Magic Carpets arriva in Ucraina nel nome di un’arte che si apre verso l’altro e lo mette al centro

Intervista a Guendalina Salini e Jacopo Natoli. 

Un tempo partecipare a una Residenza artistica era un’occasione per nulla scontata per un artista che non facilmente veniva selezionato per trascorrere un’esperienza di vita e di studio in luoghi prescelti, poter approfondire lì le proprie ricerche, entrare in contatto con il territorio nel quale si ritrovava, relazionandosi con gli altri artisti coinvolti, e realizzare un progetto ad hoc.

Oggi simili occasioni si sono moltiplicate e anche le caratteristiche che definiscono questo genere di esperienza sono andate sfumando, rischiando di apparire una pratica abusata, senza scopi definiti e senza ricercati legami con il territorio di accoglienza.

Esistono però le eccezioni, progetti interessanti che promuovono l’incontro con culture diverse e lontane, rivelandosi strumenti indispensabili e preziosi di integrazione, rispetto e sensibilizzazione verso l’altro distinto da noi.

Negli ultimi mesi, la pandemia di dimensioni mondiali che ha trascinato tutti i paesi del globo a condividere un’esperienza di stravolgimento e dissesto della propria vita ha fatto sì che ogni genere di condivisione che precluda uno spostamento e uno scambio, tornasse ad essere un’impresa incredibile, addirittura rara e preziosa.

Un progetto come Magic Carpets (che già nel suo titolo richiama animi avventurosi e intrepidi, lanciati alla scoperta di nuovi cieli sconosciuti) riporta esperienze di relazione e di residenza quanto mai stimolanti, specialmente in un momento storico come questo.

Il progetto, ideato da Benedetta Carpi De Resmini, è innanzitutto una piattaforma cofinanziata da Creative Europe che riunisce partner europei in un programma internazionale di tre anni e tra i suoi principali obiettivi ha quello di mettere in contatto giovani talenti emergenti, portati a confrontarsi con culture diverse e ad attivare riflessioni e azioni in stretta connessione con le comunità locali.

Nella terza e ultima edizione, dal titolo La Fantastica, da poco conclusasi, sono stati coinvolti gli artisti Sara Basta, John Cascone e Mykolas Juodele nell’ideazione di laboratori in sinergia con gli abitanti delle aree urbane di Corviale e del Trullo a Roma.

Per quest’ultimo anno era prevista anche, curata da Anna Gaidai,  I am where I am fine, una residenza di un mese a Lviv, in Ucraina, da parte degli artisti Guendalina Salini e Jacopo Natoli, selezionati anche loro attraverso un concorso tra i partner della piattaforma. 

I due artisti ci hanno raccontato di questo lavoro, sviluppato in stretta connessione con gli abitanti di Pidzamche, quartiere periferico di Lviv, dove si sta creando Jam Factory Art Center, istituzione d’arte contemporanea e dinamica realtà culturale diretta da Bozhena Pelenska, che ha supportato e affiancato il progetto dei due artisti.

Mi anticipa Guendalina Salini:

Si tratta di un’area povera e periferica attraversata da diverse ferite ancora aperte –È una zona di fabbriche e casette basse e strade sterrate, molto diversa dal centro storico elegante e borghese, che ora vive un momento di grande cambiamento. Le industrie sono chiuse e dismesse e al loro posto c’è un moto di gentrificazione violento che sta ridisegnandone i connotati.

Chiediamo a entrambi: come si è andato svolgendo il periodo di residenza in un luogo in evoluzione e cambiamento come questo, ma con storie e tradizioni così presenti e reattive? Con quali idee e presupposti avete lasciato l’Italia e quanto poi questi sono cambiati una volta arrivati ed entrati in contatto con il territorio e i suoi abitanti?

G. S. – L’incontro con Lviv grazie alla cura con cui siamo stati accolti dallo staff di Jam Factory Art Center, inclusi curatori volontari e gli altri artisti in residenza, è stato estremamente vibrante e interessante. Abbiamo avuto escursioni storiche con guide professioniste e racconti più personali da parte delle tante persone incontrate. Abbiamo incontrato fin da subito gli artisti della città, quelli delle nostre generazioni, ma anche i vecchi combattenti del gruppo Dzyga. Il processo di modernizzazione in molti casi non esita a fare terra bruciata della cultura e memoria del luogo, cancellandone l’identità e mettendo a rischio estinzione tutte le piccole attività e forse a spingere a breve la cittadinanza che abita il quartiere da generazioni a dover andare altrove. Tutti questi elementi hanno informato il nostro lavoro sul territorio. Abbiamo infatti deciso con i ragazzi di rivendicare lo spazio pubblico attraverso poster art, una campagna di subvertising su grandi banner e interrogarci con diversi mezzi su temi di identità e comunità.

Jacopo Natoli – È stata una esperienza di congiunzione e contagio (covid-free), di comunità dal respiro multiforme. Di genere maschile, femminile e neutro, forse più femminile. Un’esperienza che cambia la visione, i modi di giocare, ricchissima di incontri. Un privilegio. Esigenza dell’altro e dell’altrove, chiamati per dirigere una serie di laboratori con bambine e bambini, ragazze e ragazzi di un quartiere periferico della città. Ci hanno guidato idee di mescolanza e co-creazione, che più entravano in contatto con il territorio più diventavano non-nostre, ibride, sconfinate.

Era la prima volta che le vostre pratiche e i vostri diversi linguaggi si incontravano per una collaborazione artistica. Quali sono gli aspetti del lavoro dell’uno e dell’altro che credete siano state più approfonditi e abbiano trovato arricchimento nell’esperienza comune vissuta a Lviv?

J. N. – Lavorare insieme è stato un atto spontaneo, scontato, quasi automatico. Una cieca fiducia nella crescita esponenziale del pensiero data dall’incontro. Collaborare ha significato per noi una discussione continua, vitale e perpetua delle idee, delle quasi-idee, dei ragionamenti, delle azioni. Ho imparato la gioia dell’ascolto, incorporato la cura del femminile, approfondito i tempi e i modi della simpoiesi. Siamo, letteralmente, mutati l’un nell’altro, l’un per l’altro, un doppio dal tono dell’otto sdraiato che con uno iato spiraliforme si è diffuso nel gruppo.

G. S. – La prima opera, la più importante è la costruzione del sé. Veniamo al mondo e ci danno un nome, uno stato sociale, un’eredità culturale. Ci caricano di pesi e fantasmi, inoltre ci investono di desideri indotti che non ci corrispondono veramente, ma tuttavia ci costruiscono profondamente, liberarci, nascere veramente o, per citare Ecce Homo (n.d.R.: opera filosofica autobiografica di Friedrich Nietzsche scritta nel 1888), “diventare ciò che si è”, richiede il lavoro di una vita. Abbiamo cercato di mettere a nudo queste dinamiche e agito un rituale per scegliere il proprio nome, riagganciarsi al proprio daimon e al proprio unico singolarissimo potere, per un’auto-determinazione che è al contempo politica e poetica, capace di ispirare un senso di libertà vero e rivendicare l’ascolto profondo come la fonte da cui attingere le proprie forze creatrici e trasformative. Abbiamo fatto questo rito attraverso disegni performance visualizzazioni invenzione di immagini e parole, neologismi e talismani poi mixati insieme in un incontro dove le diverse personalità creano una collettività sinergica e multiforme. Questo approccio rituale è stato suggerito e guidato da Jacopo, che lo ha elaborato grazie ai suoi studi di arte terapia e altre pratiche, per me che lo ho accolto e vissuto insieme, immaginando i vari incontri e preparandoli, è stata un’esperienza veramente condivisa e di crescita capace di creare un corpo unico danzante e organico tra noi.

I bambini e ragazzi coinvolti nei laboratori e nelle azioni partecipate da voi proposte hanno avuto la possibilità di esercitare il loro sguardo su un territorio a loro ben conosciuto, forse in alcuni casi il più familiare per loro. Secondo voi – osservando alle vostre spalle l’esperienza appena conclusa – in cosa è cambiata la loro percezione e il modo di vivere la loro città? Quali sono gli strumenti che avete lasciato loro con i quali continuare ad arricchire le loro esperienze di vita e a partecipare in modo più consapevole alla trasformazione del territorio che è in corso?

J. N. – Abbiamo attivato un processo mitogenetico. La gioia e la potenza del lavoro-gioco di gruppo. Abbiamo, mi auguro, trasformato il modo di percepire lo spazio pubblico. Non un luogo da subire, dove l’immaginario è imposto, ma un orizzonte del possibile, un paesaggio da plasmare, un campo espressivo, dove possiamo agire. Quindi: co-creazione simpoietica per costruire i nostri miti, la nostra gloria. Essere ed incarnare questo immaginario. Riversarlo, con grazia, nelle strade. Vedersi vedere, esser noi stessi quei miti della pubblicità.

Certi processi hanno il fiato corto ed il respiro lungo. L’augurio è che questi strumenti in mani e piedi nuovi generino nuove traiettorie e vie di fuga, e poi altri strumenti, per altri sentieri, e così via, fuori controllo, rizoma, cosmo, deriva.

G. S. – Uno dei momenti di creazione che abbiamo proposto è stato quello dedicato alla casa. Su un grande tavolo abbiamo manipolato insieme l’argilla per creare dei piccoli ripari di terra cruda. Dall’immaginazione di ognuno sono nate abitazioni meravigliose e magiche che rispondono al desiderio comune di sentirsi a casa di ogni essere. In queste piccoli manufatti è racchiuso tutto il bisogno di individuarsi, ma anche il senso della condivisione e il desiderio di sentirsi partecipi di una comunità. Alcuni di questi luoghi narrano dell’importanza del silenzio, sono costruiti per custodire segreta e intima bellezza. Altri ci indicano il desiderio di guardare il cielo con le loro grandi terrazze o le aperture nel soffitto. Altri ancora, come la casa con due sole pareti, sono aperte a chiunque e offrono calore, compagnia e nutrimento. Sono solo le fantasie di bambini o dei preziosi suggerimenti per luoghi più umani e abitabili? Per una giustizia sociale e un pensiero poetico di cui non solo loro sentono l’urgenza?

Credo che questo aspetto della residenza arricchirà per sempre i ragazzi che ne hanno preso parte come ha arricchito noi artisti. Sperimentare la possibilità di agire nello spazio urbano in maniera assertiva, creativa, ludica, critica e politica a un tempo è una consapevolezza che una volta acquisita rimane con te.

Info

  •  I am where I am fine | Residenza di Jacopo Natoli e Guendalina Salini
  • Con il supporto e il coordinamento MagiC Carpets e Latitudo Art Projects 
  • A cura di Anna Gaidai
  •  presso Jam Factory Art Center
  • Lviv, Ucraina
  • Nell’ambito di www.latitudo.net/art-projects/magic-carpets/#3

 

Francesca Campli

Francesca Campli

Francesca Campli ha una laurea in Storia e Conservazione del Patrimonio artistico e una specialistica in Arte Contemporanea con una tesi sul rapporto tra disegno e video. La sua predilizione per linguaggi artistici contemporanei abbatte i confini tra le diverse discipline, portando avanti ricerche che si legano ogni volta a precisi territori e situazioni. La passione per la comunicazione e per il continuo confronto si traducono nelle eterogenee attività che pratica, spaziando dal ruolo di critica e curatrice e quello di educatrice e mediatrice d'arte, spinta dal desiderio di avviare sinergie e confrontarsi con pubblici sempre diversi.

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