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Con poco o niente, nella luce. Calixto Ramirez a Palazzo Collicola

di Francesca Campli

“Le linee della vita sono diverse,
come vie sono e come i crinali dei monti”
(A. Zanzotto, Con Hölderlin, una leggenda in F. Hölderlin, Tutte le liriche)

“Una piccola montagna o una grandissima collina”: così il curatore e direttore dei musei comunali di Spoleto, Saverio Verini, descrive Monteluco (Spoleto), l’altura che si erge sul lato nord del paese umbro e che porta con se storie e tradizioni che arrivano lontano nel tempo.

Percorrendo la via Flaminia – che tu sia in macchina o in treno – questa boscosa cima, nel tratto che precede l’arrivo, rapisce e riempie lo sguardo, aprendo un paesaggio rigoglioso e profondo.

In questi boschi sono passati molti personaggi che hanno arricchito la storia del luogo, lasciando tracce e testimonianze che negli anni a seguire sono diventate ispirazione e punti di partenza per le ricerche di artisti e intellettuali giunti fin qui.

L’ultimo di questi artisti è il messicano Calixto Ramirez (1980) che da Monteray, sua città d’origine, arriva per una residenza tra il 2022 e 2023, di cui vediamo gli esiti nelle opere della mostra Da Monteray e Monteluco, curata da Verini e allestita nelle prime sale che s’incontrano entrando a Palazzo Collicola (visitabile fino all’11 marzo), edificio settecentesco che ospita la Galleria d’arte moderna di Spoleto.

In questi spazi l’artista presenta opere realizzate con diversi media, restando sempre molto attento allo spazio che lo ospita e riuscendo ad aprire un dialogo con ciò che c’è fuori, quel paesaggio naturale che circonda il paese e che Ramirez sceglie come referente nel dialogo che sta tessendo.

“Calixto è come se avesse intercettato la doppia sensibilità che è insita di questo luogo- ci dice il curatore – da un parte la tensione quasi spirituale di Monteluco, luogo di eremiti (per primo San Francesco), immerso nella natura; dall’altro le presenze degli artisti che qui sono passati e hanno lasciato tracce più o meno esplicite delle loro ricerche”.

Fin dalla prima sala sono chiare le linee guida del progetto esposto, quei temi che Ramirez prende come riferimento e indaga da vari punti di vista, sfruttando diversi linguaggi.

Scopriamo una pratica artistica nella quale l’ascolto è predisposizione necessaria, si percepisce una volontà di accogliere un tempo rallentato, fatto di lunghe attese e gesti ripetuti, raggiungendo quasi esperienze di catarsi –mi viene da azzardare – fondamentali per calarsi nell’ambiente che lo circonda. Il corpo dell’artista diventa così strumento di misura per muoversi e raccontare ogni genere di esperienza, a partire dalla più semplice.

Ma più che un atteggiamento sciamanico o azioni rituali, è un tono ludico misto ad una curiosità esplorativa (rivolta al luogo ma al contempo a se stesso) che rintracciamo quando abbiamo di fronte le sue opere.

Nella fotografia esposta nella prima stanza (A 65 grados, 2022) Ramirez è in piedi, nel mezzo del bosco di Moteluco e il suo corpo longilineo, in un atteggiamento quasi di sfida, si staglia nel paesaggio pendendo lungo una traiettoria obliqua innaturale quasi a volersi misurare con le forme dei lecci circostanti.

A guardarla si prova una sensazione di precarietà e instabilità che forse è inconsciamente rafforzata anche dal gocciolio continuo proveniente dalla scultura al centro della sala (Monte addomesticato, 2023), composizione di oggetti vari recuperati per strada dall’artista che li assembla insieme per dar loro nuova funzione, seppur anche qui la forma cerchi a fatica di raggiungere una verticalità in una posizione incerta.

Un terzo linguaggio è scelto da Ramirez per la serie di disegni: su una delle pareti Abstract landscapes of Monteluco (2022-23) mostra le silhouettes di diverse pietre trovate dall’artista percorrendo la collina, forme diseguali e pastose di vario colore si stagliano ognuna su un fondo di linee orizzontali, in cui rintracciamo una sintesi del paesaggio dal quale provengono, netti colori pantone che nell’astrazione perdono ogni incertezza.

Non mancano i video, forse il linguaggio più usato da Ramirez. Il primo Balla il vento (2022) vede il corpo dell’artista misurarsi con l’instabilità della natura, mimando il movimento di un cipresso che oscilla irregolarmente per le folate di vento. Quelle curve e l’esilità dei due corpi sono ripresi anche nella scultura subito a fianco (Sorge, 2022) un semplice ramo decorato da piume raccolte svetta su traballanti rocce impilate, quasi a voler spiccare un volo (raggiungendo l’uccello che sulla volta della sala è l’unico elemento recuperato dell’affresco originale).

Il disegno torna nella serie Abstract landascapes of Spoleto (2022-23) che indirettamente, per la presenza di forme ricoperte di carta argentata, porta in primo piano la luce che arricchisce le forme rifrangenti donandole apparente valore, ma si fa accecante raggio di sole nell’immagine video che mostra l’artista e Sandra Leal – sua collaboratrice in molte occasioni – intenti a fissare la luce solare in uno sforzo prolungato (La luce di Monteluco, 2022).

È evidente, già dalle prime opere, come in Calixto Ramirez emerga costante la necessità di pochi elementi, per lo più di recupero (naturali o artificiali) e di semplice produzione nella creazione dei suoi lavori.

“Se dovessi definire in una parola il genere di arte che crea Calixto – ci racconta Saverio Verini – utilizzerei le parole del titolo di una sua recente mostra, Sin Nada, che riassumono un modo di lavorare con quello che c’è – a partire dal suo corpo – anche per quanto riguarda la realizzazione di video e foto, fatti in tempi brevi, curando sempre molto il contenuto e tralasciando la forma, che comunque appare sempre ben definita e concisa”.

Quest’apertura di Calixto Ramirez verso ciò che la natura e l’ambiente circostante ci propone richiama anche una sensazione di leggerezza, sia negli elementi e materiali utilizzati sia nella lettura dei suoi lavori.

Waiting for the miracle (2023) è un’installazione che si attiva al passaggio del visitatore: ancora una volta il corpo – questa volta del visitatore – riporta una sensazione di instabilità, in un meccanismo nel quale emerge anche un senso ludico (difficile non pensare ai giocosi mobile di Calder, presenti anche nella collezione del Palazzo) e un riferimento a tradizioni locali per la statuina di San Francesco e a credenze messicane, per la posizione capovolta del santo, voluta in caso di estrema richiesta di grazia.

Leggerezza e movimento ancora sono nelle immagini fluttuanti di tre fotografie (Alzare il paesaggio 728 metri s.l.m., 2022) che, sospinte dal motore di un ventilatore, mostrano l’apertura azzurra di un cielo e la mano dell’artista che protende un esile fiore.

Le sculture La quadratura di un uomo e Paesaggio con pendenza (2022) e di seguito 2+2=3 (2023) si sviluppano sulle pareti e per questo forse è facile richiamino un linguaggio pittorico (anche molto vicino alle opere di Kounnellis), confermando ancora il corpo quale strumento di misurazione della realtà e il legame con il territorio attraverso gli elementi – naturali e artificiali – che Ramirez recupera per farne suoi materiali.

Al termine della mostra, come in un percorso circolare, il cammino di Ramirez torna lì dove lo avevamo visto in principio, tra gli alberi di Monteluco: nei due cicli di fotografie, El otro SOL (2022) e SUNS (2022) l’intervento umano invade il disegno della natura, lo fa con segni definiti, ma mantenendo una sua delicatezza, inserendosi in silenzio con forme geometriche intagliate sulle foglie sorrette a sua volta da un disegno di ragnatele (forme che omaggiano un altro Sol, l’artista Le Witt che di qui più volte è passato e del quale si può ammirare anche oggi un’intera sala dipinta all’ingresso di questo palazzo).

 

immagine per Francesca Campli
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Francesca Campli ha una laurea in Storia e Conservazione del Patrimonio artistico e una specialistica in Arte Contemporanea con una tesi sul rapporto tra disegno e video. La sua predilizione per linguaggi artistici contemporanei abbatte i confini tra le diverse discipline, portando avanti ricerche che si legano ogni volta a precisi territori e situazioni. La passione per la comunicazione e per il continuo confronto si traducono nelle eterogenee attività che pratica, spaziando dal ruolo di critica e curatrice e quello di educatrice e mediatrice d'arte, spinta dal desiderio di avviare sinergie e confrontarsi con pubblici sempre diversi.

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