Revolution. Musica e ribelli 1966-1970 dai Beatles a Woodstock

POETRY WILL BE MADE BY ALL NOT BY ONE

Ho tra le mani il catalogo Skira della mostra Revolution musica e ribelli 1966 -1970 dai Beatles a Woodstock (visibile alla Fabbrica del Vapore di Milano fino al 4 aprile): un volume di trecento pagine patinate fra fotografie, testi di canzoni e testi critici, che riesce nell’impresa straordinaria di tradurre in un prodotto editoriale non solo una mostra, non solo una storia, ma anche un intero immaginario collettivo.

Fra le tante cartoline, poster e copertine di album, mi colpisce un’immagine registrata come Bash Street School Magazine n.1: una donna in bianco e nero si volta verso lo spettatore, dalla sua bocca esce il fumetto “poetry will be made by all not by one” mentre tutto intorno corre la scritta “New tremors are running through the atmosphere. All we need is the courage to face them”.

La chiamata alle armi esplicita e idealista potrebbe essere da sola un buon riassunto della mostra Revolution, che fa proprio di quei “new tremors”, delle vibrazioni e dei terremoti che hanno attraversato gli anni Sessanta, il suo oggetto d’indagine. Un’indagine che, seppur condotta entro il perimetro di una mostra divulgativa, riesce nel suo intento. E pure bene.

Ammetto di essere stata molto scettica. La prima volta che ho sentito parlare di una mostra “coinvolgente e multisensiorale dedicata alla rivoluzione culturale degli anni Sessanta partendo dai protagonisti e dalle loro storie” ho subito pensato a un ibrido fra le terribili “Klimt/Van Gogh/Da Vinci ecc experience” e un’esposizione pseudo feticista stile Hard Rock Cafè.

D’altronde, i presupposti per sperare in qualcosa di diverso c’erano tutti. Ad esempio, che la mostra fosse coprodotta, in collaborazione con il Victoria and Albert Museum di Londra, dal Comune di Milano, Avatar – Gruppo MondoMostreSkira e da Fabbrica del Vapore, che la ospitava nei suoi spazi. Spazi che da anni vengono interamente dedicati a manifestazioni culturali e alla promozione dei giovani talenti di tutte le arti. Non è stato difficile, quindi, lasciarsi incuriosire. E devo ammettere: ne sono felice.

Revolution è un’ora e mezza di storia della cultura da vivere con le cuffie nelle orecchie, un percorso che sa passare senza soluzione di continuità dalla rivoluzione sessuale a quella femminista, da Woodstock al design alla lotta per i diritti degli omosessuali all’abuso di droghe. E lo fa unendo vestiti, vinili, block notes, libri, fotografie, video, poster, perfino poltrone e strumenti musicali, creando una vera e propria wunderkammer che invece di astrarre dal tempo conduce a un’evitabile immersione.

Se il breve volgere degli ultimi anni Sessanta ha fatto dello stravolgimento la propria bandiera, Revolution riesce a ricreare non solo una documentazione dettagliata, ma anche quella sensazione di euforia che penetra a ogni livello sociale venendo assorbita, coniugata, contraddetta.

Quello che risulta è che la vera rivoluzione non è solo la musica e le rivolte studentesche: è tutte queste cose insieme e la lettura che ne fece la società intera, il modo in cui la assorbì e se ne lasciò modificare, segnando un punto e a capo storico imprescindibile. Un processo di ibridazione che Revolution riesce a restituire con la stessa sensazione di inscindibilità delle componenti e con un’immediatezza che ne permette la fruizione da parte di universitari, liceali, ma anche uomini e donne di mezz’età, figli alla mano e indice sempre teso: lo vedi quello? Sai cos’è?

 Alla fine del percorso le cuffie in dotazione trasmettono a tutto volume Imagine mentre John Lennon canta proiettato sulle pareti bianche. Ad accompagnare l’uscita una domanda: cosa rimane?

La sento particolarmente mia, dolorosamente diretta alla mia generazione: cosa ci rimane? Cosa rimane delle rivoluzioni e dell’entusiasmo a noi ventenni postinternet, post social e post selfie? Soprattutto: nella generazione disagio (quella che Lo Stato Sociale ha portato sul palco dell’Ariston sancendo l’ormai avviata transizione da controcultura a mainstream) crediamo ancora di poter cambiare il mondo o siamo rassegnati a cantare la nostra impotenza? La risposta è che non lo so. Ad avere vent’anni nel 2018 sembra di essere sempre nelle mani di qualcuno e comunque sempre nelle mani sbagliate. Che il cambiamento debba arrivare dall’alto, che dal basso non possa venire nulla di buono.

E forse questa è la riflessione più importante che mi ha lasciato l’allestimento da capogiro di Revolution: che nell’era che ha sconvolto tutto, il cambiamento non è venuto solo dall’alto o dal basso, solo dalle grandi teorizzazioni o dalle foreste di corpi di Woodstock. Il cambiamento è venuto anche dalla libertà di vestirsi e da quella di gestire il proprio tempo oltre la dicotomia super lavoro – super riposo, dalla rivendicazione dei propri diritti e dalla musica psichedelica. Qui è avvenuta la rivoluzione e anche il suo contrario. Non da un punto preciso, ma dalla consapevolezza di essere in quel punto e di voler proseguire.

Valentina Avanzini

Valentina Avanzini

Nata a Parma nel 1995 e qui incamminata sulla via degli studi umanistici, dal 2014 risiede al Collegio Ghislieri di Pavia. Nell'Ateneo della città studia Lettere Moderne e muove i primi, incerti, decisi passi verso la Storia dell'Arte Contemporanea. Sprovvista della esperienze e della sicurezza che occorrerebbero per parlare di se stessa in terza persona, si limita a seguire ogni strada buona con tutti gli strumenti possibili - che siano un libro, una valigia, un biglietto del cinema. Non sa quello che è, non sa quello che vorrebbe diventare: in mezzo, la voglia di non risparmiarsi e una passione sempiterna per la scrittura e per la cultura dell'Europa centro orientale.

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