Partiamo dal deserto. Le vite ibride della Biennale di Yinchuan e Marco Scotini

Yinchuan conta un milione e mezzo di abitanti. Capitale della regione autonoma di Ningxia, si trova incastonata in una zona piuttosto povera a nordovest della Cina, fra il deserto del Gobi e il Fiume Giallo. Sinceramente, se fino a qualche tempo fa qualcuno mi avesse chiesto di indicarla su una carta geografica, non avrei avuto la minima idea di come rispondere.

Non sapevo, ad esempio, che a Yinchuan si trovasse il MOCA, uno dei dieci migliori musei dell’Asia, costruito seguendo le forme morbide dei sedimenti argillosi del Hwang Ho: quindicimila metri quadrati di museo dedicati interamente all’arte contemporanea con un’attenzione specifica alle dinamiche del territorio.

Non sapevo nemmeno che dal 2016 il MOCA ospitasse la Biennale di Yinchuan e che la sua seconda edizione, quella che si terrà da giugno a settembre 2018, fosse stata affidata a un curatore italiano: Marco Scotini.

Curatore del PAV Parco Arte Vivente di Torino, direttore di FM Centro per l’Arte Contemporanea di Milano e dal 2004 del Dipartimento di Arti Visive e Studi Curatoriali di NABA – Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, Marco Scotini da anni riserva un’attenzione particolare all’ecologia intesa anche e soprattutto come linguaggio storico e culturale, capace di parlare di meccanismi di potere ben oltre la storiografia artistica convenzionale. È per questo impegno internazionale che il direttore artistico del MOCA, Suchen Hsieh, ha affidato la seconda Biennale di Yinchuan proprio a lui ed è proprio da questo impegno che la Biennale sarà plasmata.

Mi spiega Scotini:

“Si fanno moltissime Biennali che spesso non hanno nulla a che fare con le condizioni geopolitiche e con il sito in cui si svolgono  questo credo sia dovuto alla volontà delle Biennali di essere super partes, cosa che poi le porta a essere indistinguibili ovunque e, soprattutto, a seguire le forme di comunicazione di mercato su una scala globale”.

Questa Biennale, invece, terrà il proprio contesto come riferimento imprescindibile. Un contesto che porta con sé secoli di scambi con l’Occidente (Yinchuan è la penultima tappa della Via della Seta), ma anche un rapporto profondamente osmotico con culture e religioni al di là del confine cinese, creando una cultura ibrida ma di non immediata penetrazione.

Per questo motivo, Scotini sceglie come titolo Starting from the Desert. Ecologies on the Edge.

“Il deserto è un luogo che dà di sé sempre la stessa immagine nonostante l’avanzare degli eventi, un luogo che nasconde le tracce invece di mostrarle: un’evidenza geografica che diventa metafora della storia”.

Fra le tracce da riscoprire, anche quelle di continui contatti con l’esterno. Le ecologie del sottotitolo, infatti, non sono al limite climatico – come è giusto che accada in un deserto ma anche come avviene ormai da anni in un’inquinatissima Repubblica Popolare Cinese – ma sono anche al limite geografico, territorio d’ibridazione storico e quotidiano.

Come faceva Guattari, anche Scotini quando parla di ecologie non parla solo di ambiente. Parla anche di uomini e delle loro storie. Delle culture nomadiche mongole e del deserto del Gobi, fino ad arrivare alla cultura stanziale sulle sponde del Fiume Giallo. Della trasmissione orale e della cultura del libro. Dell’intersecarsi fitto di minoranze, di culti sciamanici, retaggi buddisti e gruppi musulmani. E per farlo seleziona artisti provenienti dal Caucaso fino al Nord Africa, tutte zone in storico contatto e scambio culturale con la Cina, e chiedendo di realizzare moltissime opere site specific.

La biodiversità naturale e culturale di Yinchuan diventa l’occasione per una Biennale che non ricerca la visibilità da artistar, ma si dedica all’analisi approfondita del territorio inteso come manifestazione e archivio di un’ibridazione potenzialmente infinita fra le forme di espressione e le forme di vita.

Proprio in quest’attenzione alla penetrabilità, infatti, sta la scommessa che la ricerca artistica possa e debba creare nuova conoscenza, nuova consapevolezza. Che la chiusura all’interno di un perimetro o si un confine inamovibile non sia la risposta, che il mondo come lo conosciamo sia ancora e sempre passibile di cambiamento.

“Quando dico che preferisco lavorare sulla Storia, questo non significa solo lavorare sul presente ma anche su quello che ci sarà. Quello che mi interessa non sono le cose che si sono consumate, ma quelle premesse che non si sono avverate o che non hanno avuto l’opportunità di compiersi”.

Scotini chiude così la nostra intervista, sintetizzando non solo il significato di questa Biennale, ma anche la linea di pensiero che guida tutto il suo lavoro:

 “Indagare la Storia là dove non si è consumata significa pensarla non come qualcosa di fissato per sempre, ma come una possibilità perennemente aperta”.

 

Valentina Avanzini

Valentina Avanzini

Nata a Parma nel 1995 e qui incamminata sulla via degli studi umanistici, dal 2014 risiede al Collegio Ghislieri di Pavia. Nell'Ateneo della città studia Lettere Moderne e muove i primi, incerti, decisi passi verso la Storia dell'Arte Contemporanea. Sprovvista della esperienze e della sicurezza che occorrerebbero per parlare di se stessa in terza persona, si limita a seguire ogni strada buona con tutti gli strumenti possibili - che siano un libro, una valigia, un biglietto del cinema. Non sa quello che è, non sa quello che vorrebbe diventare: in mezzo, la voglia di non risparmiarsi e una passione sempiterna per la scrittura e per la cultura dell'Europa centro orientale.

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