Percorsi d’arte e di conoscenza, sempre più a sud

Quando ti avvicini ai lavori del collettivo Cherimus – gruppo eterogeneo di artisti, musicisti, videomaker – non ti aspetti di trovare l’Africa. Poi, a soffermarti un po’ più a lungo, non è poi una cosa così strana trovare nei progetti di questo gruppo di origini sarde, sensibilità e attenzione per la cultura e la società  delle regioni africane. Se ci pensate, infatti, la costa africana è proprio lì davanti, a pochi chilometri più a sud, molto più vicina alla Sardegna (anche se difficilmente raggiungibile) rispetto alla costa adriatica o alla Puglia.

Ma i segni d’Africa si trovano già sull’isola, dove arrivano molti immigrati, innanzitutto dal Senegal, per lavorare specialmente d’estate sulle spiagge. Ed è qui, nel sud dell’isola, nella regione del Sulcis, che questa storia ha inizio.

Il collettivo Cherimus è composto da tanti volti e infinite voci, ma in origine sono tre amici, Marco Colombaioni, Matteo Rubbi ed Emiliana Sabiu. Si incontrano a Milano, all’Accademia di Brera, ma i percorsi che li hanno condotti lì sono diversi: se Marco e Matteo hanno una formazione chiaramente artistica, Emiliana ha fatto studi di giurisprudenza e poi ha sterzato seguendo una vocazione più creativa. Il loro incontro avviene qui, in un ambiente dinamico e saturo di culture contemporanee, ma dove nell’arte è coinvolta solo un’ élite e resta materia e argomento per pochi. Questi tre ragazzi, invece perseguono un altro desiderio.

Mi racconta Emiliana davanti ad una tazza di caffè:

“L’idea di Cherimus era quella di riuscire a coniugare l’arte con le necessità della vita quotidiana, riuscendo a farla entrare nelle case comuni, non come meri soprammobili, ma come parte integrante della vita quotidiana. Per altro verso volevamo mettere gli artisti in condizione di immaginare e lavorare non chiusi dentro agli abituali luoghi predisposti all’arte.

Perdaxius, paesino nel sud ovest della Sardegna, è stato il luogo di partenza; qui durante la festa di San Giacomo, patrono del paese, abbiamo iniziato a richiamare ed ospitare artisti provenienti da diversi paesi”.

In questo primo progetto, realizzato nel 2008, c’è il desiderio di lavorare con artisti giovani, ma anche l’interesse a riscoprire luoghi dell’isola di inestimabile valore culturale e storico. Il perseguimento di nobili obiettivi, tuttavia, non rende scontata l’adesione e, addirittura, la partecipazione del pubblico.

Ammette Emiliana:

Caro Giacomo è stato una sfida fin dalla prima edizione, ed ogni anno questa sfida si ripete, per coinvolgere il pubblico locale e attirare la loro attenzione. Se il primo anno li abbiamo colti di sorpresa e loro si sono lasciati affascinare dalla curiosità, il secondo anno  erano tutt’altro che desiderosi di scoprire e conoscere, ma ancora scettici”.

Il secondo progetto La Sardegna è un’isola? ha coinvolto artisti internazionali chiamati qui a confrontarsi con diversi paesi del Sulcis. Simon Njami, critico camerunense invitato qui e in seguito divenuto fondamentale sostenitore dei progetti di Cherimus, parla delle azioni proposte dal collettivo:

“una necessaria convivialità che trasforma l’esperienza dell’estraneità in una complicità necessaria e feconda”. Si tratta di annullare le barriere che esistono tra cittadini di diversi paesi, passando per la condivisione e lo scambio di elementi culturali e anche per la risoluzione della “distanza tra la vita ordinaria e la creazione contemporanea”.

È proprio Simon Njami a metterli in contatto con un’associazione senegalese, Kër Thiossane, quando nel 2010 partecipano a un primo bando di cooperazione internazionale della regione Sardegna per collaborare con realtà africane. Ricorda Emiliana:

“Kër Thiossane era la realtà più adatta per realizzare il progetto, lavora nel sociale, ma s’interessa all’arte, al multimedia, è sempre all’avanguardia; il progetto Chadal, che è natoprende il nome da un pappagallino che emigra tra Sardegna e Senegal ed è durato circa un anno e mezzo. Abbiamo sfruttato diversi linguaggi, a partire dalla musica, organizzando una serie di concerti di musicisti tradizionali sardi e senegalesi che da Dakar son arrivati in Sardegna, a Milano.  Ma abbiamo svolto anche attività d’arte e creatività, sia nel Sulcis che a Dakar: laboratori di scenografia e disegno, realizzazione di magliette per raccontare la storia del territorio, costruzione di strumenti tipici sardi e in seguito senegalesi, da scambiare tra i bambini partecipanti”.

Per progetti vasti come questi, quali generi di finanziamenti si cercano?

“Valicare i confini del campo puramente artistico ha aiutato a raggiungere risultati molto interessanti. Non era scontato presentare progetti d’arte per bandi di cooperazione, ma spesso tra le righe di questi bandi è indicata la possibilità di partecipare con progetti di ambito culturale rivolti al territorio e noi lavoriamo proprio in quella direzione: con e sul territorio”.

Chadal, nei mesi successivi ha visto ulteriori adattamenti, tornando più propriamente nel mondo dell’arte. Nel 2011 è ad Artissima Lido e in seguito a Berlino, chiamati da Elena Agudio e Paz Guevara; sempre nel 2012, Matteo Rubbi, vincitore del premio Furla, ha riproposto il progetto alla Fondazione Querini Stampalia, durante la Biennale di Venezia.
Cherimus continua a muoversi dal locale al globale, dinamico come una forma elastica che di volta in volta si adatta al territorio, alle sue richieste e caratteristiche. Tra il 2012 e 2013 per realizzare La Biblioteca Fantastica crea un vero network internazionale, mettendo insieme in un unico partenariato i paesi (tutti del meridione) candidati per un bando nazionale. Il progetto, di coesione sociale e d’impegno culturale, ha visto in prima linea il sistema bibliotecario di 6 paesi sardi, 76 ragazzi e più di 15 artisti di diversa provenienza. Diversi gruppi di lavoro, ognuno seguito da un artista, hanno elaborato una storia che, con l’aiuto di un regista professionista, è diventata un piccolo film. La mostra di chiusura è stata ospitata dal Man di Nuoro, nonostante la difficoltà di allestire in un museo un progetto nato al di fuori. Per il suo concepimento, gli artisti presenti (tra questi Simone Berti, Matteo Rubbi, Stefano Faravelli, Marcos Lora Read, André Raatzsch), hanno coinvolto anche i cittadini e le realtà commerciali locali.

Che genere di collaborazione esiste con le istituzioni locali?

“Con le istituzioni locali abbiamo un rapporto molto stretto. Tutte le volte che partecipiamo ad un bando pubblico lo facciamo in partenariato con i comuni e/o con la Provincia di Carbonia Iglesias. Per la Biblioteca Fantastica, Cherimus era capofila mentre i partner erano i Comuni dei paesi coinvolti e la Provincia di Carbonia Iglesias. Ovviamente, in tutti questi comuni abbiamo lavorato affiancati dalle scuole medie ed elementari. In generale, per ogni progetto, chiediamo sostegno e appoggio del comune in cui andremo a lavorare”.

Sono nate sinergie, invece, con le altre realtà artistiche e non che abitano l’isola?

“Oltre il MAN di Nuoro, sempre nel 2013 abbiamo collaborato per una retrospettiva con il MACC di Calasetta, che sfortunatamente ora non c’è più, ma che fino all’anno scorso ha portato avanti un lavoro con cui eravamo molto in sintonia. Nel 2014, abbiamo realizzato un mosaico (opera pubblica permanente) con 8 artisti provenienti da varie parti del mondo, grazie all’appoggio del comune di Perdaxius e della ASL di Cardonia, proprietaria dello stabile. Con la Giuseppe Frau Gallery, inevce, abbiamo collaborato nel 2009 per Est’arte iglesiente e ancora nel 2012, per alcuni laboratori al Territorium Museum di Carbonia, con il progetto SPACE, con Diego Perrone, Isa Griese e Samba Tounkara e un gruppo di ragazzi del liceo scientifico di Carbonia.

I ragazzi della Giuseppe Frau ci hanno supportato in molti progetti fin dall’inizio quando ancora non si erano costituiti in collettivo: il primo anno, nel maggio 2008 abbiamo fatto un incontro nel liceo artistico di Iglesias per presentare il progetto allora appena nato e così abbiamo conosciuto Pino Giampà e i ragazzi che poi sarebbero entrati a far parte del collettivo”.

Alla fine del 2014 Cherimus è a Roma, realizzando un progetto nei due musei d’arte contemporanea della città. Chiediamo a Emiliana: come è stato l’approccio con il pubblico del Maxxi e del Macro, quindi con gli abitanti di Roma?

“Per il progetto del Maxxi c’è stata la mediazione della Nomas Foundation che, interessati al Gioco dell’Oca ideato da Marco Colombaioni, lo volevano riprodurre nel Museo.  Non avevamo la possibilità di dipingere in loco, doveva essere un’opera di passaggio, non permanente. Abbiamo quindi modificato la forma del progetto, preservando sempre il senso di apertura e coinvolgimento, carattere originario del progetto di Marco. Abbiamo così  coinvolto le associazioni della città nella realizzazione dei personaggi del gioco, con costumi come caselle viventi in sostituzione di quelle dipinte. A questo punto è entrata in scena la partecipazione e l’interesse del Macro, specialmente del dipartimento di didattica, che ha diramato una call ai licei, università, associazioni culturali e sociali; la risposta più massiccia è arrivata dagli SPRAR, una rete ampia a Roma, che ha portato la commistione di più culture e immaginari a collaborare e mischiarsi insieme per la progettazione delle maschere. Le sarte dell’Auser di Ostia ci hanno aiutato invece a realizzarli, e, durante la residenza dell’ultimo periodo, abbiamo invitato artisti a ideare alcuni costumi e, alcuni di questi, sono arrivati anche per posta. Il cortile del Maxxi, ma anche la sua hall, si sono animati in questo gioco diffuso durante il mese di novembre, all’interno del più ampio progetto Open Museum Open City”.

Nella mostra al Macro, al termine della residenza, era possibile accedere ad un’ambiente dove il progetto era raccontato su più piani: due documentazioni video mostravano le performance del Gioco dell’Oca alla Gamec di Bergamo e al Maxxi; altre proiezioni, come apparenze fugaci, passavano le immagini fotografiche del gioco fatto la prima volta da Colombaioni. In mostra anche due lavori fatti successivamente, sul progetto svolto: un video surreale realizzato da Simone Berti mostrava gli animali del gioco condotti in giro per Roma e un’installazione audio di Carlo Spiga, diffondeva le registrazioni dei canti dei partecipanti stranieri, nate spontaneamente durante le fasi di progettazione.

Storia, cultura, tradizioni, gioco, tra Sardegna e Africa. Riassumendo, sembrano essere questi gli ingredienti dei progetti di Cherimus che, nel suo significato di volere, rimanda al desiderio di abbattere ogni genere di barriera, sociale, territoriale, culturale, artistica, creando un gioco che possa coinvolgere tutti.

E i prossimi impegni del collettivo continueranno lungo questa linea?

“Direi proprio di sì. Come prima cosa ci attende la seconda parte del progetto europeo Tandem Shamen, tra manager europei e nord africani. Il nostro progetto So close  si svilupperà tra arte, musica e teatro.
Ci sarà la conclusione di Cote à cote, un progetto di scambio sud-sud, in collaborazione con il Marocco. insieme a Matteo Rubbi e all’artista marocchino Yassine Balbzoui ragioneremo sul cielo comune, sulle costellazioni che ci uniscono. Infine stiamo portando avanti un progetto, voluto molto da Marco Colomabioni, che prevede una Residenza di artisti internazionali nella slum di Nairobi, la più grande dell’Africa sub sahariana. Ovviamente sarà una collaborazione con una grande associazione locale, che da anni lavora con i ragazzi di strada utilizzando linguaggi  artistici di varia natura”.

Chadal

Saxadougou from cherimus

Francesca Campli

Francesca Campli

Francesca Campli ha una laurea in Storia e Conservazione del Patrimonio artistico e una specialistica in Arte Contemporanea con una tesi sul rapporto tra disegno e video. La sua predilizione per linguaggi artistici contemporanei abbatte i confini tra le diverse discipline, portando avanti ricerche che si legano ogni volta a precisi territori e situazioni. La passione per la comunicazione e per il continuo confronto si traducono nelle eterogenee attività che pratica, spaziando dal ruolo di critica e curatrice e quello di educatrice e mediatrice d'arte, spinta dal desiderio di avviare sinergie e confrontarsi con pubblici sempre diversi.

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