Superare la propria verticalità. Quando gli artisti propongono nuovi punti d’osservazione e contatto

Una delle sensazioni che ricordo con più piacere e limpidezza, in grado di allontanarmi dal momento fisico e temporale di qualsiasi presente io stia vivendo, è quella che si prova sdraiata di fronte al mare, sul proprio fianco, con un orecchio sulla superficie calda della sabbia e l’altro aperto al passaggio intorno a me, intenta a fissare la distesa d’acqua. In quella posizione, sospesa tra il contatto fisico con la terra sotto di me e la linea in lontananza che pone fine allo sguardo, si torna a sentirsi parte di quello che è il paesaggio, ambiente del quale facciamo parte, che ci avvolge fin dove arriva la nostra visuale, riscoprendo la centralità spesso tralasciata.

L’ultima mostra che ho visto, parte proprio dalla riflessione sulla nostra posizione nello spazio, quella che possiede la nostra natura umana, che abbiamo nella vita quotidiana, che manteniamo nel nostro atto di incedere. L’essere umano STA, nel senso che esiste in piedi, colonna che nella sua verticalità si oppone alla terra con il suo peso ma tuttavia necessita il contatto con questa per sussistere.

Io sono verticale, collettiva allestita nella sede della galleria Monitor a Pereto, riprende l’intuizione della scrittrice poetessa Silvia Plath per attivare una riflessione su una condizione comune troppo spessa scontata. In quella estensione orizzontale propria delle pianure, delle montagne, del movimento delle acque, del rincorrersi delle nuvole, riflette la Plath, l’essere umano troverebbe la sua condizione perfetta, verrebbe a capo dell’irrisolta dicotomia che ha con la Natura, tornando a fondersi con essa.

I sei artisti coinvolti nella mostra partono da questo pensiero, ma in ognuno di loro esso diventa spunto o approdo di una riflessione sulla propria posizione rispetto allo spazio e all’altro da lei/lui che prende derive diverse. Influente più che mai risulta l’attenzione e lo scrupolo con cui le opere entrano e si posizionano negli spazi di Palazzo Maccafani, il modo con il quale si relazionano con esso e con il territorio naturale di Pereto, incombente subito al di fuori delle finestre del Palazzo.

Elegante e pulito il lavoro di Elisa Montessori accoglie entrando nella prima stanza. Segni neri su numerosi fogli bianchi sono uniti a comporre – in un ordine casuale – un paesaggio tutto da svelare, ancora da completare. Parte di un progetto più ampio, questi monotipi nei loro tratti sembrano far riaffiorare ombre di elementi naturali, sempre nuovi e inattesi nella loro estensione, leggerezza e nel loro incontro con la luce. Una “geografia segnica” nella quale il tempo prende forma e mostra una continua metamorfosi che è uno dei linguaggi costantemente osservati dall’artista. Un altro genere di traccia è quella che giace silente sul pavimento, subito accanto all’opera della Montessori, ciò che resta di un momento passato, anzi direi, vissuto. Cópia de um personagem di Armanda Duarte (artista in mostra attualmente nella sede portoghese della galleria, affiancata proprio dalla Montessori) racconta di un tempo dedicato al riposo, di uno spazio disegnato da un corpo, ciò che resta di una performance conclusa. La sabbia contenuta nel sottile cuscino e il tessuto del telo scelto a sostenerlo restituiscono la fragilità delle forme e un’impronta precaria e temporanea che è quella di un corpo, ma anche della nostra memoria.

Nella stanza adiacente si respirano tutt’altre sensazioni. Circondate dalle mura affrescate, di fronte a danzanti e agili figure femminili sospese tra festoni di foglie, fiori e frutti, si ergono al centro della stanza le due teche di Oscar Giaconia, nelle quali materiali non ben definiti, in alcuni punti più densi ma immersi poi in uno strato liquido di olio di semi, accolgono resti di insetti, particelle naturali, pulviscoli, restituendo una superficie di forme astratte e sospese. La surrealtà e il sentimento di incertezza che trasmette questo lavoro è accentuato da una tela dell’artista, sospesa sullo sfondo, dai caldi colori e dalle forme anatomiche che raccontano uno scenario di rovine e fiamme, suggeriscono corpi mostruosi in una terra esausta e abbandonata.

Scendendo al livello inferiore lo scenario diventa intimo e personale. Due pergamene di tela tese ad attraversare lo spazio, fuoriuscendo da due macchine da scrivere Olivetti, ci restituiscono parole, frasi, messaggi. Lucia Cantò pone a confronto i dialoghi di due amanti sconosciuti (ritrovati casualmente in angoli dimenticati) con parole raccolte da sue conversazioni, pensieri condivisi e personali riflessioni. Si aprono così le porte di mondi diversi, lontani anche nel tempo, nei quali ci ritroviamo inavvertitamente a cercare assonanze, tra loro ma soprattutto tra queste parole e altre che invece potrebbero parlare di noi. Alcune in rosso (le più significative?) altre in nero, le lettere, impresse sulla morbida ma resistente tela, formano parole e le parole compongono forme architettoniche, linee e spazi da ricostruire, da montare, come fossero pezzi di puzzle confusi.

Il nostro corpo si tende per spingere lo sguardo al suo limite, è partecipe nel cercare di ricomporre le frasi sospese nello spazio. Il tentativo è quello di ricostruire il senso di una lettura che non sarà mai completa, destinata a restare irrisolta e mai del tutto svelata. Ma sono proprio i vuoti e le parole lasciate galleggiare come isole a spingerci ad avvicinare sempre più quest’opera, quasi desiderosi di perderci in quelle frasi per ritrovare qualcosa che appartiene anche a noi.

Un’opera aperta a numerose letture, ma di tutt’altro “peso”, è anche quella di Eliano Serafini. Pezzi di un’unica scultura di grandi dimensioni sembrano attendere di essere ri-assemblate e giacciono al centro della cisterna, nei sotterranei del Palazzo. La vocale I indicata dal titolo dell’opera la rintracciamo poggiata al muro e, nella sua verticalità sembra sfidare la dimensione orizzontale del letto che, assemblando le varie forme, inequivocabilmente si andrebbe a comporre. Fa sorridere pensare a quella lettera capitale che messa al letto perderebbe il suo fiero slancio e anche la possibilità di essere letta e compresa. Il materiale scelto dall’artista, inoltre, accentua questo sapore ironico rivelando, al posto della compattezza e altezzosità del marmo ipotizzato ad un primo sguardo, una natura più artificiale stridente anche a contatto con la nuda roccia della cisterna.

Immagini enigmatiche e seducenti, infine, sono quelle proposte da Nino Migliori, riconosciuto fotografo che con inesauribile curiosità e sperimentazione da decenni osserva e cattura la realtà. Il suo sguardo lascia le abituali angolazioni e i punti di osservazione per rintracciare espressioni della Natura lì dove meno ce le aspettiamo. Dall’oscurità emergono suggestive forme nelle quali sembra di intravedere alberi, rocce, scorci di paesaggi. I colori decisi catturano definitivamente il nostro sguardo, svegliando i sensi più remoti (la morbidezza delle curve, un contatto umido o la ruvidità di superfici) e lo immergono in una illusione temporanea dalla quale veniamo strappati solo da riflessi di luce che sbattono sul vetro tondeggiante del barattolo, contenitore di questi stralci di Natura sospesa e percepibile solo a uno sguardo disteso e nuovamente libero.

Ad accompagnare ognuna delle opere presenti in questa mostra ci sono brevi testi inediti di artisti, critici, amici che hanno voluto restituire un pensiero nato dall’osservazione delle opere o dall’ascolto di ciò che ha condotto a realizzarle.

Info mostra

  • Io sono verticale – Collettiva – Opere di Lucia Cantò, Armanda Duarte, Oscar Giaconia, Nino Migliori, Elisa Montessori, Eliano Serafini
  • Contributi critici di: Arianna Paragallo per Elisa Montessori, Stefano Verri per Nino Migliori, Claudia Santeroni per Oscar Giaconia, Matteo Fato per Eliano Serafini e Lucia Cantò, Joao Silverio per Armanda Duarte
  • Palazzo Maccafani, 5 – Pereto (AQ)
  • Fino a data da definirsi – aperto su appuntamento scrivendo a  monitor@monitoronline.org
  • Info: https://www.monitoronline.org
Francesca Campli

Francesca Campli

Francesca Campli ha una laurea in Storia e Conservazione del Patrimonio artistico e una specialistica in Arte Contemporanea con una tesi sul rapporto tra disegno e video. La sua predilizione per linguaggi artistici contemporanei abbatte i confini tra le diverse discipline, portando avanti ricerche che si legano ogni volta a precisi territori e situazioni. La passione per la comunicazione e per il continuo confronto si traducono nelle eterogenee attività che pratica, spaziando dal ruolo di critica e curatrice e quello di educatrice e mediatrice d'arte, spinta dal desiderio di avviare sinergie e confrontarsi con pubblici sempre diversi.

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