The Szecwhan Tale in mostra a Milano per raccontare di maschere e di Storia. Per gioco, mai per scherzo

Cosa significa fare teatro? Recitare una parte, rivestire un ruolo?
E cosa significa fare la Storia? Comprenderla, narrarla, interpretare il proprio ruolo sociale o sconvolgerlo?
E ancora: quando cade la maschera, quando si dichiara la finzione e la storia si svela finalmente come un complesso tutt’altro che maestoso e intoccabile?

Nella prima Biennale di Anren, antica città del Sichuan, una sezione è stata affidata dallo storico dell’arte Lü Peng al curatore italiano Marco Scotini. E Today’s Yesterday, biennale organizzata nel centro di una Cina che da occidente appare tanto monolitica, diventa l’occasione per una riflessione e forse addirittura per uno smascheramento della Storia dell’Uomo.

Perché proprio ad Anren? Perché proprio in Sichuan? Perché, ad esempio, in Sichuan è ambientata una delle opere del Brecht maturo, L’anima buona del Sezuan, capolavoro del teatro epico in cui la necessità di soffrire e far soffrire si rivela in un crudele gioco di ruoli. E la stessa messa in scena di maschere e narrativa storica è l’oggetto del ciclo scultoreo Rent Collection Courtyard, complesso di 114 statue di creta in scala reale situato ad Anren che racconta la rivolta dei deboli contro l’oppressione dei padroni.

Da questa combinazione quasi fortuita nasce un’architettura curatoriale che dalla Cina arriva in Italia con il titolo The Szechwan Tale (Cina, Teatro e Storia), ai Frigoriferi Milanesi, Milano, quasi immutata rispetto alla Biennale se non per la maggior presenza di artisti cinesi provenienti dalle collezioni private italiane.

Vivere la Storia come una narrazione che può essere modificata, si diceva, ma solo a patto che il dramma – nella migliore tradizione brechtiana – sia dichiarato, che lo spettatore, insomma, sia consapevole. O meglio: che con la sua sola presenza sia parte integrante del racconto.

Così The Szechwan Tale si dà fin da subito come una grande macchina metateatrale, una specie di teatro alla rovescia in cui lo spettatore, appena entrato, è invitato a vestire i panni di scena creati da Pistoletto. Un gioco, certo, per i bambini impazziti che corrono con i vestiti modellati su quelli dell’opera di Pechino o per i tantissimi che si fotografano con la divisa da guardia rossa, ma rimane palpabile il ribaltamento ruoli dato dai performer più o meno consapevoli che si aggirano per le sale con i costumi lucidi e fiorati.

Performer/pubblico condotti all’interno di un percorso che del teatro è insieme analisi e messa in scena: documenti d’archivio sulla produzione allo Strehler di Brecht e il suo corrispettivo cinese (La donna buona, la donna cattiva) si uniscono a quelli sul teatro proletario russo.

Un dialogo silenzioso fra Oriente e Occidente che apre alle opere dedicate a tutte le articolazioni del teatro, alle sue componenti, alle sue viscere: dai palchi mobili di Céline Condorelli ai sipari di Ulla von Brandenburg che si aprono uno sull’altro senza svelare nulla.

Ancora: il teatro di burattini di Pedro Reyes che sceglie come protagonisti versioni goffamente comiche di Marx, Lenin e Adam Smith, i tableu vivant di Peter Friedl, le scenografie volutamente di Kitsch Zhuang Hui e Dan’er che rimettono in scena una città fantasma o i provocatori costumi carnevaleschi di Piero Gilardi con cui la festa diventa un’occasione di sovvertimento sociale.

Il filo che collega le opere è sottile ma sempre intellegibile, mentre il loro tono scanzonato, giocoso, a tratti nostalgico crea uno spettacolo corale rizomatico, un intreccio di voci che parlano di una Storia recente franta, riscritta e riscrivibile con il gesto dirompente del gioco e del giocare che, non a caso, in molte lingue è il verbo del teatro.

Ma la mostra non termina con i palchi, i sipari, il pubblico: nel lungo corridoio che ne segna la chiusura, l’enorme installazione di Mao Tongquiang dispiega ottanta foto segnaletiche di uomini perseguitati fra gli anni Cinquanta e Sessanta in Cina perché proprietari terrieri o di estrazione borghese. Gli sguardi spenti, la posizione identica li trasforma in maschere del loro ruolo sociale, manipolabili, soggetti al mutare di forze più grandi: i loro discendenti, oggi, sono la classe privilegiata.

Le maschere si svelano, il dramma – nella migliore tradizione brechtiana – è svelato: è tempo per il pubblico/performer di tornare alla prima sala e sfilare i pesanti abiti colorati. C’è ancora chi scherza, chi, prima di uscire, prova un abito diverso. Per tutti è ancora uno spettacolo, è ancora un gioco, con la forza sovversiva e creatrice che solo il gioco può avere.

Info mostra

  • The Szechwan Tale
  • a cura di Marco Scotini
  • 12 aprile – 15 luglio 2018
  • Frigoriferi Milanesi
  • Via Giovanni Battista Piranesi, 10, 20137 Milano
    Tel:  02 73981
Valentina Avanzini

Valentina Avanzini

Nata a Parma nel 1995 e qui incamminata sulla via degli studi umanistici, dal 2014 risiede al Collegio Ghislieri di Pavia. Nell'Ateneo della città studia Lettere Moderne e muove i primi, incerti, decisi passi verso la Storia dell'Arte Contemporanea. Sprovvista della esperienze e della sicurezza che occorrerebbero per parlare di se stessa in terza persona, si limita a seguire ogni strada buona con tutti gli strumenti possibili - che siano un libro, una valigia, un biglietto del cinema. Non sa quello che è, non sa quello che vorrebbe diventare: in mezzo, la voglia di non risparmiarsi e una passione sempiterna per la scrittura e per la cultura dell'Europa centro orientale.

Commenta

clicca qui per inviare un commento