Questione di tempo. Dalle periferie di Milano si riparte ascoltando

Sono profondamente convinta che ogni spazio, più o meno sensibilmente, abbia un proprio peso.
Esistono spazi gravosi e frenetici in cui sembra impossibile respirare. Spazi distesi e intimi, dove trova posto una persona per volta. Esistono spazi, poi, così densi e fertili che – qualsiasi sia la loro dimensione reale – sembrano in costante espansione, in costante ricerca, come se vi potesse nascere qualcosa in ogni momento. E c’è qualcosa di eccitante in spazi del genere. Spazi che non sono scheletri architettonici, ma si plasmano nelle relazioni che li attraversano, che si aprono alla possibilità e alla creazione.

Nel sottopelle dei grandi punti di riferimento istituzionali, Milano si costella di spazi di questo tipo.

Lo scopro quasi per caso, finendoci letteralmente in mezzo. Perché nascono da esigenze che sento mie, dall’idea e dal lavoro di coetanei o colleghi che decidono di mettere le proprie idee e i propri corpi al centro della discussione.

Quella dei Project Space (nome vago per spazi instabili e in continua ricerca, ma giustamente focalizzato sulla loro dimensione di progetto) è una forza periferica, in senso, molto spesso, decisamente fisico. Fuori dalle rotte dei grandi discorsi, la periferia è quello spazio a margine che permette l’insediamento di nuovi dialoghi, l’ibridazione con il tessuto sociale, la germinazione di un cambiamento.

E lo sa bene anche la municipalità, che si impegna nell’emissione di bandi annuali per recupero e la valorizzazione di spazi inutilizzai nelle zone suburbane. Nasce così, vincendo l’edizione 2018 del bando Spazio alle Periferie, anche l’Associazione Culturale X Contemporary progettata e gestita da Roberta Riccio e Carmine Agosto, giovanissimi studenti uscenti dalla Nuova Accademia di Belle Arti.

Collocata ai piedi di una corte di case popolari, l’associazione si disloca su due occhi di vetrine originariamente concepiti per esercizi commerciali e abbandonati da anni.

È quindi per intrinseca esigenza che X Contemporary si prende, fin da subito, non solo uno spazio ma anche un tempo altro. Quello della cura, quello del lavoro fisico e minuzioso del restauro: le mura che appartenevano un tempo a un negozio di biciclette si trasformano da una parte in uno spazio espositivo, dall’altra in una  stanza dedicata alla lettura, alla musica e alla ricerca. E in una temporalità così prolungata, riesce a insediarsi anche un dialogo con la comunità circostante: gli abitanti dei palazzi si affacciano alle porte sempre aperte (lo spazio, come una membrana, collega la strada al cortile) e fanno domande, raccontano storie, chiedono aiuto e regalano piccoli oggetti.

Ma cosa significa  fare arte – o meglio, come orgogliosamente lo definiscono Roberta e Carmine – attivismo culturale in una realtà del genere? Proviamo a discuterne prendendoci, a nostra volta, il tempo necessario: quello di una visita, di un pasto, di una serata insieme.

Partiamo dall’inizio. Come nasce la vostra associazione, X Contemporary, e X, il vostro spazio?

Come un gioco. Non ci aspettavamo assolutamente di vincere il bando, anche se l’abbiamo affrontato con la massima serietà. Pensavamo che sarebbe rimasto un progetto universitario. E invece i risultati sono arrivati e per primi c’eravamo noi, come “ente da costituire”. È stato uno shock.

Così, dopo pochissimo, è nata l’associazione culturale X Contemporary. La nostra proposta si articolava fin da subito intorno a due spazi (che prendono il nome di X): uno per l’esposizione e uno per la ricerca, aperta alla lettura, alla musica, al gioco. Probabilmente è per questo che siamo stati scelti. Avevamo chiaro fin da subito che sarebbe stato uno spazio aperto alle sperimentazioni, alle collaborazioni con gli enti circostanti, al dialogo. Non volevamo un ufficio e tanto meno (soltanto) un white cube.

E il nome?

X è un nome che ci portavamo dentro da un po’ e che contiene moltissimi significati. X è l’incrocio, è il proliferare imprevedibile del rizoma, è il marchio che lasci per esprimere un voto o una scelta, è la firma universale per chi non può o non sa tracciare altri segni. È la lettera più universale di tutte, la più democratica. E poi, con le sue quattro punte, ci ricordava la forma fisica di questo spazio, che per ogni stanza ha due porte: una sulla strada e una sull’interno della corte di case. In questo modo possiamo avere due sguardi estremamente differenti.

In che modo?

Innanzitutto, quelli che si affacciano dalle due diverse aperture sono pubblici molto distinti. Da una parte, quello della strada, che se anche si interessa lo fa frettolosamente e poi scompare. Dall’altra invece quell0 delle case popolari, che si è avvicinato gradualmente, vedendoci lavorare, tornando ogni giorno prima con domande su di noi, su chi fossimo e cosa stessimo facendo. Poi è cominciato un vero dialogo: attraverso le loro parole abbiamo scoperto le storie e i problemi della zona.

Questo è un complesso di case costruito negli anni Sessanta con i fondi provenienti dalla legge Fanfani. Conserva ancora il clima del piccolo paese, in estate i bambini giocano in cortile mentre gli anziani parlano sulle sedie che si portano dagli appartamenti. Paghiamo tutti l’affitto allo stesso ente e se la scala su cui i bambini corrono è pericolante, il problema è anche nostro. Questo è il modo in cui vogliamo essere contemporary: non solo curare mostre e eventi, non solo collaborare con le altre associazioni già presenti sullo spazio come Teatro Ringhiera o L’impronta, ma essere calati nella realtà.

L’ascolto è stato fin dall’inizio uno dei punti cardine del nostro programma, insieme alla musica, alla laboratorialità e alla ricerca. Fare cultura è, prima di tutto, essere recettivi, rendersi conto di cosa manca. E di cosa c’era bisogno intorno a noi? Di bellezza, ad esempio.

Quando siamo arrivati in questo spazio, le stanze erano sporchissime, piene di macerie e di olio per le catene. Le abbiamo ripulite, le abbiamo trasformate e abbiamo sentito la gratitudine per questo. Dopo poco, in modo naturale, è arrivata la richiesta di decorare un muro rovinato dalle infiltrazioni di acqua. E poi, c’era bisogno di tempo. Tempo di fermarsi, tempo di ascoltare, tempo di creare delle relazioni.

Questo è un quartiere giovanissimo. La sua storia è un tessuto di storie arrivate da lontano (prima dal Sud e poi dall’estero), cominciate altrove e poi radicatesi qui, con i loro ricordi, le loro tradizioni, i loro bisogni. La nostra volontà è quella di farci un archivio vivo di questa densissima memoria storica. Questo implica, ad esempio, una visione molto più ampia di quello che vuol dire fare arte e soprattutto di come comunicarla.

Se per un pubblico di insider siamo X Contemporary, postiamo eventi sul facebook e impieghiamo tempo ed energie nel design delle locandine, per i nostri vicini siamo Roberta e Carmine, che hanno sempre tempo di fare due chiacchiere nel pomeriggio e che ti invitano alla loro mostra con una lettera scritta a mano. Non si tratta di abbassare il messaggio, si tratta di trovare il modo di farlo arrivare, anche se richiede tempo.

Come si rispecchia questo nella prima mostra?

La nostra prima mostra, Ritratto di Famiglia, inaugurata il 13 dicembre, si articola intorno al concetto di comunità. Una comunità allargata, che si interroga sulle sue radici e nel presente è libera di ibridarsi, di riformularsi. I giovanissimi artisti chiamati hanno riflettuto con noi, prendendosi il tempo di cenare insieme, di vivere nello spazio. In dialogo con le loro opere, la ricerca storica di Diego Morgera, che ripercorre la memoria degli spazi, un tempo adibiti a sede del partito comunista, e gli oggetti che spontaneamente ci sono stati donati dai nostri vicini di casa.

Scatole e bambole di ceramica instaurano un tu per tu con la ricerca artistica, appena segnalate da un sfondo in carta da parati. Ma la divisione non è netta: si sfalda agli angoli, si apre da più lati e marca così non solo lo spazio ma anche il tempo dell’incontro.

Valentina Avanzini

Valentina Avanzini

Nata a Parma nel 1995 e qui incamminata sulla via degli studi umanistici, dal 2014 risiede al Collegio Ghislieri di Pavia. Nell'Ateneo della città studia Lettere Moderne e muove i primi, incerti, decisi passi verso la Storia dell'Arte Contemporanea. Sprovvista della esperienze e della sicurezza che occorrerebbero per parlare di se stessa in terza persona, si limita a seguire ogni strada buona con tutti gli strumenti possibili - che siano un libro, una valigia, un biglietto del cinema. Non sa quello che è, non sa quello che vorrebbe diventare: in mezzo, la voglia di non risparmiarsi e una passione sempiterna per la scrittura e per la cultura dell'Europa centro orientale.

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