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Straperetana chiama le artiste a ri-leggere paesaggio e corpo

di Francesca Campli

La cultura potrebbe mostrarsi come un dialogo in atto tra l’uomo e la natura, quasi un rapporto di mutua e amorosa comprensione tra una madre e il proprio feto [1]. Il poeta Andrea Zanzotto aveva espresso questa speranza che successivamente si rivelò solo un’illusione.
Proprio la relazione continua e inscindibile tra l’umano e il paesaggio sottende inevitabilmente alle opere che troviamo disseminate tra le vie e gli edifici di Pereto, presentate nell’appuntamento annuale di Straperetana, manifestazione nata sette anni fa in questo borgo abruzzese (L’Aquila) situato subito dopo il confine con il Lazio e scelto da Paola Capata come una delle sedi della galleria Monitor.
La mostra di questa edizione porta il titolo Ultramoderne – a cura di Capata e Delfo Durante, visitabile fino al 10 settembre – e ci presenta 30 opere realizzate da ben 18 artiste di generazioni diverse.

Ad affiorare ovviamente una visione femminista, ma anche un comune sentire e vivere la storia secondo uno sguardo prolungato sulle cose e una cura nel preservare particolari e nel tessere relazioni.

Le opere rivelano un comune intento a veicolare storie, intime o condivise: attraverso un punto di vista originale aprono ai visitatori una conoscenza “sensoriale”, in grado quindi di far partecipi tutti i nostri sensi al momento della fruizione e di spingerci ben oltre l’approccio visivo.

Molte le opere site-specific, nate direttamente sul territorio, in relazione con le tradizioni, le abitudini e le voci raccolte direttamente da chi lo abita.

Troviamo quelle di Anouk Chambaz, Giulia Mangoni e Sara Dias– che hanno esplorato il borgo e anche cercato impressioni e sguardi direttamente dalle voci dei suoi abitanti – quelle di Lulù Nuti, Satya Forte e Francesca Chiola – che attraverso diversi materiali hanno riletto le tradizioni e le forme del paesaggio ospitante, oscillando tra voci del presente e del passato.

Nata per l’occasione anche l’opera di Sonia Andresano – che in un gesto reiterato svelato da un suono continuo e racchiuso in un mobile d’epoca, richiama la condizione femminile, bloccata senza via d’uscita – e le opere di Elisa Montessori – un libro realizzato per l’evento e 3 nuovi disegni che rivelano una natura più intimista, della quale la donna sembra poter essere l’unica interprete e custode, ma che è anche “strumento di difesa per sfuggire alla violenza”.

Ugualmente stimolanti le opere delle artiste che qui hanno innescato inediti dialoghi con gli spazi di Palazzo Maccafani e Palazzo Iannucci (la Casa del Prete) così come con l’ambiente esterno.

I lavori di Tomaso Binga, Maria Adele Del Vecchio, Beatrice Celli, Maria Lai, Ruth Beraha, Cloti Ricciardi, Rä Di Martino, Eva Marisaldi e Maddalena Tesser entrano in relazione direttamente con gli ambienti e, osservati in questo comune percorso, stimolano uno sguardo nuovo su atteggiamenti e gesti del quotidiano come anche una rilettura di figure e meccanismi della nostra cultura.

Al termine del percorso emerge la sensazione di esser entrati in contatto con qualcosa di vivo e prezioso. Ripensando alle opere incontrate sembra che ognuna porti con sé una vitalità particolare, come se il corpo ogni volta fosse stato chiamato a partecipare, ad esprimersi.

Il corpo è costantemente presente: a volte mostrandosi in modo evidente – come nell’alfabeto mimato da Tomaso Binga nelle celebri foto realizzate dalla sua amica Verita Moselles – altre volte facendosi veicolo di racconti figurativi – come nel lavoro di Anouk Chambaz realizzato in collaborazione con Giulia Mangoni – a volte smaterializzandosi e riducendosi ad essere sussurro e suono di strumenti come nelle opere di Adresano e di Beraha o corpo che si fa parola come nel lavoro storicizzato di Cloti Ricciardi.

Il corpo spesso è solo evocato dai gesti di un fare che è tradizione e relazione – come nelle opere di Maria Lai, Beatrice Celli, Maria Adele Del Vecchio– oppure è concreta fisicità dei materiali, elemento plastico che crea nuovi limiti – le opere di Lulù Nuti, Satya Forte, Francesca Chiola e Sara Dias.

Corpi leggeri e aerei, delicati ma incisivi quelli che cogliamo nell’opera di Eva Marisaldi, mentre si spingono ai confini del mistero, in un continuo adattamento e svelamento, i corpi di Maddalena Tesser, ed esplosiva invece la corporeità dei soggetti pittorici di Giulia Mangoni, così materici e avvolgenti.

Come vive presenze fisiche, infine, i ritratti delle donne di Veronica Leffe accompagnano lungo il percorso della mostra, divinità tutelari che si affacciano dalle finestre e porte delle case -sulle quali sono state affisse- e rivolgono il loro sguardo deciso negli occhi del camminatore che si trova a passare pronte a svelar loro la verità.

Informazioni Straperetana Ultramoderne

Note

1. Un’evidenza fantascientifica. Luigi Ghirri Andrea Zanzotto Giuseppe Caccavalle, quaderni del Fondo Luigi Ghirri, a cura di Chiara Bertola, ottobre 2021

immagine per Francesca Campli
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Francesca Campli ha una laurea in Storia e Conservazione del Patrimonio artistico e una specialistica in Arte Contemporanea con una tesi sul rapporto tra disegno e video. La sua predilizione per linguaggi artistici contemporanei abbatte i confini tra le diverse discipline, portando avanti ricerche che si legano ogni volta a precisi territori e situazioni. La passione per la comunicazione e per il continuo confronto si traducono nelle eterogenee attività che pratica, spaziando dal ruolo di critica e curatrice e quello di educatrice e mediatrice d'arte, spinta dal desiderio di avviare sinergie e confrontarsi con pubblici sempre diversi.

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