgrò, Patrizia Valduga:

Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro
e solo del futuro, di nient’altro
ho qualche volta nostalgia

e poi ancora un Giancarlo Majorino così brillante e spigliato come forte nella mano gli trema la raccolta delle sue stesse poesie Gli Alleati Viaggiatori. Lo segue la moglie, altrettanto piegata dall’età: “dopo le sue bellissime e necessarie parole, Giancarlo ha letto malissimo, quindi la rileggo io. Ha scritto questa poesia negli anni Novanta, ai tempi dei fatti dell’Iran, alle cinque di mattina. Quando mi sono svegliata me l’ha recitata e da allora non ha mai cambiato una parola perché andava bene così”:

andavamo tutti come fosse un’emigrazione
chi per acqua chi per terra, allarmati
[…] andava come l’acqua un’acqua umana
e animale a non si sa che pozzo tentando
abbandonando non si sa che male.

Si chiude la rassegna dei poeti consacrati. Li seguono, dalla parte opposta del palco, amici collaboratori e ospiti della Casa della Carità, per lo più spaventati dalla sensazione di avere un microfono in mano. Hanno scelto poesie senza limite d’autore, per risonanza interna di temi e intonazioni e ognuno legge nella lingua che gli è propria. Sono catapultata d’improvviso dalla parte di chi non può accedere ai contenuti.

Sono costretta ad abbandonarmi ai suoni, ai silenzi, ai ritmi spesso dettati dall’emozione. La sensazione non mi dispiace.

Concludono la giornata musica etnica e cibo offerto a tutti i partecipanti. Lo stanzone è pervaso dall’energia intima di una festa di cui non riesco a sentirmi parte, quindi mi ributto nelle strade gelate. Con mia grande sorpresa, ritrovo la direzione orientandomi fra i negozi chiusi e le luci della chiesa. Non so se Bookcity è riuscito a “inscrivere la poesia nella città”. Non so se sia una cosa che si possa fare davvero. Le ore appena trascorse sono state poco formali, molto sentite.

Della gran quantità di parole pronunciate, conservo pochi contenuti e molte immagini così intense da essere quasi fisiche. E mi viene da chiedermi se non si debba fare questo con la poesia: non iscriverla, ma spargerla, condividerla, vederla contaminarsi. Soprattutto in un periodo storico in cui le parole, svuotate, urlate, sembrano più utili a creare muri che spazi condivisi e, così sterili, muoiono ancora prima di essere vissute.

Valentina Avanzini

Valentina Avanzini

Nata a Parma nel 1995 e qui incamminata sulla via degli studi umanistici, dal 2014 risiede al Collegio Ghislieri di Pavia. Nell'Ateneo della città studia Lettere Moderne e muove i primi, incerti, decisi passi verso la Storia dell'Arte Contemporanea. Sprovvista della esperienze e della sicurezza che occorrerebbero per parlare di se stessa in terza persona, si limita a seguire ogni strada buona con tutti gli strumenti possibili - che siano un libro, una valigia, un biglietto del cinema. Non sa quello che è, non sa quello che vorrebbe diventare: in mezzo, la voglia di non risparmiarsi e una passione sempiterna per la scrittura e per la cultura dell'Europa centro orientale.

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