La Bellezza negata. Tentato omicidio. Dialogando con Simona Maggiorelli sull’arte

Conosco Simona Maggiorelli alla presentazione del suo libro Attacco all’Arte. La bellezza negata. È una domenica sera, fuori pioviggina. Al termine dell’incontro non riesco a formalizzare le mie perplessità, le domande rimbalzano sui vetri sporchi della metro, le porto a casa con me.

Il suo è un libro agile, copertina flessibile, edizioni L’asino d’oro. Lo leggo seduta alla scrivania bianca della mia casa da studente, prendo nota sui post it colorati, li nascondo fra le pagine.

La parola stampata, immobile, non è ancora abbastanza: contatto Simona Maggiorelli che mi concede un’intervista. Riporto – con il filtro della parola scritta – l’esito della conversazione intensa, sincera, ricchissima.

Nel tuo libro ti occupi di diverse forme di iconoclastia oltre a quella tradizionalmente intesa (distruzione di un’immagine perché il suo referente non si può/deve rappresentare).

Prendi le mosse da un interessantissimo excursus storico sulle prime forme di rappresentazione (come le grotte di Chauvet o di Lascaux) a lungo negate come rappresentazione artistica e una panoramica completa sulle feroci guerre iconoclaste che non risparmiarono nessuno dei grandi monoteismi, con grande passione e una ricerca evidentemente approfondita, prendi in esame alcuni fenomeni della contemporaneità che – in forma più o meno esibita – agiscono come vere e proprie censure iconoclaste nei confronti dell’arte e della cultura in generale.

Ma il capitolo che in assoluto mi ha più colpito per la sua efficacia e la sua forza è quello dedicato alla situazione italiana.

Scortata da figure come Tomaso Montanari e Salvatore Settis, prendi in esame una politica che senza troppi scrupoli intende una valorizzazione come monetizzazione dei beni culturali, trasformando così un patrimonio che dovrebbe essere alla base non solo della storia ma anche dell’identità di un intero Paese nel tristemente celebre petrolio d’Italia.

Non è stato sempre così però: per moltissimo tempo l’Italia è stata uno dei paesi più all’avanguardia in fatto di tutela e conservazione dei beni culturali (partendo da esempi precocissimi e meravigliosi quali quello di Raffaello prima e Canova poi); forse meno in fatto di valorizzazione.

Questo però non giustifica la trasformazione di un patrimonio storico artistico fra i più ricchi al mondo in un una giostra, tanto più se riservata a pochi ricchi.

Partendo dal punto saldo che il patrimonio storico artistico di una Nazione dev’essere sì tutelato, ma anche reso fruibile perché costituisce prima di tutto la sua identità: quale pensi che possano essere le azioni più urgenti da attuare in proposito?

L’Italia non ha perso l’evidente aggiornamento della sua legislazione in fatto di beni culturali, e questo lo dimostra l’Articolo 9, che è stato giustamente definito il più rivoluzionario di tutta la Costituzione.

Il problema è che esiste, ma non viene applicato. Nelle manovre del governo, il cittadino sembra sistematicamente diventare un Homo Economicus, senza stimoli, privo di umanità, concentrato solo sul proprio profitto.

L’Articolo 9, invece, si rivolge proprio a quell’umanità più profonda, direi quasi universale, non segnata dai confini.

E questo è tanto più vero in Italia, dove il patrimonio artistico è intrinsecamente legato al suo contesto e svela una realtà multiforme che tradisce i meri confini nazionali.

Dal 2002, con il governo Berlusconi, abbiamo assistito a un taglio drastico degli investimenti in ambito culturale.

Questo vero e proprio suicidio di Stato continua ancora oggi con la riforma Franceschini e la totale disarticolazione delle sovraintendenze, che senza fondi e senza personale soccombono sotto la pesantissima burocrazia italiana.

Da moltissimo tempo il patrimonio italiano viene millantato come un trofeo ma non c’è alcuna attenzione per la diffusione della conoscenza. Si potrebbe ricominciare a insegnare la storia dell’arte, ad esempio.

È paradossale pensare di poter puntare sul turismo e poi toglierla dall’istituto alberghiero. Bisogna cominciare a pensare al turista come un ospite, non un pollo da spennare.

Pensa a cosa sta diventando Venezia in questi anni: una specie di Disneyland, un posto da cui puoi portare a casa delle fotografie, magari, ma non delle esperienze. Il Costituto di Siena, nel 1300, si preoccupava che i suoi ospiti fossero felici si stare in una città bella e noi nel 2017 non ne siamo capaci.

Rimango ancora in tema di identità: delinei con chiarezza l’azione sistematica dell’ISIS contro monumenti del calibro del sito archeologico di Palmira, nella sostanza tragicamente simili all’azione perpetuate nel 2003 in Iraq dall’esercito anglo americano.

immagine per Simona Maggiorelli
Attacco all’arte. La bellezza negata, Cover

In questi casi non si parla solo di iconoclastia per motivi religiosi: è evidente la volontà di cancellare l’identità storica di un popolo, di annientarlo minandone le radici culturali.

La contraddizione è evidente, commentava anche Laura Lombardi all’incontro di presentazione tenutosi in occasione di Book City: i seguaci così fondamentalisti di una religione iconoclasta sono forse fra i produttori di immagini più efficaci del XXI secolo, tanto che Stockhausen arrivò provocatoriamente a dichiarare che l’attentato alle torri gemelle fosse la più grande opera d’arte possibile nell’intero cosmo.

Al di là della provocazione, l’immagine dei due colossi che crollano su loro stessi è ferocemente icastica, pregna, indimenticabile, tanto che c’è stato chi è arrivato a definirla arte.

E qui mi collego per aprire il capitolo che più mi preme: può essere davvero arte? Chi lo decide? Tu dedichi un’amplissima sezione del tuo libro alla trattazione dell’arte contemporanea, catalogandone la produzione – con poche eccezioni – come una serie di incubi orrorifici e poco probabili, figurazioni svuotate di senso, una desertificata astrazione.

Sono d’accordo con te nel constatare una vertiginosa sovrapproduzione nel secolo dell’arte espansa – per dirla con le parole di Perniola che anche tu citi – e parte della controversa fascinazione dello studio del contemporaneo è proprio la difficoltà nel distinguere al suo interno ciò che ha una voce sufficientemente potente da poter parlare nel lungo periodo.

E con contemporaneo non intendo solo l’ultimo secolo di storia dell’arte, intendo la contemporaneità propria di ogni opera storica: accanto ai grandi che sono arrivati fino a noi c’erano e ci sono sempre state selve di produttori più o meno mediocri di cui magari non ci resta nemmeno il nome.

Prendiamo lo stuolo di Caravaggeschi che dal Nord al Sud dell’Italia hanno percorso e ripercorso le tecniche del Maestro: il mainstream non è una peculiarità del XX-XXI secolo.

E se è vero che il mercato dell’arte crea bolle spropositate aumentando a dismisura il prezzo delle opere e indirizzandone il gusto, è altrettanto vero che la maggior parte degli artisti che hanno fatto la storia sono stati al servizio del potere, temporale o spirituale che fosse (se è mai esistita una cesura netta).

Raffaello, Michelangelo, Leonardo, Velazquez, per citarne alcuni. Credo che in proporzione i guadagni di Tiziano avrebbero fatto impallidire anche quelli di Hirst. Per non parlare di come la Controriforma abbia segnato e diretto il gusto artistico di più di un secolo.

O come la benedizione della Chiesa abbia elevato artisti di indubbio valore come Bernini e affossato contemporanei non meno talentuosi come Borromini.

Oggi i ricchi privati hanno sostituito istituzioni “universali” quali Chiesa e Impero, non credo che ci sia stato uno scarto significativo in fatto di autoreferenzialità e autocelebrazione delle richieste.

Piuttosto, forse, che uno dei grandi meriti dell’arte espansa sia proprio la spropositata (e sì, difficilmente gestibile) libertà espressiva concessa agli artisti. E qui torniamo al tentativo di catalogazione da cui siamo partiti: se in arte si può fare tutto, se tutto può essere arte, chi ci assicura che un bicchiere d’acqua sulla mensola di un museo è un’opera mentre quello a casa nostra è solo un bicchiere?

La questione è spinosa e la tua posizione mi interessa proprio perché è lontanissima dalla mia: dal tuo testo si evince che forme d’arte fatte per autodistruggersi nel tempo – come cataloghi performance, happening, installazioni, land art –   sono costruzioni intellettuali sterili, inadeguate alla costruzione di un vocabolario artistico contemporaneo, o comunque inferiori a un linguaggio immaginifico e irrazionale (nel senso che segue la fantasia e non il ragionamento).

Io credo che quell’universalità che anche tu – mi sembra di capire – ritieni fondamento inalienabile della Grande Arte si raggiunga proprio tramite un’immersione profondissima nelle trame della contemporaneità.

Riprendendo una lunga e splendida citazione di Settis che riporti nel secondo capitolo: bisognerebbe cominciare con il dire che cos’è un’opera d’arte. Io credo che gli affreschi di Giotto o per esempio la Commedia di Dante siano strumenti per pensare. Credo che siano delle costruzioni molto complesse di persone che hanno cercato di offrire agli altri esseri umani testi in senso lato sui quali riflettere riguardo alle cose che vedono, ma anche sulla vita e sul mondo.

Credo che sarebbe quasi impossibile ragionare su un mondo accelerato, frenetico e iperconnesso come quello in cui viviamo senza porre in primo piano dolorose riflessioni sul proprio corpo, o i meccanismi fisici e psichici che ci legano alle cose e al mondo.

Così come, per contrasto, l’arte performativa – che non produce nulla se non il vissuto di chi vi prende parte – si colloca a mio parere in una posizione estremamente eloquente in una società dominata dall’ipertrofia del capitalismo. Ancora, Vaccari -nel suo Inconscio tecnologico– parla dell’artista come di un innescatore.

Davvero non pensi che sia possibile parlare oggi di un’arte che fa scattare, che innesca qualcosa? Un pensiero, un ragionamento, un’emozione, che sia per empatia o per repulsione. Davvero dilaga senza riserve la sterilità di cui parli?

Io trovo un’umanità immensa nelle Tre sedie di Kosuth, nelle performance scabrose di Hermann Nitsch, nei volti devastati di Schiele o di Bacon. Anche se non sono esteticamente belli o piacevoli.

Anzi, proprio perché non sono belli. E qui arriva la domanda che più mi preme: il tuo libro si chiama “Attacco all’arte. La bellezza negata” stabilendo un nesso assiomatico che mi dà da riflettere. Da quando l’arte, il valore dell’arte si misura in termini di bellezza?

I primi tori disegnati con pigmenti sulle pareti delle caverne hanno una forza straordinaria, ma possiamo stabilirli belli?

Bello è un tramonto, bella è la Venere di Botticelli – che a proposito in quanto a pubblico elitario e contenuti filosofici fa impallidire qualsiasi scultura di tubi di ghisa nella galleria più in di Milano – bellissima è la Pietà di Michelangelo in San Pietro.

Ma per restare nella sfera dei grandi maestri: quell’altra Pietà scolpita dal braccio fragile di un Michelangelo ottantenne che ormai dava del tu alla morte e a quello che c’era dopo, quella Pietà Rondanini che è pura luce e insieme pura scabrosissima materia, quella statua che sembra fatta più per scavare di vuoti che per levare di pieni, è bella?

È la reificazione di un concetto, di un’ideologia, di una fede, forse di una dolorosa speranza, contravviene a qualsiasi canone estetico e compositivo, eppure ha attraversato i secoli e ancora oggi non può non colpire con la forza silenziosa (non muta) della sua imperfezione. È ancora – credo – una delle testimonianze più significative che la storia dell’Arte è e deve essere, prima di ogni altra cosa, storia dell’Uomo.

Dobbiamo capirci, prima di tutto, su cosa si intende per bellezza: non certo un ideale classico alla Winkelmann, quello è decisamente superato, non avrebbe senso. Io parlo di una bellezza in senso lato, un’immagine capace di parlare alla profondità, non una riproduzione piatta e razionale del visibile, insomma.

Le immagini prodotte dalla follia jihadista sono una strategia pubblicitaria estremamente efficace, ma non sono arte: sono vuoti. Dietro ai quadri di Caravaggio, invece, c’è qualcosa che parla a livello emotivo, oltre la sua comprensione personale.

Trovo che allo stesso modo ci sia un’ampia parte della produzione contemporanea che si limita alla bieca riproduzione della realtà, ma non è un discorso generale, non sono certo un’oppositrice di tutta la performance o di tutta la video art. Esistono opere che fanno scattare qualcosa, che scavano più a fondo.

Rimane però – in molti casi – una sottomissione alle logiche dominanti, all’autoreferenzialità, alla banalità. Mi sembra che buona parte dell’arte contemporanea sia poco più che un’apologia del mercato.

Proprio per questo chi ci sta dentro e deve criticarla fa molta fatica. Io penso che sia necessario trovare un proprio spazio, non avere interessi personali da difendere. Perché magari verrebbe pure più facile, ma stiamo parlando di arte, è un territorio delicatissimo e fondamentale. Lo dico a te, che sei ancora giovane, e a tutti quelli come te: non c’è nulla che vale come la tua onestà intellettuale.

Valentina Avanzini

Valentina Avanzini

Nata a Parma nel 1995 e qui incamminata sulla via degli studi umanistici, dal 2014 risiede al Collegio Ghislieri di Pavia. Nell'Ateneo della città studia Lettere Moderne e muove i primi, incerti, decisi passi verso la Storia dell'Arte Contemporanea. Sprovvista della esperienze e della sicurezza che occorrerebbero per parlare di se stessa in terza persona, si limita a seguire ogni strada buona con tutti gli strumenti possibili - che siano un libro, una valigia, un biglietto del cinema. Non sa quello che è, non sa quello che vorrebbe diventare: in mezzo, la voglia di non risparmiarsi e una passione sempiterna per la scrittura e per la cultura dell'Europa centro orientale.

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