Nebbia ‘ndrangheta ‘nduja – Conversazione con Demetrio Marra

Nota: la conversazione che segue è la rielaborazione di una presentazione avvenuta a Milano presso Walden il 21 novembre 2019. Parti si sono perse, altre si sono diluite e trasformate. La conservazione che segue è una cosa viva.

Si parla, in poesia, d’amore e di altri luoghi dove rifugiarsi o di tornare a casa o di ancora non saperci tornare.

nel diavolo, probabilmente
e sulla schiena delle donne, sul seno,
sulle labbra, ci si salva: nella poesia
debosciata e nel metro, eventualmente;
sui treni, sugli aerei anche se precipitano,
nelle macchine anche se investono,
nelle strade e sui marciapiedi[1]

Nella poesia di Demetrio Marra si parla anche dei treni che servono per arrivarci, a casa, degli intercity, frecciabianca e i regionali veloci, delle autostrade e dei vicoli nel centro di Pavia dove la puzza di merda / si sente quando stingi la mano / al commerciante qualunque di Garibaldi, / quel coglione che apre alle quattro e chiude / mezzora più tardi[2].

Così come non sfuggono la narrazione impietosa della nativa Reggio Calabria e del lavoro part time che scandisce l’università. E poi lo spettro della disoccupazione o meglio il suo idolo venerato da ogni laureando di Lettere Moderne per non dire dai poeti: raccontare una storia non serve a niente. Ho ucciso / centinaia di possibilità per questa / mania della scrittura.

Classe 1995, calabrese d’origine emigrato in Lombardia per gli studi universitari, Demetrio Marra pubblica lo scorso novembre la prima raccolta con Interno Poesia, giovanissimo progetto editoriale nato come blog e solo recentemente trasformatisi in casa editrice dedicata a poeti italiani contemporanei e non solo. Con IP, Marra compare già nell’antologia Poeti nati negli anni ‘80 e ‘90 curata da Giulia Martini e ora pubblica Riproduzioni in scala.

VALENTINA AVANZINI: Da dove viene il nome Riproduzioni in scala? Nelle sue a malapena settanta pagine è un libro denso, massiccio, che risuona delle strade, delle persone, delle città che racconta, raggruppate quasi in un atlante sognato e famigliare, da cui non sono esclusi gli spostamenti per arrivare da punto A a punto B.

DEMETRIO MARRA: Il titolo non l’ho scelto Io. Ne avevo dato uno infelice, Discesa agli inferi per indigestione di pesce spada. Poi mi hanno detto che era brutto, in coro, alcuni poeti (ora amici) dell’Antologia, dopo una presentazione a Firenze. E io ho riconosciuto che era vero. Assieme al titolo è cambiata tutta la raccolta, sono caduti moltissimi testi, più della metà. Con il nuovo blocco, dopo qualche tentativo abbiamo trovato Riproduzioni in scala, che è una metafora geografica e architettonica. E in effetti io parlo molto di città. E cerco di fare questo inscatolamento, parlo spesso per geometrie. Quindi il titolo sembrava giusto. Come dice Santi nella prefazione, è anche un modo di fare poesia. Di ri-produrre, utilizzare materiali esistenti per creare qualcosa di nuovo.

 “Per Marra fare poesia è riprodurre, scardinare, sostituire” scrive Flavio Santi nella prefazione, dove riconosce le traiettorie della sua poesia dalle glorie spente della (ex) Magna Grecia, agli alieni (Massimo Ferretti e Ottiero Ottieri) fino ad arrivare alla prosa di Houellebecq e a quella (carissima) di Luciano Bianciardi.

Se i suoi versi densi pagano pegno a una precisa genealogia di necessità intercontinentale (d’altronde anche Bianciardi traduceva Miller, Faulkner, London e Steinbeck e la nostra è solo l’ultima di generazioni di pendolari ed espatriati) lo fanno più per demolizioni che per monumentalizzazione. I richiami più diretti, quasi dediche, sembrano messaggi in codice fra amanti lontani.

In un’ora e mezzo con l’aereo
a San Francisco. Oltre la linea
omerica di Scilla e Cariddi l’atterraggio
al Tito Minniti. Tutt’attorno senza
lampioni i campi da calcio.

 Scrive in La vita a Kansas City, dedicata – questa sì – a Bianciardi che così chiamava Grosseto. Qui invece è Reggio che diventa West Coast, per concessione del poeta geografo o architetto o forse meglio disegnatore d’atlanti. Mappe in cui le coordinate sono case esplose, quartieri interi in via di decomposizione, non detti che diventano urlati in un sogno di Apocalisse:

Verso la stazione centrale i resti
di una gelateria, il tempietto
pisciatoio e magazzino di pescatori
all’occasione, però si vede
Pentimele, bellissima costa
se non ti avvicini
Italiano regionale. Dialetto con escursioni
Nel linguaggio televisivo sopra
I cinquanta. L’inserto dialettale in tutte
Le fasce d’età. Nella provincia sopravvive
Qualche parlante neogreco.
Si dice ceddìa
Se uno ci prova. Si dice puri i pulici hannu
a tussi ai bambini. T’si fattu randi quando
ingrassano. Si sciupatu se non ingrassano.
Se fanno schifo ‘ndranghetisti.[3]

O ancora, sulla lombardissima terra d’espatrio:

Allo specchio delle tre lampadine dell’anticamera
da bagno come nei pub sistemo il colletto
indosso per il part-time che ci vuole decoro ma
vorrei denudarmi e correre come un toro
impazzito, con fare tracotante nel cortile
di una casa vecchia, con inquilini del comitato
no-movida di Pavia, o di un Liceo classico
o nel campetto sistemato di una chiesa, nel cortile
dell’Università, sciogliere con potentissimo
acido i mantelli alle statue, strappando i manifesti, imbrattando le lapidi, lasciando
in un angolo i miei parametri e chiamare rivoluzione ma ho
l’influenza, troppo debole – un tachifludec
al limone ma fa schifo, vorrei sputarlo
e inondare la città, guarire alla piazza
il raffreddore lasciando fuori l’aristocrazia
che non si bagna i piedi negli attici, sui balconi
a salutarci come formichine o formichieri, una funzione
vale l’altra purché se la cantino e se la suonino,
nei locali, ci facciano dormire, pagare le tasse
e on pagarle, avviare i negozi e chiuderli,
riciclare, gonfiare i costi, aprire catene
di ristoranti col menù ridotto studenti, incluso caffè.[4]

Le tue poesie parlano di vite di mafia in modo crudo, esplicito. Possiamo chiamarle politiche, nel senso più ampio ed etimologico del termine. Questo mi fa pensare all’antologia Poeti nati negli anni ‘80 e ‘90 che mi sembra nasca da questo valore relazionale di fare poesia, da una concezione quasi più simile a un condominio che a una raccolta di testi.

È completamente sbagliato quando passa l’immagine di individui che scrivono dalla loro casa in affitto e a malapena conoscono i condomini. Questa antologia, in particolare, è nata a partire da un gruppo di fiorentini, come più volte ha detto Giulia [ndr. Martini, la curatrice] ed è poi si è estesa a più persone, che si sono influenzate fra di loro. E non pensiamo che non sia stato sempre così, anche per gli autori che oggi studiamo. La dimensione reale della poesia è una dimensione in cui ci si scanna. Io, il litigio peggiore l’ho avuto su come si legga una poesia a voce alta. Parlando del valore politico della poesia: non esiste scrittore che, lavorando sullo stile, non sia politico. Questo lo diceva Roland Barthes: il grado zero della scrittura è quello comunicativo, quello in cui dici “questa è una sedia”. Non appena fai qualcosa di più sei politico, che vuol dire che cerchi di incidere nella società, non altro. È lo stile che fa politica, anche perché è il linguaggio che ci forma. Fermo restando che in un periodo come questo sono importanti anche le prese di posizione. Così, la prima sezione del mio libro era un poemetto chiamato Tatutoromanzo. Era un poemetto satirico contro Pavia, da cui ho sfrondato quasi tutto. Essere così espliciti ti porta solo a essere non letto da chi dovrebbe o da chi vorresti. Già così è difficile. Bisogna scandalizzare, profondamente. Il testo nella quarta di copertina è quello che per ora ha sortito più effetti: mia zia dice che non è possibile avere citato il diavolo nel primo verso: “Nel diavolo probabilmente”. Le ho spiegato che Le diable probablement è un film di Bresson molto bello, tra l’altro su degli studenti “assediati”.

Domanda dal pubblico: Cosa ti spinge a scrivere, per chi scrivi?

Si dice spesso che scrive solo chi ha avuto un’infanzia difficile. Trovo sia un modo molto economico per allontanare lo scrittore: per fare quello che fa lui devi soffrire. Certo che ognuno ha il piccolo orto dove coltiva la propria sofferenza, ma per me l’infanzia, così come l’università sono stati periodi belli. Io scrivo prevalentemente per i miei genitori, cioè attraverso loro, a causa loro e, in qualche modo, per loro: scrivo per anticiparli, per non compiacerli. Anche perché so quanto incondizionatamente mi apprezzino. Scrivo, nel senso della tua domanda, per tutti. A volte mi rendo conto di scrivere difficile e allora la sfida è mantenere la complessità e rimettere in gioco la leggibilità. Spesso spezzo la sintassi, la ribalto. Studiando Lettere, devo leggere manuali complessi, per cui mi viene naturale esprimermi così. La rompo apposta, perché io stesso non capisco che senso abbia tutto quell’arzigogolo, quando rileggo quello che scrivo d’istinto. Quindi, scrivo per tutti ma non cerco di compiacere nessuno. Penso sia un problema comune questo, il tentativo di ammiccamento, che però non funziona. L’avvicinamento vero nasce solo dallo scontro. Altrimenti rimaniamo entrambi nella posizione in cui eravamo all’inizio.

È per questo che parli continuamente di distruggere, di far saltare in aria?

Ovviamente faccio finta. Così Bianciardi diceva di voler distruggere il Torracchione della Montecatini [ndr. Nella Vita agra è quello il preteso “movente” dell’Io narrante: va a Milano per distruggere la ditta responsabile della strage di Ribolla, 4 maggio 1954, in cui morirono 42 minatori]. Ne parla esplicitamente, spiegando nel dettaglio come ci sarebbe riuscito. Processato, ha dichiarato che se avesse voluto farlo davvero non lo avrebbe certo scritto in un romanzo. Così esiste sempre una distanza fra l’autore e l’io narrante. Non corrispondono quasi mai. Ci sono forse rapidi punti di contatto, piccoli barlumi di verità. Il resto è inventato.

Un barlume, in Frecciabianca:

la signora bionda di fronte a me
con indosso occhiali vintage mangia
un panino al salame dividendolo
con la figlia segretaria in un hotel
della Lombardia –
è un quadretto messo
così su due piedi per farmi dismettere
questo tono di lusso ontologico
prima che arrivi […][5]

Domanda dal pubblico: Molte delle tue poesie hanno nomi di treni. Ti parlano di migrazioni dal sud. Pensi che la poesia possa essere una forma di narrazione del doversi allontanare da casa?

 Io sono cresciuto col mito di dover andare a studiare al Nord: “non se ne parla che stai qui. Tu scappa, poi ti mandiamo il pacco da giù ma scappa”. Penso che la poesia abbia molto da dire in materia di migrazioni, che siano interne o esterne. Io drammatizzo un po’, ma non a caso metto in esergo alla prima sezione Stefano D’Arrigo, con la fortissima Pregreca [ndr. da Codice siciliano].

Domanda dal pubblico: E in questo modo può avere ancora senso (e vitalità) la poesia dialettale?

In tutta la raccolta solo tre versi sono in dialetto, a parte qualche sprazzo in La vita a Kansas City:

(Ci scangiaru – o me zannu:
cumpari! Non simu nto Stessu
i Rostoieschi – nuddu rirìu).

Questa poesia l’ho tradotta perché mi è stato suggerito che sarebbe stata molto più forte in dialetto. Io, da migrante millenial, non conosco il dialetto e devo sforzarmi per capirlo. La mia variante, che è quella calabrese meridionale estrema, in realtà è quasi morta. Essendo una città di mare, una città commerciale, nessuno lo parla davvero. Anche mia nonna si sforza di parlare solo italiano perfino rivolgendosi a persone della sua età. Con me direttamente non l’ha mai fatto. Chi l’ha tradotta quindi? È un’opera collettiva. Io ho mandato i tre versi su whatsapp, nel gruppo A famigghia (che conta 30 persone) e ognuno ha dato la propria versione. Essendo una lingua morta – e non essendo i nonni su whatsapp – è stato un delirio. Ed è interessante perché tutta l’ultima sezione è dedicata al doppio: io non sono ma sono quell’altro, lui non è me e io non sono lui. E in pratica neanche l’ho scritta io. Così:

(ci hanno scambiato – al mio scherzo.
amici, non siamo nel Sosia
di Dostojevskij – nessuno ha riso).

 

  • [1] Da VII
  • [2][2] Da La vita negra
  • [3] Da La vita a Kansas city
  • [4] Da Siano A e BI
  • [5] Da Frecciabianca
Valentina Avanzini

Valentina Avanzini

Nata a Parma nel 1995 e qui incamminata sulla via degli studi umanistici, dal 2014 risiede al Collegio Ghislieri di Pavia. Nell'Ateneo della città studia Lettere Moderne e muove i primi, incerti, decisi passi verso la Storia dell'Arte Contemporanea. Sprovvista della esperienze e della sicurezza che occorrerebbero per parlare di se stessa in terza persona, si limita a seguire ogni strada buona con tutti gli strumenti possibili - che siano un libro, una valigia, un biglietto del cinema. Non sa quello che è, non sa quello che vorrebbe diventare: in mezzo, la voglia di non risparmiarsi e una passione sempiterna per la scrittura e per la cultura dell'Europa centro orientale.

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