Intervista a Tomaso De Luca. We don’t like your house either. Il corpo si muove in un nuovo spazio, fatto per noi ma imprevedibile.

We Don’t Like Your House Either! Un’esclamazione energica, convinta, che risponde a una situazione e dichiara una chiara posizione. Dal titolo della mostra con la quale la galleria Monitor apre la stagione autunnale ci si aspettano toni di rivolta, proposte rivoluzionarie e invece – sia nella sede romana della galleria sia nel suo spazio abruzzese, a Pereto, luoghi tra i quali si divide questo progetto – ritroviamo ambienti apparentemente quieti, puliti e calibrati nell’allestimento delle opere che sembrano quasi mantenere una certa discrezione nel prendere posto nello spazio.

La mostra, nata da un progetto dell’artista Tomaso De Luca e a cura del duo Francesco Urbano Ragazzi, mostra nelle due sedi due approcci molto diversi, in parte sicuramente condizionati dai luoghi che la accolgono.

Prima caratteristica che le contraddistingue, però, è sicuramente nella mostra romana la presenza di opere di diversi artisti con i quali il lavoro di Tomaso De Luca entra in dialogo, mentre nella sede peretana troviamo una riflessione individuale dell’artista che qui si sviluppa come un solo-show.

L’idea che guida questo progetto vede al centro una riflessione sull’abitare e sulla capacità di relazione che il nostro corpo costruisce e modifica continuamente rispetto allo spazio che attraversa e vive.

Raccontano i curatori:

Già nel titolo si rintraccia l’intento di questo progetto, nel ‘WE’ che dichiara una perdita del singolo, della singola espressione, per prediligere invece la comunità. Vogliamo scacciare le gerarchie che spesso si insinuano anche nello spazio dell’arte. Così nell’allestimento, abbiamo rinunciato ad un ordine che favorisse la singolarità degli artisti per lasciarle convergere in modo quasi solidale

Le opere in mostra si richiamano l’un l’altro secondo silenziosi e velati elementi che sono visivi ma possono anche trascendere dalla loro forma o materia e ritrovarsi invece in una condivisa esperienza e lettura dello spazio. Le opere di Tomaso si affiancano alle altre, conversando con queste: gli oggetti e l’architettura nel suo linguaggio si piegano alle esigenze del corpo umano, interpretano e danno forma alle sue percezioni e sensazioni.

L’architettura come elemento biografico racconta quel che conosciamo, ma diventa anche strumento per innescare il dubbio e evidenziare le fragilità. Così le maquettes che Tomaso realizza per la mostra (quattro disseminate tra le due sale) “ vengono fuori da un rimescolamento di edifici modernisti e luoghi dove l’artista ha abitato o simbolicamente importanti per lui – rivelano i curatori –  qui l’abitare è inteso come habitus: come forma e una forza di adattamento, capace di reinventare lo spazio. Questi palazzi pensati per gestire flussi umani e per addomesticarli, diventano attraverso l’opera dell’artista luoghi di stravolgimento e libertà”.

Lasciamo che le stesse parole di Tomaso De Luca facciano da guida per svelare queste relazioni  per trovarvi la chiave per leggere non solo il progetto di questa mostra ma come questa si inserisca all’interno della sua più ampia ricerca che qui trova nuovi sviluppi e apre nuovi interrogativi.

Chiediamo: nei lavori che realizzi per questa mostra troviamo una forte componente architettonica che non è affatto nuova nel tuo linguaggio. Rintracciare qui questo aspetto risulta quasi inevitabile dal momento che al centro di questo progetto emerge una riflessione sullo spazio (sia esso domestico, intimo, pubblico o condiviso) e sul corpo e corpi che si relazionano con esso, mi verrebbe da dire, adattandosi e abituandosi ad esso -soprattutto volgendo il pensiero alle tue maquette e alcune opere che in mostra le affiancano, come le foto di AL Steiner e Joanna Piotrowska.

Come vivi e interpreti con il tuo lavoro questa relazione con lo spazio abitativo, in un tempo come quello presente nel quale le abitazioni sono vissute più che mai come rifugi ma allo stesso tempo percepite anche come gabbie?

“Come dici giustamente l’architettura è sempre stata una delle coordinate della mia pratica e il ruolo che riveste nel mio linguaggio ha preso ora dei contorni più definiti. Nella storia dell’umanità l’architettura e gli insediamenti urbani sono serviti per proteggersi dall’esterno, dalle intemperie, dal costante pericolo di morte proveniente dal selvaggio e dallo sconosciuto: si può dire che la civiltà, intesa soprattutto come antitesi del naturale, si sia sviluppata in seno a una riduzione progressiva del rischio. Se da un lato oggi è sempre più chiaro che sul mondo incombe un destino imminente di radicali cambiamenti, rappresentati da uno scenario incerto, gravido di molti dei pericoli da cui l’uomo ha cercato di salvaguardarsi, dall’altro ci si domanda perché la vita, quella dentro le mura delle città o delle case, sia diventata lo spettro di se stessa.

La cancellazione del rischio si è trasformata via via in un lugubre design della prevenzione, dal sapore atrocemente medioborghese: nel clima di minaccia costante, sentirsi al sicuro significa essere circondati da oggetti che si possano chiamare propri, da pareti solide, da un’identità certa e chiara, quotidianamente praticata e ricordata, per noi stessi e per agli altri. L’avventura è diventata turismo, gli oggetti assicurazioni, le finestre si sono trasformate in specchi che, invece di far scorgere il panorama dell’Altro, riflettono la nostra immagine all’infinito.

In questo scenario la mia vuole essere però una posizione di gioco – di homo ludens – che ricombina le forme, gli oggetti e le immagini, costruendo un progetto di vita fondato sull’imprevedibilità e sull’equilibrio precario. Non a caso le sculture in mostra (Gewöhnen) sono modelli architettonici, proiezioni di uno spazio che deve ancora essere: mentale, immaginifico e possibile, proprio come quello di un gioco. Attraverso questa mostra il mio è un invito non tanto a uscire di casa, ma a uscire dai parametri che l’hanno costruita, liberando il corpo, sempre un po’ goffo, dalle regole dello spazio. Così facendo la gabbia non esiste più, né tantomeno il rifugio. Si è inermi e ci si assume il rischio, questa è la parte più difficile da accettare.”

Nella mostra romana hai creato dei dispositivi attraverso i quali percepiamo e conosciamo i disegni di un altro artista, Patrick Angus. Nonostante il segno di questo artista, specialmente nei suoi schizzi, richiami alla memoria alcuni tuoi disegni, l’atmosfera e l’immediatezza dei suoi gesti entrano qui inevitabilmente in contrasto con il materiale delle tue strutture, freddo e neutro, dal carattere universale. Il cortocircuito è innanzitutto tattile, quasi epidermico, come fosse percepito dal corpo stesso e in qualche modo richiama anche l’accostamento tra differenti espressioni artistiche coesistenti nell’opera di Stan VanDerBeek, dove attraverso una performance ci si collega alla pittura, alla scultura, alla stessa architettura, creando una percezione contemporaneamente su vari livelli.

Come hai istaurato un dialogo con queste opere? cosa traggono l’uno dall’altro? Io credo che la relazione che si crea tra loro permetta una lettura del tutto nuova, ma come credi tu che ciò riesca?

“Credo che, nell’eterogeneità dei lavori in mostra, sia percepibile un’attitudine comune, una propensione ludica verso lo spazio e la rappresentazione: è il We del titolo, Noi, che dichiara l’appartenenza a una gang sgangherata, a uno spazio contemporaneamente formale e imprevedibile.

Credo che i dialoghi tra i lavori si instaurino autonomamente, senza bisogno di eccessive forzature, così come è stato il dialogo con Francesco Urbano Ragazzi, tra gli artisti nella produzione dei loro lavori (Bibby-Olesen/Piotrowska/Steiner), tra lo spazio e le opere. L’idea è che la mostra intera fosse un’opera, che tutto facesse parte di un mondo animista, dialogico, ricco di possibilità. Un tema importante poi era quello del binomio trasparenza-opalescenza.

Contrariamente a una tendenza di estetizzazione nostalgica che riguarda soprattutto lo spazio queer, raccontato spesso come uno spazio interstiziale e di nascondimento, volevamo che quello in mostra fosse un luogo completamente visibile, un gioioso invito a guardarci.

Trovo ci sia però sempre un’ambivalenza leggibile, come nell’azione di Morris e Schneemann nel lavoro di VanDerBeek, o nella crudeltà trasparente del lavoro di Gina Folly. Trasparente sì, ma sempre inconoscibile: è il mistero dell’Altro, l’allusione a un qualcosa di celato (l’occhiolino di Oliver Hardy, Ollio, nel disegno di Patrick Angus) anche quando si crede di vedere tutto. Il mio lavoro, attraverso le opere che definiscono lo spazio della mostra, è proprio incentrato su questa declinazione della visione che è intimamente legata all’architettura.”

Nella sede di Pereto la relazione con il linguaggio architettonico persiste, ma se si supera l’iniziale aspetto neutrale, le opere sembrano unite da un unico percorso emotivo. Anche qui troviamo delle strutture che sostengono disegni e dipinti restituendo un senso di anonimato, ma tengono lontano chi vi si accosta, così come il bancone all’ingresso, pur semplice nel suo disegno, sembra respingere il visitatore piuttosto che accoglierlo.

Precarietà e inadeguatezza sembrano richiamare la scultura Fack Werk e il piccolo (prezioso) disegno del tuo studio per giungere – come in una escalation sentimentale – ad un senso di inquietudine e quasi di timore quando si “spiano” gli interni delle due piccole maquettes (anche lì solo in apparenza dalle sembianze generiche) e quando si osservano le immagini di pezzi di oggetti domestici e di armi susseguirsi su uno schermo e perdere la loro identità.

Cosa rappresentano e come si inseriscono gli elementi architettonici e gli oggetti nella tua ricerca artistica e, in particolare in questa mostra, che valore portano con sé e cosa trasmettono?

“Il cardine della mia ricerca è la sfida all’universo statico degli oggetti attraverso un tentativo programmatico di anti-gravitazione: una perdita di peso, nel senso più ampio del termine. Nonostante il mio lavoro si cristallizzi in una varietà di medium differenti, è imprescindibilmente legato a una tradizione sottile della scultura, che trasforma materiali semplici in forme complesse e fa della precarietà un monumento.

Sono questi gli assi cartesiani su cui si muove il mio lavoro: da un lato la trasformazione, così magica e allo stesso tempo così banale, del cartone, della lamina di alluminio o degli oggetti (ancora riconoscibili, eppure già diventati altro da sé): è l’atto politico per eccellenza, il richiamo alla capacità poietica di ognuno di riscrivere, inventare e modificare attivamente il mondo. Dall’altro, la tensione verso l’equilibrio precario e l’antigravità fornisce l’antidoto a quel sistema di sicurezza e prevenzione che incatena soggetti e oggetti a una zona grigia dell’esistere, dove non c’è rischio, né tantomeno vita.

Gli oggetti, così come le architetture, sono segni che abitano tanto il nostro quotidiano che il nostro inconscio, personale e collettivo, e sono enti fondativi nell’impostazione del nostro rapporto col mondo. Utilizzando proprio quel linguaggio, divento quindi io stesso un architetto della precarietà, che osserva e progetta il mondo e i suoi oggetti, sempre integrando il gioco, l’erotismo, la goffaggine del mio privato, la malattia, lo scarto, le notizie allarmanti, che filtrano come le voci della radio perennemente accesa di Una giornata particolare di Ettore Scola.

Infine, anche se il mio lavoro può sembrare l’amara cronaca di una condizione dell’esistere, nasconde sempre la sua controparte. Sturmgegenstände, ad esempio, dove una serie di diapositive proiettate fa susseguire ingrandimenti di mobili e di armi da fuoco – forme che diventano quasi astratte, mostrando un’inquietante similitudine tra loro – è un lavoro che parla proprio del potere e della violenza che si manifestano nella domesticità. Ma per me è anche un invito a fare a pezzi quegli stessi oggetti che, come dicevi tu all’inizio di questa conversazione, sono il nostro rifugio e la nostra gabbia, e usarli a nostra volta come armi.

Il mio lavoro non è quindi solo la registrazione di una verità, è infatti il suo antidoto: è una rivoluzione fatta di defezione alla regola, di inversioni, di rischi. Una rivoluzione senza peso”.

Info mostra

  • We Don’t Like Your House Either! 
  • da un progetto inedito dell’artista Tomaso De Luca
  • con opere di: Tomaso De Luca, Patrick Angus, Gerry Bibby & Henrik Olesen, Gina Folly, Joanna Piotrowska, AL Steiner, Stan VanDerBeek
  • a cura di Francesco Urbano Ragazzi
  • Fino al 20 novembre 2020 nella sede di Roma; fino a gennaio 2021 nella sede di Pereto
  • Galleria Monitor
  • Palazzo Sforza Cesarini – via Sforza Cesarini 43a,  Roma
  • Palazzo Maccafani – Piazza Maccafani, 5, Pereto AQ
Francesca Campli

Francesca Campli

Francesca Campli ha una laurea in Storia e Conservazione del Patrimonio artistico e una specialistica in Arte Contemporanea con una tesi sul rapporto tra disegno e video. La sua predilizione per linguaggi artistici contemporanei abbatte i confini tra le diverse discipline, portando avanti ricerche che si legano ogni volta a precisi territori e situazioni. La passione per la comunicazione e per il continuo confronto si traducono nelle eterogenee attività che pratica, spaziando dal ruolo di critica e curatrice e quello di educatrice e mediatrice d'arte, spinta dal desiderio di avviare sinergie e confrontarsi con pubblici sempre diversi.

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