Cosa è arte pubblica oggi. Riflessioni dopo il Forum dell’arte contemporanea di Prato

Sappiamo che parlando di arte pubblica, partecipativa, relazionale, sono diverse e varie le pratiche artistiche alle quali si può pensare: sono differenti i committenti, i linguaggi espressivi ricercati, i tempi e i luoghi variabili e mai fissi;, i risultati tanto meno mostrano caratteristiche simili e riconoscibili. Lo stesso artista ricopre un ruolo diverso, più o meno coinvolto nella realizzazione pratica dell’opera d’arte. Ma poi: si può ancora parlare di “opera d’arte”?

Questo quesito e molti altri dubbi che seguono come un’ombra queste pratiche artistiche, appartengono a un dibattito sempre aperto, mai del tutto concluso e in continuo aggiornamento, forse perché il linguaggio artistico al centro della questione si trova a confrontarsi e a coinvolgere la società stessa e il territorio di volta in volta prescelto, quindi è soggetto all’evoluzione e mutevolezza che caratterizzano questi spazi di azione.

All’interno del Forum di arte contemporanea, presentato per la prima volta a Prato lo scorso settembre 2015 – a cui siamo stati invitati in molti, noi di art a part of cult(ure) – da un team di organizzatori composto di direttori di musei (Fabio Cavallucci e Ilaria Bonacossa), un curatore indipendente (Anna Daneri), un critico (Pier Luigi Sacco) e un artista (Cesare Pietroiusti), sono stati presentati ben 42 tavoli di lavoro, ognuno con un coordinatore e una serie di relatori esperti (o lateralmente in qualche modo coinvolti), per condurre un’operazione di analisi, confronto e proposizione di nuovi sbocchi in ogni ambito del Sistema Arte che possa venire in mente.

L’evento – svoltosi in tre giorni – si presentava innanzitutto come una sfida per gli organizzatori e i partecipanti e, nonostante i numerosi temi posti sul piatto e l’incredibile numero di interventi in programma, ha riscontrato interessanti risultati oltre a una grande partecipazione.

Il tema dell’arte pubblica è stato indagato intorno a un tavolo che direttamente approcciava queste pratiche artistiche, ma in modo indiretto ho rintracciato stimolanti riflessioni anche nel dibattito che riguardava più in generale Il nuovo ruolo sociale dell’arte. Intorno al tavolo dedicato all’attuale Senso dell’arte pubblica ho visto confrontarsi alcuni artisti, curatori, critici, coinvolti in modo diverso nella formulazione e realizzazione di progetti legati a questa pratica. È subito apparso chiaro come parlare di arte pubblica oggi richieda la messa in discussione di parametri e metodologie fin qui riscontrati e adottati. Nonostante le numerose forme espressive unificabili in questo genere, è stato possibile riconoscere dei punti cardine dai quali partire e dai quali difficilmente si può trascendere. L’artista Beatrice Catanzaro, per esempio, ha rilevato come l’aspetto della durata di questo genere di pratica artistica sia fondamentale, in quanto solo “un’operazione di lungo periodo” può permettere un reale avvicinamento ad una comunità o a un territorio, solo così “l’artista non arriva in un luogo restandone esterno, ma ne diviene partecipante”. I progetti di arte pubblica, continua Catanzaro, “sono innegabilmente legati a un lavoro processuale”, quindi si dilungano in un arco temporale durante il quale “l’artista dimostra nuove capacities, capacità di adattamento, inserimento, ascolto, elaborazione”, rispetto ovviamente al contesto in cui si trova.

L’artista Pasquale Campanella (fondatore del progetto di arte sociale Wurmkos), partecipante al secondo tavolo, sostiene che l’artista attui:

 “proprio una restituzione di un processo reale, vissuto nel tempo a lui necessario, senza finalità di partecipazione o di elaborazione di una forma estetica”. Per questo si tratta di riconoscere come “certi progetti hanno un ritorno nella società che è enorme, non limitato al singolo evento espositivo, ma a meccanismi e sinergie umane”. 

Alessandra Pomarico, esperta di processi artistici che indagano e attraversano la società (facilitatore, moderatore, connettore, lei stessa non usa un solo termine per presentarsi), sostiene che si tratti di:

“essere radicati e locali nel creare, piuttosto che avviare lavori nel sociale: l’arte è di per sé sociale, in quanto è un modo di comunicazione con gli altri. (…). L’artista si pone in ascolto e, così facendo, si prende cura…”

Sì, si prende cura del materiale (non più nel senso fisico del termine) che sta trattando. L’artista, prosegue la Pomarico:

“arriverà quindi a ricoprire una “responsabilità rispetto alle relazioni umane e sociali sviluppatesi, e darà origine a un senso di collettività diversa”. 

Impossibile non pensare – per contrasto – all’aspetto economico, “del capitale”, al quale l’arte non può sottrarsi. Pomarico riconosce l’importanza di questa relazione, ma sostiene “l’importanza di sapersi tirare fuori da questa dimensione”. Pasquale Campanella, riguardo questo aspetto, arriva ad una prima conclusione, riconoscendo: “il nuovo ruolo sociale dell’arte è di resistenza”; nelle ricerche artistiche che si trovano a dialogare e lavorare direttamente con gruppi della società, approcciando alle dinamiche che la attraversano:

“è necessaria una decisa manovra in questa direzione, non rifiutando un aspetto economico e di produzione (dell’oggetto arte), ma concentrandosi sulle dinamiche e gli effetti umani che derivano da queste esperienze.”

E le istituzioni che fine fanno? L’artista Valerio Rocco Orlando, presente allo stesso tavolo, porta il dibattito sul genere di relazione che gli artisti riescono, in queste pratiche, ad innescare con i musei:

“Ci si trova sempre davanti ad un campo minato, secondo la mia esperienza. Tuttavia lavorare con le istituzioni, significa sostenere una vera e propria dichiarazione di intenti, per cui l’artista rivendica una responsabilità rispetto al proprio ruolo e all’utilizzo dello spazio pubblico e museale (…) L’artista ha il compito di riattivare fuori e dentro le istituzioni un desiderio di dialogo e confronto volto a trovare un nuovo ruolo sociale dell’arte”.

Orietta Brambin, direttrice del Dipartimento Educazione del Pav torinese, porta la sua ampia esperienza nel campo dell’educazione e del rapporto con il pubblico dei musei, e trova il problema “nelle dinamiche relazionali esistenti tra dipartimento didattico e curatoriale in un museo o fondazione(…) Sono gli stessi artisti a dover mostrare la pazienza e la responsabilità per portare avanti un progetto di lungo periodo, sempre con la stessa convinzione e tenacia”. Solo in questa fase “gli artisti e i dipartimenti si spogliano delle loro abituali vesti per divenire una realtà nuova, a sé stante”. Su questo stesso punto s’inserisce Tiziana Casapietra, curatrice e docente, insistendo sull’approccio dell’artista:

“l’artista, in una nuova visione di arte sociale, deve cambiare il suo approccio, mettendosi in discussione, imparando dalla comunità e dal nucleo sociale con il quale si trova a confrontarsi. Solo così potrà modificare di volta in volta le sue metodologie di ricerca, arricchendosi di nuove capacità”.

Nel tavolo specificatamente dedicato al Senso dell’arte pubblica oggi – dopo la presentazione delle personali esperienze fatte direttamente sul campo dai relatori coinvolti – ci si è interrogati sulla definizione tout court di Arte pubblica e sulla possibilità di allargare in termini di spazio la sfera di azione in quello che è l’ambito sociale. Questo ha portato a una riflessione su i ruoli del pubblico e del privato e del rispettivo coinvolgimento –anche finanziario.

“Se in precedenza tali progetti ricevevano finanziamenti pubblici, ora sono per lo più privati”, ammette Martina Angelotti, co-direttrice dello spazio milanese no profit Care-off e coordinatrice del tavolo. Da un punto di vista di metodo e pratica anche qui – come nel tavolo precedente– si sono riscontrate analoghe “condizioni necessarie e piuttosto identificative” di questo genere artistico. Non sono uscite fuori, nella conclusione, vere e proprie proposte concrete per un miglioramento delle condizioni e un’eventuale evoluzione nella ricerca e nell’agire di queste pratiche, ma nelle riflessioni avviate si è riscontrata la mancanza – e quindi conseguente necessità – “di rilevare un network che provi a immaginare una relazione con l’Europa e con l’estero in maniera continuativa, non solo mettendo in connessione una serie di processualità legate all’arte pubblica, ma anche inerente all’ambito economico, nella prospettiva di attingere  a dei finanziamenti che non arrivino solo dal comune di riferimento coinvolto per il determinato progetto.”

 

Francesca Campli

Francesca Campli

Francesca Campli ha una laurea in Storia e Conservazione del Patrimonio artistico e una specialistica in Arte Contemporanea con una tesi sul rapporto tra disegno e video. La sua predilizione per linguaggi artistici contemporanei abbatte i confini tra le diverse discipline, portando avanti ricerche che si legano ogni volta a precisi territori e situazioni. La passione per la comunicazione e per il continuo confronto si traducono nelle eterogenee attività che pratica, spaziando dal ruolo di critica e curatrice e quello di educatrice e mediatrice d'arte, spinta dal desiderio di avviare sinergie e confrontarsi con pubblici sempre diversi.

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