L’arte in progetti Mai visti e altre storie accendono la primavera torinese

Una serie di casette di cartone, leggere e nomadi, poste a creare un tragitto lungo la strada; in una serata di primavera torinese, indicano una direzione o più direzioni, dando la sensazione di un curioso gioco liberatorio, all’inseguimento di una disincantata forma creativa che ci spinge alla ricerca di un ambiente intimo, protettivo e desiderato, proprio come può essere quello domestico.

Casett-azione Urbana – questo il nome dell’installazione performativa – è solo uno dei tre  appuntamenti all’interno del progetto Mai visti e altre storie che, in questa prima sessione inverno-primavera (alla quale seguirà una autunnale), sta coinvolgendo il territorio e il pubblico torinese, con l’intento e la speranza di varcare anche i confini cittadini e regionali e trovare la meritata attenzione nell’ambiente artistico dell’intero paese.

Questa prima fase si è conclusa il 5 giugno a Palazzo Barolo con la presentazione del quaderno di PsicoArt sulle Arti Irregolari.

Il progetto, che nasce da un’idea dell’artista ed educatrice Tea Taramino (Città di Torino, Servizio Disabili), a cura dell’Associazione Arteco (Annalisa Pelino e Beatrice Zanelli) in collaborazione con Associazione Culturale Passages, persegue il primario obiettivo di togliere dall’oblio un enorme patrimonio culturale e sociale di opere realizzate, innanzitutto in Piemonte, dai così detti “artisti irregolari”. Stiamo parlando di quella Outsider Art o Art Brut che negli ultimi anni ha iniziato sempre più spesso ad apparire sulla scena artistica ufficiale, a livello nazionale e internazionale (si pensi ad alcune opere presenti nella scorsa Biennale di Venezia diretta da Massimiliano Gioni, ma anche al MAImuseo, nuovo centro aperto in provincia di Cremona oppure, già solo a Torino, alla Galleria Rizomi Art Brut o alla bottega InGenio Arte Contemporanea). Qualche settimana fa, invece, al Museo Laboratorio de La Sapienza di Roma, si svolgeva una conferenza su questo argomento, presentando alcune realtà che in modo diverso studiano il tema e intendono conferirgli un rinnovato interesse.

Ma cosa si intende per “artista irregolare”?

«un autore indipendente che fa parte di un’ampia schiera: autodidatti, semplici o eruditi visionari, persone con disabilità intellettiva e/o fisica, sensoriale, personalità eccentriche che perseguono singolari forme d’arte con modalità espressive e una scelta dei soggetti senza (apparente) desiderio di un confronto con il “sistema dell’arte”. Viceversa, va da sé, che non tutte le “espressioni creative” di persone autodidatte o in condizione di disagio psico-fisico e/o sociale sono da considerarsi “arte”.»

Questa è la definizione che possiamo trovare in apertura del sito di questo corposo progetto (https://associazionearteco.wordpress.com/2015/03/07/mai-visti-e-altre-storie/) che già da queste poche parole ci introduce in un contesto di studio al quale appartengono controversie e quesiti tuttora aperti. Primario interesse, però, appare quello di stimolare e aprire uno sguardo più ampio e completo su questi concetti che viaggiano sempre su flebili confini: normalità e marginalità, salute e malattia, outisder e main stream.

Il primo step del progetto presenta un importante lavoro di ricerca, analisi, catalogazione e archiviazione – già avviata e attualmente in corso- di un patrimonio immenso presente sul territorio piemontese, in modo da poter offrire un’unica storia completa e ragionata di quelle espressioni creative che cercano un riconoscimento estetico e intendono superare una lettura legata unicamente a forme di disagio o marginalità. Queste opere fanno parte di collezioni private e di molte altre realtà che si sono unite come partner al progetto: il Museo di Antropologia e Etnografia presso l’Atelier del Centro Basaglia di Collegno e presso Singolare e Plurale, l’archivio Storico del Servizio Disabili della Città di Torino, il Laboratorio Zanzara, atelier e centri diurni presenti in tutta la regione, sono solo alcune di queste.

Questa prima operazione ha portato anche al coinvolgimento diretto di realtà individuali – dagli insegnanti e studenti dell’Accademia Albertina di Belle Arti, a quelli dell’Università degli Studi di Torino, del Politecnico, delle Scuole di Arte Terapia – avviando attività di formazione utili ad incentivare lo sviluppo di una rete di contatti e relazioni, volte a creare una piattaforma di dialogo permanente e a sviluppare nuove figure professionali.

In ultimo tutte queste informazioni andranno a formare una banca data consultabile e incrementabile dalla cittadinanza intera, attraverso un sistema di ricerca semplice e diretto.

Intorno a queste opere viene recuperato il racconto di ogni individuo, un vissuto al quale ogni singolo artista ha dato una forma. Per lo più, questi lavori si riconoscono come  espressioni “di pulsioni interne, primigenie e astratte”, legate ad a un’esigenza o una necessità, piuttosto che a un valore estetico, ma non c’è solo questo.

Riallacciandosi alle parole di Josef Albers, che ricorda “l’arte non è un oggetto, ma un’esperienza”, queste opere mostrano tutte le caratteristiche per essere riconosciute su un piano estetico,  in quanto restituiscono con linguaggi creativi e spontanei, momenti di vita e impulsi emozionali.

A questo aspetto più sistematico è seguita una fase di restituzione e un ulteriore coinvolgimento diretto degli artisti e del pubblico. L’apertura di tre mostre in luoghi centrali e storici della città ha permesso di creare un nuovo anello di congiunzione tra alcuni artisti contemporanei e questo genere di opere. L’aspetto simbolico e comunicativo legato alle performance e installazioni che hanno accompagnato questi eventi, hanno permesso la partecipazione di un pubblico più ampio e generico, chiamato anche a completare direttamente l’intervento urbano.

Lo scorso 14 maggio hanno quindi inaugurato a Torino: Case, non a caso…, presso InGenio Arte Contemporanea; Dentro il Racconto di Cose Risapute, alla galleria OpereScelte; Mi stavo imbattendo nell’Infinito e mi sono ritrovato qua, all’interno delle sale del seicentesco Palazzo Barolo. Le opere dell’artista Michele Munno, di natura installativa e collaborativa insieme, sono il punto di partenza di questi tre appuntamenti ed entrano in alcuni casi in dialogo con le opere selezionate dalle collezioni private di Arte Irregolare, alle quali sono affiancate. Nell’esposizione a Palazzo Barolo, in particolare, si è scelto un termine dal quale partire  – il salto – e intorno a questo si sono sviluppate riflessioni che stimolano il pubblico ad andare oltre l’usuale interpretazione, leggendo tale termine da un punto di vista fisico, concettuale, addirittura cronologico.

L’ invito a superare un ostacolo o un abituale modo di guardare e interpretare, è lo spirito con il quale questo progetto interamente va accolto e seguito nella sua evoluzione.

Senza credere che nel disagio o addirittura in qualche forma di follia si trovi il motivo che stimoli la produzione di questi lavori, abbiamo la possibilità di conoscere forme creative che, oltre a raccontare un’individualità, partecipano alla storia di un determinato territorio. L’architetto e antropologo Maurizio Predasso scrive:

«In quanto forma di linguaggio, l’arte mostra ed esprime tutta la sua natura conoscitiva e comunicativa. L’arte figurativa, o possiamo dire il linguaggio figurativo, è una forma di conoscenza che si differenzia dal linguaggio concettuale/verbale e scientifico: (…) è l’attività con cui si producono forme interpretabili e giudicabili esclusivamente nel campo della percezione visiva. L’artista “vede”; per l’artista lo scopo della vita è semplicemente vedere».

Apriamo gli occhi e il cuore, quindi, l’arte è qui pronta a risvegliare la nostra immaginazione e la nostra capacità a meravigliarci.

  • Per ulteriori dettagli ed evoluzioni del progetto segnaliamo il link del video realizzato dal collettivo di artisti Aurora Meccanica, in occasione della performance inaugurale Casett-azione Urbana, per le vie di Torino: https://www.youtube.com/watch?v=kE1eOxTmKRo.
Francesca Campli

Francesca Campli

Francesca Campli ha una laurea in Storia e Conservazione del Patrimonio artistico e una specialistica in Arte Contemporanea con una tesi sul rapporto tra disegno e video. La sua predilizione per linguaggi artistici contemporanei abbatte i confini tra le diverse discipline, portando avanti ricerche che si legano ogni volta a precisi territori e situazioni. La passione per la comunicazione e per il continuo confronto si traducono nelle eterogenee attività che pratica, spaziando dal ruolo di critica e curatrice e quello di educatrice e mediatrice d'arte, spinta dal desiderio di avviare sinergie e confrontarsi con pubblici sempre diversi.

Commenta

clicca qui per inviare un commento